Zingaretti, in vista della Direzione, fa lo sforzo di ricompattare le correnti. Salvini negli Usa invidia il sogno trumpista. Di Maio rilancia sul salario minimo e meno tasse per le imprese. Ma il Paese dov’è finito?

Zingaretti, in vista della Direzione, fa lo sforzo di ricompattare le correnti. Salvini negli Usa invidia il sogno trumpista. Di Maio rilancia sul salario minimo e meno tasse per le imprese. Ma il Paese dov’è finito?

Nervi sempre più tesi nel Partito democratico, tanto che alcuni esponenti dem guardano con viva preoccupazione all’appuntamento di martedì in direzione. Il segretario del partito, Nicola Zingaretti, lavora alla relazione che presenterà ai membri dell’organo di indirizzo politico del partito. Una relazione con cui il segretario punta a ricompattare i dem: “Tenterò di ricostruire, farò uno sforzo per ricostruire in ogni modo uno spirito unitario perché sento su di me tutto il peso di questa responsabilità”. E spiega: “in Italia governa Salvini con politiche economiche sociali e culturali drammatiche e noi non possiamo non vedere che questa deve essere la priorità assoluta. Farò uno sforzo con questo spirito per riaprire un dialogo e verificare le condizioni di un passo avanti insieme, almeno sul terreno della politica e dell’iniziativa politica”.

A far deflagrare la pax zingarettiana – se, poi, di ‘pax’ si è mai trattato – è stato il varo della segreteria, l’organo esecutivo del partito che, tradizionalmente, è espressione del segretario. Solo che Nicola Zingaretti aveva promesso, al momento del suo insediamento, di voler fare del Pd il partito del ‘Noi’, in netta contrapposizione con il partito dell’io degli ultimi anni, quelli renziani. Un proposito che ha avuto un compimento solo parziale nella composizione dell’ufficio di presidenza dell’assemblea dove, accanto a Gentiloni, hanno trovato posto Deborah Serracchiani e la turbo renziana Anna Ascani. Il segretario ha tentato, venerdì, di trovare un accordo con le minoranze per potere presentare una segreteria che esprimesse anche esponenti vicini alla mozione Giachetti, ‘Sempre Avanti’, e a quella di Base Riformista. Giachetti, tuttavia, ha risposto picche, argomentando di non riconoscersi nella linea del segretario. Nessuna irritazione, dunque. Eppure nella giornata di ieri, in occasione dell’iniziativa che la mozione Giachetti ha tenuto ad Assisi, in molti sono saliti sul palco esprimendo il proprio dissenso con toni bellicosi, e la deputata Alessia Morani è intervenuta duramente su Huffington Post definendo Zingaretti “prigioniero del correntismo malato del Pd” e la segreteria appena varata “un esercizio di bullismo”.

Prova a gettare acqua sul fuoco Carlo Calenda, che in un video su Twitter invita tutti ad evitare di azzuffarsi su “cavolate” e riprendere a fare opposizione in modo unitario, dato che – sottolinea ancora Calenda – “qualche risultato è stato ottenuto nelle ultime elezioni”. E sulla segreteria la ricetta del neo deputato europeo è quella di un “governo ombra” che “marchi a uomo” i ministri del governo, “come faccio io con Di Maio”. Una soluzione già testata in passato, durante la segreteria Veltroni, che non portò – tuttavia – grandi risultati: fu inaugurato il 9 maggio 2009 e, dopo le elezioni regionali in Sardegna e le dimissioni del segretario, decadde a febbraio 2009, dopo nemmeno un anno. A supplicare i propri compagni di partito di mettere fine alle polemiche è l’ex segretario Maurizio Martina, sconfitto alle primarie dallo stesso Zingaretti: “Vi prego, fermatevi. Fermiamoci. Sui social e non solo. Basta. Ci si parla e ci si confronta con spirito collaborativo se si vuole costruire davvero l’alternativa. E lo si fa nelle sedi giuste. Non così. Così siamo solo respingenti. Invece, dovremmo avere l’ossessione di aprire, unire e rinnovare. Per cambiare tutti; senza ripicche. Conta il paese reale, non il nostro ombelico”, sottolinea Martina. E Deborah Serracchiani sembra intravedere la possibilità che qualcuno prenda la via dell’uscio: “E’ da evitare il ritorno alle lotte intestine: Zingaretti e Gentiloni diano un segnale inclusivo. Se qualcuno vuole uscire, lo faccia subito, non stia a scrutare il momento più utile”.

