Cgil, Cisl e Uil incontrano Conte sulla prossima manovra di Bilancio. Intanto, oggi si ferma Taranto, contro la cig per 1400 dipendenti di ArcelorMittal

Cgil, Cisl e Uil incontrano Conte sulla prossima manovra di Bilancio. Intanto, oggi si ferma Taranto, contro la cig per 1400 dipendenti di ArcelorMittal

Dopo l’incontro con il governo, sollecitato dai giornalisti, il leader della Cgil Maurizio Landini ha voluto dire la sua sul fatto che la Commissione ha per ora congelato la proceduta d’infrazione, dopo l’impegno assunto da Conte e Tria di tagli per 7,6 miliardi. La procedura è comunque una spada di Damocle per la prossima manovra di Bilancio per il 2020. “Avere evitato l’infrazione credo che sia una cosa positiva, almeno per la nostra gente, perché voleva dire blocchi di miliardi, tagli di spese, avrebbe pesato sulla nostra gente, sui lavoratori, sui precari, sui pensionati. Allo stesso tempo quello significa che i nostri conti non tornano, che le politiche effettuate in questi anni non stanno facendo riprendere lo sviluppo e c’è bisogno adesso di scegliere, di cambiare le politiche sociali che sono state fatte fino ad ora, anche perché c’è la legge di stabilità da fare” ha detto dunque il segretario della Cgil, Maurizio Landini, rispondendo ai giornalisti sull’infrazione Ue evitata dall’Italia. “Non c’è l’infrazione oggi – ha aggiunto – perché di fatto il governo ha fatto una manovra correttiva, e quindi ha messo risorse per tornare al 2,04 che era l’impegno che avevano, adesso c’è il problema di che cosa si fa per il 2020 e per il 2021. E’ tutta aperta la discussione. Per noi a questo punto è necessario che si cambi e che cambiare vuol dire definire piani di investimenti seri a partire dal Mezzogiorno, e vuol dire andare a prendere i soldi dove sono, con una vera riforma fiscale, con una vera lotta all’evasione fiscale, e con un ragionamento che affronti ciò che dice la Banca d’Italia. In un Paese dove la ricchezza patrimoniale è diventata quattro volte e mezzo il debito pubblico, e il 50% di questa ricchezza è in mano al 10% delle persone, io credo che bisogna mettere in campo un’azione precisa che vada nella direzione di distribuire questa ricchezza e finalizzarla agli investimenti e al lavoro”.

È importante che il governo, prima di prendere decisioni, si confronti con le parti sociali. Su questo il premier Conte e il ministro Di Maio hanno dichiarato l’impegno ad avviare un possibile confronto sulla legge di stabilità e sulle nostre proposte”. Questo il commento del segretario generale della Cgil Maurizio Landini all’incontro, conclusosi a Roma nella tarda serata di mercoledì 3 luglio, tra sindacati e governo: “A oggi non abbiamo risultati che ci fanno dire che ci sia stato un cambiamento, ma c’è la novità che il governo si è detto pronto a confrontarsi e discutere. Ora il problema diventa quali risultati si portano a casa e se davvero quelle di oggi non sono solo parole, ma impegni concreti che determinano un percorso”. Maurizio Landini ha evidenziato la propria soddisfazione per “aver evitato una procedura di infrazione europea, perché avrebbero pagato soprattutto i lavoratori, i pensionati, i giovani precari, la nostra gente”. Ma ha espresso al presidente del Consiglio e al vicepremier la necessità di “cambiare passo, di cambiare le scelte di politica economica che sono state fatte finora”. I sindacati, dunque, hanno “ribadito le ragioni che li hanno portato a manifestare, e le proposte contenute nella piattaforma unitaria”. Per il segretario generale Cgil vi è bisogno di “una nuova politica di investimenti pubblici, del rinnovo dei contratti e della riforma del pubblico impiego, di assunzioni non precarie ma stabili nel pubblico impiego e nella sanità, di una seria riforma fiscale, della centralità del Mezzogiorno”. Landini ha rimarcato la “necessità che la spesa sanitaria non venga ridotta, bensì aumentata”. E ha messo in risalto l’urgenza “di investimenti in conoscenza e innovazione, e anche di scelte di politica industriale nuova”. I sindacati hanno confermato al governo il loro no alla tassa piatta. “Abbiamo detto che sulla flat tax, per quello che abbiamo conosciuto finora, non siamo d’accordo”, ha spiegato Landini, rivelando di “aver detto che siamo pronti e che presenteremo le nostre proposte per una vera riforma fiscale. Per noi, riforma fiscale vuol dire riduzione del carico fiscale sui lavoratori dipendenti e sui pensionati”. Sempre su questo tema, il segretario Cgil ha sottolineato che “la lotta all’evasione non deve essere più un annuncio, ma una pratica concreta”. Nella discussione con Conte e Di Maio, l’esponente sindacale ha anche sollevato “il problema della ricchezza patrimoniale: come dice la Banca d’Italia è quattro volte superiore al debito pubblico e il 50 per cento della ricchezza è detenuto dal 10 per cento della popolazione”. Per Landini, dunque, la riforma fiscale “non solo deve abbassare le tasse di chi già le paga, ma deve farle pagare a chi non le ha mai pagate. Soprattutto deve prevedere di reperire le risorse per fare investimenti pubblici che creano lavoro e invertono la tendenza, a partire dal Mezzogiorno”.

