Ue. Macron: Merkel alla presidenza della Commissione. Una mossa del cavallo per sbarrare la strada a Weidmann alla Bce e a Weber. E il suo delfino, il premier Philippe, riceve la fiducia di metà mandato

Ue. Macron: Merkel alla presidenza della Commissione. Una mossa del cavallo per sbarrare la strada a Weidmann alla Bce e a Weber. E il suo delfino, il premier Philippe, riceve la fiducia di metà mandato

Se si candidasse “la sosterrei perché sarebbe un candidato forte, io penso che l’Europa ha bisogno di un volto nuovo e forte”, ha detto il presidente francese Emmanuel Macron, intervistato dalla tv svizzera Rts, rispondendo a una domanda sulla possibile candidatura di Angela Merkel a presidente della Commissione europea. Macron, che ha avanzato tutte le sue perplessità non tanto su Manfred Weber quanto sul meccanismo dello Spitzenkandidat, ha affermato che “l’Europa ha bisogno di una personalità forte, competente”. Ha ricordato che lo lega alla cancelliera un rapporto di “forte amicizia” ed ha detto di non voler parlare al suo posto per i futuri ruoli apicali dell’Unione. Ma se lei si presentasse “la sosterrei” ha concluso il presidente francese.  Nell’intervista, Macron ha confermato le sue riserve rispetto alla candidatura del tedesco Manfred Weber alla presidenza della Commissione: “questi ‘spitzenkandidat’ non li conosce nessuno…”, ha rilevato. Macron, a Ginevra per l’anniversario dell’ILO, non dovrebbe aver avuto bilaterali con Angela Merkel, anche lei nella città svizzera per le celebrazioni. La cancelliera tedesca ha già volte ribadito di non essere interessata a lasciare il suo posto a Berlino per andare a presiedere la Commissione.

In realtà, la mossa di Macron indebolisce ancora di più il bavarese nella corsa per l’esecutivo comunitario. I meno gentili definiscono Weber “un morto che cammina”, e anche se il Ppe continua a fare quadrato sul suo nome, è facile immaginare che la svolta sia dietro l’angolo, quando i quattro principali gruppi politici del Parlamento europeo – Popolari, Socialisti e democratici, liberali e Verdi – proveranno a trovare un’intesa sul nome da sostenere in vista del vertice dei leader europei del 20-21 giugno. “Macron propone Merkel presidente della Commissione Ue? Bella coppia…”, commenta caustico il leader della Lega Matteo Salvini. “La cancelliera Angela Merkel è una persona di grande credibilità sul piano dell’esperienza, della gestione di dossier molto complicati, e sarebbe non un buon ma un ottimo candidato per la presidenza della commissione Ue. A quanto ne so però, non pensa a questo impegno”, interviene invece il premier Giuseppe Conte, che nella partita delle nomine insiste nel “rivendicare” per l’Italia “una posizione di primo piano”. Non gli Affari economici, “per una questione di eleganza”, visto il “confronto sulla procedura d’infrazione”, ma di certo un altro “portafoglio economico consistente”, ribadisce. Ma la mossa di Macron è davvero “un attestato d’amicizia” verso Merkel, come interpreta Conte, o è piuttosto un ballon d’essai? La cancelliera tedesca per il momento non reagisce: è lecito domandarsi se qualcosa di nuovo non sia in ebollizione nel calderone delle trattative sotterranee del Risiko sulle nomine, che prevede anche la cruciale decisione sulla leadership della Banca centrale europea. “Nessuno direbbe di no se Merkel volesse prendere il posto di Juncker”, secondo fonti diplomatiche europee. Al contrario, la candidatura del presidente della Bundesbank Jens Weidmann alla Bce appare ben più divisiva. Un falco che “getta un’ombra” sull’Eurotower, la “scelta più rischiosa”, avverte infatti il Financial Times. Meglio piazzati per succedere a Mario Draghi appaiono i finlandesi Olli Rehn e Erkki Liikanen, visti tutto sommato come una soluzione di compromesso. Ma anche il governatore della Banca di Francia, Francois Villeroy de Galhau, che secondo indiscrezioni l’Italia sembra intenzionata ad appoggiare. Intanto sul fronte del Parlamento europeo, l’eurodeputato della Lega Marco Zanni è stato eletto presidente del gruppo sovranista ‘Identità e democrazia’, la nuova famiglia politica nata dalle ceneri dell’Europa delle Nazioni e delle Libertà’ (Enf), di cui fanno parte anche i parlamentari del Rassemblement National di Marine Le Pen e i tedeschi di AfD. E anche l’Alde, con l’arrivo del drappello dei macroniani capitanati da Nathalie Loiseau, ha cambiato nome: d’ora in poi sarà ‘Renew Europe’.

Emmanuel Macron nel frattempo si sfila e lascia che sia il suo premier Edouard Philippe a parlare di fronte all’Assemblea nazionale e al Senato delle grandi linee della politica del governo, a partire dalla legge sull’estensione del diritto alla procreazione assistita a tutte le donne, incluse le donne single e omosessuali che sarà presentata in consiglio dei ministri entro luglio e il bando nell’Amministrazione pubblica di tutti i prodotti in plastica monouso. Philippe ha parlato questo pomeriggio di fronte all’Assemblea nazionale, e domattina riproporrà lo stesso discorso al Senato. Il presidente francese, che aveva annunciato in campagna elettorale la sua intenzione di riunire il Parlamento in Congresso a Versailles a luglio, ha rinunciato, sulla scia delle proteste dei Gilet Gialli e del clima politico non più a suo totale favore. Philippe ha anche anticipato la possibilità di sottoporre a referendum misure di transizione ecologica, dopo che a innescare la protesta dei Gilet Gialli era stata l’introduzione, poi revocata, di aumenti delle accise sui carburanti. E assicurato che nella riforma delle pensioni non si toccherà l’età di 62 anni ma si introdurranno incentivi per chi sceglie di lavorare più a lungo.

Così, il governo di Edouard Philippe ha ottenuto oggi la fiducia dei deputati dell’Assemblea Nazionale con 363 voti a favore, 163 contrari e 47 astensioni dopo il discorso di politica generale di metà mandato, definito la “fase 2” del governo. Il risultato è leggermente meno positivo per il governo rispetto alla volta precedente, quando – dopo il trionfo elettorale della neonata Republique en Marche – Philippe ottenne la fiducia con 370 voti contro 67 e un numero record di astensioni, 129. Si trattò, in quel caso, di un risultato storico: la più debole opposizione su un voto dopo il discorso di politica generale dal 1959. Il rischio di cadere sul voto di fiducia, per Philippe, era puramente teorico, avendo La Republique en Marche, il partito di Emmanuel Macron, insieme con i centristi del MoDem loro alleati, oltre 350 deputati su 577.

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