Nel frattempo, da Washington, dove ha concentrato la sua visita lampo negli Stati Uniti vedendo il segretario di stato Mike Pompeo, ma non certo Trump, Salvini ribadisce: “tratteremo con la Ue da pari a pari” confermando la volontà di realizzare la flat tax: ‘dureremo quattro anni e faremo una manovra trumpiana’. ‘L’Italia è il primo, più credibile, più solido interlocutore degli Usa nell’Unione europea’, ha puntualizzato Salvini.  “Dobbiamo riportare il sogno tra gli italiani. Qui negli Stati Uniti la differenza è che c’è un sogno, la voglia di crescere. Vedo giovani ovunque, quartieri che nascono in poco tempo, strutture sportive”, ha aggiunto. Certo, ha concluso riferendosi all’Ue, “vincoli di spesa, austerità, limiti degli investimenti non aiutano. Ci apprestiamo a trattare da pari a pari con l’Europa. E il taglio delle tasse resta il primo obiettivo che porteremo a casa”.

E Di Maio convoca i suoi ministri per una messa a punto dell’agenda politica e istituzionale. “Ora il prossimo passo è il salario minimo. Restituire dignità a circa 3 milioni di lavoratori sottopagati”, dice Luigi Di Maio ai ministri 5S che ha visto lunedì a Palazzo Chigi. La retribuzione minima “non è la soluzione alla questione salariale italiana o ai problemi del mercato del lavoro italiano”, obietta Andrea Garnero, economista del dipartimento lavoro e affari sociali dell’Ocse. Secondo l’Istat, per le imprese l’aggravio sarebbe di 4,3 miliardi, e di 700 milioni la ricaduta sulla spesa della P.a. Durante la riunione, a palazzo Chigi, il vicepremier Di Maio ha portato sul tavolo una prima proposta sulla riduzione del cuneo fiscale da inserire nella prossima legge Di Bilancio. “Bisogna restituire dignità a milioni di lavoratori sottopagati, ma al contempo occorre aiutare anche le imprese uccise dalle tasse”, ha detto l’esponente del governo nel corso della riunione. Le due proposte, sul salario minimo e sulla riduzione del cuneo, saranno dunque parallele. Nessun rimpasto in vista: durante l’incontro l’argomento, assicurano fonti del Movimento, non sarebbe stato trattato. “Per noi il rimpasto è un tema che non c’è” dicono i 5 Stelle che sottolineano anche gli “ottimi” rapporti con il premier Giuseppe Conte e la rinnovata sintonia di cui ha parlato anche il presidente del Consiglio in Francia. “Con Conte i rapporti sono ottimi e c’è massima collaborazione” sostengono le fonti del M5s.

E tuttavia, l’alter ego di Di Maio, ovvero Alessandro Di Battista, prevede un altro scenario. Mollare il Governo e passare all’opposizione a fronte del comportamento della Lega? “E’ impossibile per noi ma non per salvaguardare la poltrone” ha detto Alessandro Di Battista intervistato da Marco Travaglio. “Noi pensiamo che debba andare avanti perché pensiamo possa portare a termine” il salario minimo e una battaglia nei confronti della Ue, ha aggiunto sottolineando che l’annunciata procedura di infrazione è “vergognosa”. Se la Lega “ogni giorno vuole mettere bocca sulle intercettazioni, criticare i nostri ministri, subdolamente lo fanno”, ha poi osservato vedendo al 50% l’ipotesi di una crisi. Ma qual è la verità nel Movimento 5 Stelle? Crisi o attaccamento sempre più forte alle poltrone del governo? E come si evince da queste cronache politiche, nessuno dei tre partiti più forti in Italia, Lega, Pd e 5Stelle osa trattare il tema divenuto ormai spinoso e inquietante della Giustizia, o meglio della sua ricostituzionalizzazione.

Share