C’è, infine, anche la questione del salario minimo. “Noi siamo per i salari massimi, non per i salari minimi”, ha illustrato il segretario generale della Cgil: “Siamo per far crescere i salari, e quello che abbiamo proposto al governo, anche se oggi non è stato oggetto della discussione se non per titoli, è di muoversi con l’Inps e come ministero per far partire tutto il lavoro che certifichi la rappresentanza dei sindacati e delle parti datoriali. Il tema, per noi, è far applicare i contratti e cancellare i contratti pirati, che sono quelli che abbassano i salari e determinano una competizione”. A quel punto, ha sottolineato ancora Landini, non c’è solo il salario orario, ma “ci sono anche tutti i diritti previsti dai contratti, che devono essere estesi a tutte le forme di lavoro: diritto alla maternità, all’infortunio, il Tfr, la tredicesima, i trattamenti economici complessivi garantiti a tutti. Abbiamo ribadito che la nostra impostazione è che non vanno indeboliti i contratti nazionali, su questo siamo pronti a discutere”.

Otto ore di sciopero su tre turni. Le hanno proclamate per oggi (giovedì 4 luglio) Fiom Cgil, Fim Cisl, Uilm Uil e Ugl per protestare contro l’avvio della procedura di cassa integrazione ordinaria da parte di ArcelorMittal per 1.395 dipendenti dello stabilimento di Taranto (ex Ilva).

Re David (Fiom): adesione sciopero al 75%. Il destino dell’ex Ilva non è una questione privata

“Lo sciopero di 24 ore allo stabilimento ArcelorMittal, ex llva, di Taranto sta vedendo un’altissima partecipazione dei lavoratori, con circa il 75 per cento di adesioni e impianti completamente fermi. Il dato conferma il grado di rappresentanza e di rappresentatività delle organizzazioni sindacali all’interno dello stabilimento ex Ilva di Taranto. A partire da questo dato, il Governo e ArcelorMittal ripensino la qualità del sistema di relazioni industriali che ha segnato questi primi mesi di presenza della multinazionale e che ha bisogno di una netta discontinuità rispetto al passato. Di tale esigenza ne è conferma l’atteggiamento che ArcelorMittal e il Governo hanno deciso di tenere al termine dell’incontro odierno. A nessuno sfuggono i comprensibili elementi di riservatezza. Tutto ciò non può, però, legittimare un atteggiamento che sostanzialmente consegna una vicenda di straordinaria rilevanza pubblica e sociale al silenzio dei protagonisti dell’incontro di oggi: il destino dell’ex Ilva non è una questione privata. Tanto più che l’incontro precede di 5 giorni la riunione del tavolo di monitoraggio al Mise, a cui le organizzazioni sindacali non intendono svolgere un ruolo di meri osservatori.

