Pietro Bartolo, medico di Lampedusa ed europarlamentare, si racconta a Rassegna sindacale. Fratellanza, accoglienza, rispetto e solidarietà

Pietro Bartolo, medico di Lampedusa ed europarlamentare, si racconta a Rassegna sindacale. Fratellanza, accoglienza, rispetto e solidarietà

“Ho fatto di tutto per raccontare quello che succede nel mio mare, lungo la frontiera. Ho scritto due libri, ma non è successo niente. Ho partecipato a due film, e uno di questi ha fatto anche grande scalpore (Fuocoammare di Gianfranco Rosi, ndr), ma non è successo niente. Ho pure portato la testimonianza di quello che sono stato costretto a vedere in convegni e lezioni in giro per l’Italia e per l’Europa. E mi sono reso conto che spesso riuscivo addirittura a far piangere le persone, a farle emozionare per davvero. Ma alla fine non è successo niente. Allora ho capito che era necessario andare là, dove si fanno i giochi”. Pietro Bartolo è il medico di Lampedusa, quello che nell’arco di 28 anni di servizio ha visitato qualcosa come 350.000 migranti sbarcati sulle coste dell’isola, quello che probabilmente, da ginecologo, detiene tuttora il record mondiale di ispezioni cadaveriche eseguite, spesso su bambini. Il  di cui parla è Bruxelles, il Parlamento europeo, al quale è stato eletto nella tornata dello scorso maggio nelle liste del Pd, trascinato da oltre 270.000 preferenze nelle circoscrizioni Centro e Isole.

Il suo accento siciliano rimbomba sulle pareti spoglie di una saletta laterale dell’Auditorium del Seraphicum di Roma, Zona Eur. Fuori, la canicola umida di un sabato pomeriggio di luglio è pesante come una coperta spessa, e schiaccia al suolo i palazzoni-alveare di questa ex periferia semideserta e punteggiata da pini altissimi. Dentro, invece, è quasi buio e fa più fresco. Dalla porta socchiusa arriva il vociare degli attivisti di Demos – Democrazia solidale, che si sono dati appuntamento qui per la loro assemblea nazionale. Bartolo ha aderito da subito e, insieme ad alcuni amministratori locali, è oggi la punta di diamante di questo movimento nato da poco all’interno dell’area del solidarismo cattolico italiano. Ha appena terminato un discorso che ha scaldato parecchio gli animi degli oltre 500 presenti, poi ha dovuto farsi largo, un po’ impacciato ma comunque disponibile, tra strette di mano, sorrisi, abbracci e il fuoco di fila dei selfie. Ora se ne sta seduto sul bordo di un divanetto, da solo, e pare davvero esausto. È atterrato stamattina, e tra un paio d’ore prenderà di nuovo il volo per tornare nella sua Lampedusa. “Dopo un sacco di tempo finalmente torno a casa”.

Nel frattempo, , il 10 luglio, è stato eletto vicepresidente della Commissione Libe (Libertà civili, giustizia e affari interni), in cui si discute anche, e negli ultimi tempi soprattutto, di migrazioni. “Un traguardo importante, un successo straordinario”, lo definisce con un sorriso che gli si allarga piano tra rughe profonde, graffiate da una vita intera passata tra sole e mare, sul Mediterraneo. “Però, a pensarci bene, non è stato poi così difficile farmi eleggere. Qualcuno mi ha detto che mi taglieranno presto le gambe, certo, e devo dire che hanno già cominciato. Però tra quei banchi ci sono anche delle ottime persone, persone che hanno la mia stessa sensibilità. Bisogna semplicemente sapersi muovere, e dialogare sempre. Bisogna anche saper chiedere. Io sto cercando di avviare un dialogo con tutti, e ho scoperto che molti sono dalla mia parte”.

E così, appena eletto, la prima richiesta di Bartolo a Ursula von der Leyen – la ministra tedesca scelta dal Consiglio europeo e votata sul filo di lana dal Parlamento di Strasburgo alla guida della Commissione Ue – è stata quella di farsi portavoce presso il Consiglio dei ministri Ue di una proposta di modifica del regolamento di Dublino. Si tratta della legge europea che impone l’esame delle richieste d’asilo dei migranti al primo paese di sbarco, un sistema capestro per gli Stati più esposti al Mediterraneo come Italia, Grecia e Spagna. “È un passaggio fondamentale per affrontare le migrazioni verso l’Europa – spiega Bartolo –. Tutti gli Stati membri dovrebbero occuparsi di coloro che sbarcano sulle coste o che attraversano i confini via terra. Per far fronte a questo fenomeno bisogna che l’Europa intera partecipi”.

Di una “riforma di Dublino”, in effetti, a Bruxelles si discute da diversi anni. Un testo, che prevede una suddivisione dei richiedenti asilo fra tutti i paesi membri in base a un sistema permanente di quote, era stato già presentato dalla Commissione fin dal maggio 2016 e approvata nel novembre 2017 dal Parlamento. All’epoca la Lega si astenne e il M5S votò contro. La bozza è quindi arrivata al Consiglio europeo dove però s’è arenata soprattutto per la scelta, tutta politica, di imporre l’unanimità nonostante i trattati indichino che potrebbe bastare una maggioranza qualificata.

Il dottor Bartolo, in ogni caso, appare armato di un incrollabile ottimismo. “Molto lavoro è stato fatto dai miei predecessori, quindi si può dire che siamo a buon punto. Ci vuole un po’ di buona volontà, ma io credo che ci si possa arrivare e mi batterò perché succeda. Anche perché parliamo di numeri risibili”. Qui fa una pausa. Increspa le folte sopracciglia, e le rughe sul suo volto si stringono ancora di più, in una raggiera fitta. Ci pensa un attimo, poi ricomincia: “Non mi piace parlare di numeri, perché sono delle persone. Ma quello che vogliono farci credere è tutta una truffa, una menzogna. È frutto di una narrazione distorta della realtà, che serve solo a fare propaganda. Io lo so bene, non è certo un’invasione, quindi una ricollocazione sarebbe molto facile”.

