La parabola discendente dei 5Stelle. Subiscono Salvini e la Lega, votando di tutto di più. I leader se le suonano di santa ragione. Ma il loro nemico è la Cgil, e il suo leader

La parabola discendente dei 5Stelle. Subiscono Salvini e la Lega, votando di tutto di più. I leader se le suonano di santa ragione. Ma il loro nemico è la Cgil, e il suo leader

La compattezza delle truppe è il problema principale del Movimento 5 Stelle ‘di governo’. Non è un caso, infatti, che Luigi Di Maio abbia rievocato l’iconografia della testuggine romana per chiedere unità ai suoi nel braccio di ferro con la Lega, dovuto principalmente al timore che stia organizzando “l’imboscata” entro luglio per aprire la crisi e tornare alle urne alla fine di settembre. Evitare “destabilizzazioni interne” in questa fase, consentirebbe dunque al capo politico almeno di far valere il peso dei parlamentari, oltre 300, nel face-to-face con Matteo Salvini. E, magari, può tornare utile per prendere i proverbiali ‘due piccioni con una fava’, rimettendo al “loro posto” i competitor interni, da Alessandro Di Battista in giù.

Da tempo il M5S è affetto dal ‘virus’ del correntismo, tipico dei partiti tradizionali, della Democrazia cristiana, soprattutto, pur senza averne le caratteristiche istituzionali, da cui pensava di essere immune. Invece lo scontro con la realtà è stato durissimo e oggi le diverse anime si vedono a occhio nudo: c’è chi si rifà al pensiero di Dibba, un’altra vicina al presidente della Camera, Roberto Fico, un’altra ancora più affine alle idee di Davide Casaleggio e, infine, quella che non si è mai allontanata da Beppe Grillo. La differenza con le correnti ‘classiche’ è che nei Cinquestelle non esistono ‘signori delle tessere’ (le iscrizioni sono tutte online e gestite dall’Associazione Rousseau), né capibastone (i meetup sono in disuso da tempo). Oltretutto non ci sono vere e proprie strutture sui territori, ecco perché Di Maio ha un’agenda fitta di incontri pubblici con i militanti: per discutere delle modifiche interne, ma soprattutto fidelizzare la base. Il leader vuole prepararsi anche al peggio (le elezioni anticipate). Nel frattempo a Roma la diaspora non sembra destinata a fermarsi a Paola Nugnes. La senatrice napoletana, da sempre in sintonia con Fico, ha salutato il Movimento dopo 10 anni, ma alla finestra ci sono altri ‘veterani’ ormai convinti di non avere più spazio politico nel M5S. Tra gli osservati speciali c’è la ‘dissidente’ Elena Fattori, molto critica con Di Maio: “Non è umano avere due ministeri, il vicepremierato ed essere il capo politico di una forza così complessa”. Non sarà Dibba, però, il suo ‘approdo’: “La soluzione non è percorribile per me. Troppo semplice tornare dal Sud America e, mentre pensa di ripartire per l’India, dire cosa va o cosa non va”. L’estate, insomma, si preannuncia rovente in casa pentastellata.