Ci aspettiamo che l’incontro del 9 luglio consenta di affrontare i nodi veri ed irrisolti riguardanti il piano industriale, il risanamento ambientale e l’occupazione, alla luce delle vicende di queste settimane, a partire dal ricorso alla cassa integrazione e dalla normativa contenuta nel DL Crescita. Ricordiamo, infatti, che è stata già avviata la cassa integrazione nello stabilimento di Taranto e che l’utilizzo delle ferie forzate negli stabilimenti di Genova e Novi Ligure rappresenta un segnale preoccupante che potrebbe portare all’estensione della cassa integrazione”, ha concluso Francesca Re David, segretaria generale della Fiom Cgil.

Tredici settimane di cassa per 1.011 operai, 106 intermedi e 278 impiegati, nonostante il mancato accordo sindacale e la richiesta di differire la decisione in vista degli incontri di oggi (alle ore 12) e di martedì 9 luglio (alle 16) convocati a Roma dal vicepremier Luigi Di Maio. Le indicazioni che arrivano dallo stabilimento pugliese sono positive: “Siamo al 75 per cento di adesioni con punte maggiori in alcune aree e reparti completamente fermi”. Lo dice Francesco Brigati, segretario Fiom Cgil di Taranto. “Al di la di coloro che sono entrati non aderendo allo sciopero e delle comandate, che sono organizzate solo per garantire la sicurezza degli impianti e non la produzione, oggi a Taranto abbiamo una fabbrica sostanzialmente ferma”, dice ancora Brigati. “Nel frattempo – aggiunge – è scattata la cassa integrazione ordinaria da parte dell’azienda nonostante la nostra netta contrarietà e l’invito ad attendere gli incontri dal ministro Di Maio prima di procedere. Agli ammortizzatori sociali sono interessati le manutenzioni di stabilimento, nella misura del 20 per cento, e il Treno Nastri 1 fermo completamente come reparto”. “ArcelorMittal – dice Brigati – sta facendo smaltire inizialmente le ferie ai lavoratori interessati prima di far partire la cassa integrazione. Si tratta di pochi giorni perché col passaggio da Ilva in amministrazione straordinaria ad ArcelorMittal c’è stato l’azzeramento delle ferie pregresse. Chi non ha ferie da smaltire, è andato invece subito in cig”.

Lo sciopero di oggi a Taranto coincide con l’incontro che Di Maio avrà al ministero con ArcelorMittal per affrontare il nodo dell’immunità penale sul piano ambientale che, con la legge ‘crescita’ di recente approvata, è soppressa dal 6 settembre prossimo. L’immunità era stata istituita da una legge del 2015 e ora ArcelorMittal ne rivendica la continuità, perché costituisce la necessaria garanzia legale a portare avanti il piano di messa a norma ambientale del siderurgico. Di Maio ha assicurato una soluzione, pur ribadendo che non si può tornare alla vecchia norma, e ha auspicato “leale collaborazione” da parte dell’azienda. A Taranto, ovviamente, si vivono ore difficili. “Oltre all’azione di forza che faremo con lo sciopero, andremo anche all’Inps e a tutti gli enti competenti per impedire che venga concessa la cassa integrazione ad ArcelorMittal”. A dirlo è Francesco Brigati, segretario generale della Fiom Cgil territoriale: “Sbarreremo in tutti i modi la strada della cassa integrazione che ArcelorMittal vuole percorrere. L’azienda non è più in amministrazione straordinaria, ha un investitore privato, allora come si spiega che la cassa integrazione falcidi anche le manutenzioni centrali, cioè il reparto che provvede all’efficienza degli impianti? E come si spiega il fatto che l’azienda, da un lato, ricorre alla cassa integrazione, dall’altro, appalta all’esterno?”.

Per Brigati la rottura non peserà solo nel rapporto con i sindacati, ma anche “nel rapporto con la città, perché adesso rimettiamo in gioco tutto: lavoro, ambiente, salute, sicurezza”. L’esponente Fiom così conclude: “Se in ArcelorMittal esiste un livello superiore di direzione e di gestione che mette in riga, diciamo così, ArcelorMittal Italia, stoppando sul nascere ogni apertura al dialogo, lo scopriremo. Ma l’azienda sappia già da ora che gli stabilimenti in Italia e il sindacato in Italia sono cosa ben diversa da ciò che loro ritengono di poter fare nel resto d’Europa e del mondo”.

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