Governo. Mentre ministri e sottosegretari si divertono a lanciarsi insulti e improperi, nulla si risolve. La Mittal di Taranto? Chiude l’altoforno, stallo sui 1400 dipendenti in Cig, e niente immunità

Governo. Mentre ministri e sottosegretari si divertono a lanciarsi insulti e improperi, nulla si risolve. La Mittal di Taranto? Chiude l’altoforno, stallo sui 1400 dipendenti in Cig, e niente immunità

La nuova ennesima incredibile crepa nella maggioranza l’ha innescata il sottosegretario alla presidenza del consiglio Vincenzo Spadafora. In un’intervista a La Repubblica, l’esponente grillino ha accusato Matteo Salvini di aver alimentato una “pericolosa deriva sessista”, anche definendo “sbruffoncella, pirata e criminale” la comandante della Sea-Watch, Carola Rackete. I leghisti sono subito partiti all’attacco, chiedendo le scuse o le dimissioni di Spadafora. Ma Luigi Di Maio lo ha difeso: “Quanto casino per una intervista…”. Il caso ha tenuto banco per gran parte della giornata, facendo pensare a un inciampo potenzialmente letale per l’alleanza. Finché Salvini ha chiarito: “Il governo non è a rischio”. La polemica, comunque, ha scavato un altro fosso che divide gli alleati. Il ministro dell’interno non ha chiesto formalmente le dimissioni di Spadafora, ma ha fatto capire di aspettarsele: “Cosa ci sta a fare al governo con un pericoloso maschilista? Fossi in lui mi dimetterei e farei altro. Ci sono delle Ong che lo aspettano”. Ma Di Maio lo ha escluso: “Non si dimette. Punto. E ora andiamo avanti, sono stanco di queste polemiche inutili”. D’accordo anche il presidente della Camera, Roberto Fico, che non vede motivi per chiedere le dimissioni del sottosegretario.

L’intervista di Spadafora è arrivata nel giorno in cui, insieme al ministro Giulia Bongiorno, avrebbe dovuto presentare la ‘Cabina di regia per l’attuazione del Piano sulla violenza contro le donne’. L’appuntamento è stato rimandato da Spadafora, ufficialmente “per motivi personali”. Ma è indubbio che la polemica abbia avuto il suo peso. “Se mai avessi visto in Salvini una persona con questo tipo di atteggiamenti sessisti e discriminatori – ha commentato il ministro Bongiorno – non sarei né al governo né mi sarei avvicinata alla Lega”. Le parole del vicepremier su Carola? “Sbruffoncella è una espressione che fa parte del lessico diretto e colorito di Salvini – ha spiegato Bongiorno – che poteva usarla sia per un uomo sia per una donna. Non è discriminatorio”. Cosa diversa sono quelli che hanno “augurato a Carola di essere violentata – ha aggiunto – che vanno condannati senza se e senza ma”. Nel giorno della polemica sul maschilismo, la commissione giustizia al Senato ha approvato senza modifiche il disegno di legge contro la violenza sulle donne, varato ad aprile dalla Camera. Lega e Cinque Stelle hanno brindato, ma anche su questo provvedimento resta la ruggine. “Certo – ha detto Salvini – la castrazione chimica sarebbe il top, anche se il Movimento Cinque Stelle non è d’accordo”. Per Salvini, proprio l’approvazione del Codice rosso, prevista per il 22 luglio, è la riprova dell’impegno suo e della Lega contro il sessismo. “Posso essere accusato di essere sovrappeso – ha detto – ma maschilista no. Forse Spadafora si era alzato male stamani, è un problema suo”. Critiche con Spadafora anche le opposizioni. Mariastella Gelmini (FI) ha parlato di “cinismo incredibile”, visto che ha annullato la presentazione della cabina di regia “perché non ha idee e con la sua intervista ha fatto arrabbiare la Lega e Salvini”. La leader di Fdi, Giorgia Meloni, considera “delirante l’intervista di Spadafora”, che è “il primo ad ignorare volutamente gli attacchi alle donne”, visto che non l’ha difesa “dai pesantissimi insulti e minacce di morte” che le sono arrivati in questi giorni. “Ci fa piacere che il sottosegretario Spadafora si accorga oggi dell’odio maschilista – ha detto la senatrice Pd Valeria Fedeli -. Peccato però che tutta questa indignazione resti un vuoto esercizio retorico”. L’ex presidente della Camera, Laura Boldrini (Leu), ha commentato su Twitter: “La domanda a questo punto è: Spadafora uscirà dal governo o la poltrona è più importante dei suoi valori? Io un’idea ce l’avrei, voi?”.