Da una parte subisce i diktat dell’alleato leghista…

 Un calderone di provvedimenti e il governo che fa fatica a mettere ordine. Flat tax, minibot, salario minimo e non ultimo il traguardo da raggiungere a tutti i costi: evitare la procedura di infrazione, su cui il 2 luglio si esprimerà l’Europa. Il premier Giuseppe Conte e il titolare del Mef, Giovanni Tria, lavorano a testa bassa, l’obiettivo è portare nel Consiglio dei ministri di mercoledì un assestamento di Bilancio, una sorta di nota di aggiornamento al Def anticipata, che attesti un deficit più basso (2 o 2,1 per cento del Pil) per il 2019. Il tutto poi da presentare in Parlamento, un passaggio che certificherà un miglioramento dei conti per evitare, almeno per ora, la scure dell’Ue. Questo lo schema, ma sui contenuti le due anime del governo giallo-verde fanno davvero fatica a mettersi d’accordo. La Lega spinge sulla flat tax “a tutti i costi”. Con il vicepremier Luigi Di Maio che apre alla misura in deficit ma avverte Salvini: “Il tema non è anticipare la manovra all’estate o meno, ma capire cosa metterci dentro. Sono pronto a farla in deficit se si creano posti di lavoro”. Il botta e risposta nasce spontaneo con il viceministro dell’Economia, Massimo Garavaglia, che sarcastico attacca il leader pentastellato: “Le coperture per la flat tax ci sono, ma non lo dico se no Di Maio me le ruba”. Il leader M5S non se la lascia scappare e tuona: “Non si deve giocare a nascondino con 15 miliardi per fare la flat tax, devono dirlo agli italiani. Io spero che siano 15 miliardi freschi, di risorse senza che si tolga nulla agli italiani”. Lo scontro si alza e tocca inesorabilmente il tema caro al Movimento5Stelle: il salario minimo. Il titolare del Mise non molla la presa, ma dal Carroccio arriva la bordata di Garavaglia: “Siamo un po’ preoccupati, l’unica cosa che non si può fare in questo momento è aumentare i costi alle aziende”.

E dall’altra attacca la Cgil e Landini, coronando l’antico sogno di Beppe Grillo: far fuori partiti e sindacati

Sempre più subalterni a Salvini, Giorgetti e alla Lega, i 5Stelle non trovano di meglio che attaccare a testa bassa e con falsità la Cgil, e il suo leader Landini, soprattutto dopo le grandi manifestazioni contro il loro governo. Incredibile ma vero: i 5Stelle governano con Salvini, hanno votato di tutto e di più, gli hanno garantito l’immunità parlamentare, perché avrebbe meritato un processo, ed ora sostengono che la colpa d tutto è della Cgil. Per dovere di cronaca, riportiamo soltanto alcune delle ridicole accuse del Movimento di Di Maio. “L’atteggiamento ostile dei sindacati verso riforme che, finalmente, mettono al centro il lavoratore, lascia interdetti e preoccupa. Questi attacchi continui alla nostra proposta sul Salario Minimo Orario Legale, portati a braccetto con Confindustria, ispirano alcune domande: da che parte stanno i sindacati? E, soprattutto, dove sono stati finora? Quali interessi rappresentano? Perché continuano ad accettare salari da fame da 3-4 euro l’ora e non sostengono un salario legale di minimo 9 euro lordi l’ora? E se 9 euro l’ora sono troppi per un lavoratore, cosa pensano degli stipendi e delle pensioni d’oro di molti sindacalisti? I sindacati dovrebbero tornare a rappresentare seriamente i lavoratori e battersi per i loro diritti. Non pensare solo a chiedere i voti per i loro partiti di riferimento e a curare il loro portafoglio?”. Insomma, dopo dieci anni di battaglia per l’antipolitica, ora le manganellate qualunquiste al sindacato e ai sindacalisti .

Per il M5s “la Cgil ci accusa di essere assente nelle grandi vertenze. Ma proprio oggi i nostri Ministri sono a Taranto per il tavolo istituzionale permanente. Non era mai successo. Luigi Di Maio ha reintrodotto la Cassa integrazione per cessazione, eliminata da Renzi, che ha dato respiro a migliaia di famiglie finite sul lastrico, e sta lavorando giorno dopo giorno per risolvere le tante vertenze ereditate dagli anni passati. Sta facendo cioè quello che i sindacati hanno smesso di fare da molti anni!” Allo stesso modo “la Cgil ci accusa di dividere l’Italia con l’Autonomia quando sanno benissimo che la nostra posizione dichiarata presuppone il rispetto della solidarietà nazionale sancita dalla Costituzione italiana” e “ci attaccano sulla Flat Tax, ma abbiamo sempre detto che non sarà per i ricchi ma a favore delle famiglie impoverite, e sull’immigrazione, quando per la prima volta è stata impostata una politica migratoria da Paese serio, responsabilizzando l’Europa sulla ridistribuzione dei migranti”. Che si tratti di accuse infondate basate su prevenzioni ideologiche di destra, non si farà fatica a capirlo. Ma se così stanno le cose, altro che Democrazia cristiana. Questi 5Stelle sono assai più a destra di Salvini. E lo sanno.

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