Il ruolo da testimone del dramma che si sta consumando nel Mediterraneo, però, resta in ogni caso il suo obiettivo principale. “A giugno sono sbarcate più di seicento persone, anche se ci raccontano che in Italia i porti sono chiusi. Noi, però, sappiamo solo in quanti arrivano, non sappiamo certo in quanti partono o in quanti muoiono ogni giorno. Magari poi li andiamo a prendere già cadaveri, com’è successo recentemente al largo della Tunisia, dove sono stati recuperati 72 corpi. Erano vittime di un naufragio di cui non avremmo saputo nulla se non ci fosse stato qualche sopravvissuto”. Bartolo ora si ravviva. E la rabbia pare spazzare via la stanchezza dal suo volto: “Le ong sono sotto attacco da parte del governo italiano perché anche loro svolgono un ruolo di testimonianza. Siamo arrivati a un punto veramente incredibile. Oggi si fanno leggi che colpevolizzano, fino a farle passare per criminali, persone che cercano di aiutare altre persone. Non voglio neanche pensare cosa può succedere a un povero pescatore lampedusano che s’imbatta per caso in un naufragio”.

Probabilmente proprio quello che è successo a Carola Rackete, la capitana della Sea-Watch 3, che il 26 giugno ha forzato il blocco della guardia costiera per portare a Lampedusa 42 naufraghi. E per questo motivo è stata incriminata dalla procura di Agrigento, oltre ad esser stata oggetto di pesanti ingiurie sessiste. “Quando è sbarcata la Sea-Watch io ero sulla banchina – racconta ancora Bartolo – e mi sono vergognato. Ho pure pianto. Quelle parolacce, però, i miei concittadini non le hanno rivolte solo a lei, le hanno dette anche a me. Ma ho preferito tacere, perché mi vergognavo troppo”. D’altronde, “se prima in tutti i miei discorsi all’estero mi dicevo orgoglioso di essere italiano, per la grande tradizione di accoglienza che Lampedusa, la Sicilia e l’Italia intera si portano appresso da secoli”, oggi non è più così. “Da un certo punto in poi abbiamo cambiato strada, abbiamo intrapreso una via buia, un cammino che dobbiamo rifiutare, che dobbiamo combattere”.

Anche per questo un’altra delle battaglie che il dottore di Lampedusa vuole intraprendere nella sua esperienza europea è la modifica del cosiddetto “Facilitators Package” del 2002, la direttiva comunitaria su ingresso, transito e soggiorno degli irregolari. Nel testo, infatti, c’è troppa ambiguità sulla distinzione tra la tratta e l’assistenza umanitaria, uno spazio vuoto che consente agli Stati europei di “criminalizzare” gli attivisti che s’impegnano per il rispetto dei diritti umani dei migranti. Proprio come accade in Italia con il cosiddetto “Decreto sicurezza bis”. Ma il nostro Paese è comunque in “buona” compagnia: facilitare l’ingresso dei migranti in uno Stato, oggi, è un crimine “anche senza l’intenzione di ottenere benefici economici” in 24 dei 28 Stati membri dell’Ue. Le uniche eccezioni sono Germania, Irlanda, Lussemburgo e Portogallo, dove i passaggi finanziari devono essere dimostrati in tribunale. La capitana Carola, infatti, non è certo sola: equipaggi di imbarcazioni impegnate nei salvataggi, ma anche comuni cittadini, giornalisti, sindaci ed esponenti religiosi sono finiti nelle carte giudiziarie e nei tribunali di mezza Europa. Molto più dei veri trafficanti di migranti. “Gli scafisti devono poter essere puniti severamente, ma è incredibile ed è disumano pensare che chi salva una persona a scopo umanitario possa essere considerato un delinquente – continua Bartolo –. L’Europa non lo deve permettere, deve essere dalla parte dei più deboli, e quindi dalla parte anche di chi viene a cercare un po’ di serenità. E invece ora i migranti trovano solo ostacoli, fili spinati e muri. Soprattutto muri mentali, che sono i più pericolosi”.

Non sono certo queste l’Europa e l’Italia che sognava, ma Bartolo è deciso a rimboccarsi le maniche. “Io credo che da là si possano davvero cambiare le cose. Perché l’Europa è una grande istituzione che è stata pensata e realizzata da persone che hanno messo in campo valori che sono anche i miei, e che ho ritrovato pure in Demos: fratellanza, accoglienza, rispetto e solidarietà. Valori che oggi si sono un po’ persi, ma dobbiamo dare fiducia alle istituzioni europee per mettere un freno all’onda nera che ci sta travolgendo, e tornare a essere l’Europa dei diritti”. “Io voglio essere di nuovo orgoglioso di sentirmi italiano – continua –. Ma questo accadrà solo quando metteremo in campo politiche di integrazione, più giuste e più vicine alla gente”.

Ora Bartolo si alza, s’allontana un po’ claudicante, poi passa attraverso un altro muro di saluti, abbracci e selfie. Prima di salire sull’auto che lo porterà di nuovo all’aeroporto, e poi nella sua Lampedusa, si ferma. Si guarda intorno, e dice: “Su quella banchina non ci voglio stare più. Perché quelle persone non devono arrivare con il bisogno urgente di un medico, ma attraverso corridoi umanitari. La scelta di entrare in politica per me è stata davvero un sacrificio. Mi manca tanto la mia isola e il mio mare. Però ora sono là e ce la metto tutta”.

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