Intanto, continua il braccio di ferro tra governo e ArcelorMittal sul futuro dell’acciaieria tarantina, e qui c’è poco da cadere nel ridicolo delle battute tra l’uno e l’altro membro del governo. Entra in gioco la magistratura, con la procura di Taranto che ha disposto l’avvio della procedura di spegnimento dell’Altoforno 2 dell’impianto ex Ilva. Lo stesso era stato sottoposto a sequestro preventivo dopo l’incidente costato la morte nel 2015 di un operaio investito da una colata incandescente. Una notizia che – aggiungendosi al nodo immunità e a quello sulla Cig già scattata per circa 1.400 lavoratori – preoccupa moltissimo le organizzazioni sindacali. Intanto, al tavolo romano con azienda e sindacati, il ministro dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, non si è mostrato intenzionato a tornare indietro sull’abolizione dell’immunità penale degli amministratori dello stabilimento (eliminata con il decreto Crescita), sebbene l’azienda ne abbia richiesto la reintroduzione minacciando altrimenti la chiusura della fabbrica. “Non esiste alcuna possibilità che torni”, ha sottolineato Di Maio, assicurando che l’azienda non ha nulla da temere dal punto di vista legale “se dimostra buona fede continuando nell’attuazione del piano ambientale” e si è mostrato anche disponibile a “precisare questo concetto attraverso interpretazioni autentiche anche per norma”. Il vicepremier e ministro ha poi anche smentito le fonti di stampa che parlavano della presenza di una sorta di esimente penale in un accordo di modifica dell’intesa raggiunta lo scorso settembre. E al termine dell’incontro ha annunciato: “continuiamo a lavorare, c’è ancora tanto da fare per i lavoratori e per Taranto”.

I sindacati però hanno lasciato il ministero fortemente delusi.

Scrive in una nota Francesca Re David, segretario generale della Fiom Cgil: “L’incontro di oggi al Mise fra sindacati, Governo e ArcelorMittal si è svolto per la verifica del piano industriale, ambientale e occupazionale così come previsto dall’accordo di settembre. L’andamento del confronto ha reso evidente che la questione dell’immunità penale, pur non facendo parte dell’accordo sindacale, assume un rilievo preliminare per il proseguimento del tavolo di monitoraggio. Se non si risolve la questione della certezza del quadro legislativo, tra governo e azienda, non si avvia una concreta verifica degli impegni assunti. L’azienda non ha dato nessuna disponibilità a rivedere la decisone della cassa integrazione ordinaria a Taranto, né ha fornito risposte sulle altre questioni sollevate con un atteggiamento di semplice comunicazione delle decisioni assunte, che riteniamo inaccettabile. Il tavolo di oggi è stato riaggiornato ai prossimi giorni. Auspichiamo che in tale sede ci siano le condizioni per affrontare un confronto di merito”. L’incontro “è stato deludente perché il governo non ha ancora risolto la partita dello scudo penale – ha spiegato il segretario generale della Fim Cisl Marco Bentivogli – mentre l’azienda non ha dimostrato nessuna volontà di ritirare la cassa integrazione e non ha neanche sciolto il nodo se i lavoratori alla fine delle 13 settimane di Cig rientreranno tutti in azienda”. Molto preoccupato si è mostrato anche il leader della Uilm, Rocco Palombella, secondo il quale “la cosa più grave è che il rientro al lavoro degli operai dopo le 13 settimane di Cig dipenderà dall’andamento del mercato”. Insomma, come dicevano i latini Dum ea Romani parant consultantque, iam Saguntum summa vi oppugnabatur, ovvero mentre si discute a Roma e si blatera, Sagunto viene espugnata con molta forza. Una frase che si addice perfettamente a questo governo.

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