Mario Michele Pascale. Isole Falkland: l’ombra di una guerra mai dimenticata e le nuove rivendicazioni argentine. La Brexit mette a repentaglio l’economia delle isole, spingendola tra le braccia di Buenos Aires

Mario Michele Pascale. Isole Falkland: l’ombra di una guerra mai dimenticata e le nuove rivendicazioni argentine. La Brexit mette a repentaglio l’economia delle isole, spingendola tra le braccia di Buenos Aires

Il 2 aprile 1982 l’Argentina invade le isole Falkland. Poco più di dodicimila chilometri quadrati di isole a largo della costa sud americana. Le Falkland, chiamate dagli argentini Malvinas, non hanno ingenti risorse naturali. Anche se sono presenti giacimenti di idrocarburi si stima che la loro consistenza sia esigua. L’economia si basa sull’allevamento delle pecore e sulla pesca.

Verso il continente artico: l’importanza strategica delle Falkland

Le isole hanno una qual certa importanza per la loro posizione strategica: sono vicine alla costa argentina e al polo Sud. Il trattato antartico di Washington del 1959, che divenne pienamente operativo, previa ratifica di tutti i partecipanti, nel 1961, impone ai paesi firmatari di interrompere le loro richieste di sovranità sul continente e di rinunciare allo sfruttamento economico o all’utilizzo per scopi bellici dell’Antartico. Con il testo dell’accordo vengono vietate le operazioni militari e ogni attività che implichi esplosioni nucleari o depositi di materiale radioattivo. Il trattato, firmato da Argentina, Australia, Belgio, Cile, Francia, Giappone, Norvegia, Nuova Zelanda, Regno Unito, Stati Uniti, Sud Africa e Urss, ha visto l’adesione di molti altri paesi aventi, a vario titolo, interesse nell’esplorazione del continente. Tra essi anche l’Italia, che ha ratificato la carta il 18 marzo 1981. Il punto debole del trattato di Washington sta nel suo carattere provvisorio. Le rivendicazioni sono “interrotte” e non bandite. L’articolo 1 del testo “non impedisce l’impiego di personale militare o equipaggiamento militare per scopo scientifico o per altri scopi pacifici”. Si lascia, con questa dizione, un ampio margine di discrezionalità dando, nei fatti, la possibilità di far entrare, nel continente, truppe ed armi. E’ chiaro che maggiore è la prossimità territoriale ai ghiacci antartici, più forte potrebbe essere la rivendicazione su quei territori, ricchissimi di materie prime ad oggi mai sfruttate. Questa la vera importanza geo politica delle Falkland.

Gli americani non pagano i loro debiti

L’umanità ha sviluppato, nel corso dei secoli, la straordinaria abilità di comporre i dissidi sulla base dell’interesse concreto e di scannarsi con estrema facilità sulle questioni di principio. Nell’antica Bisanzio si poteva perdere la vita discorrendo della natura umana o divina di cristo. Nelle isole Malvinas 255 inglesi, di cui tre civili, e 649 argentini sono morti principalmente per una questione di prestigio nazionale. Il governo del generale Leopoldo Galtieri, alle prese con una gravissima crisi economica e con un malcontento popolare montante, decide di giocare la carta del nazionalismo, ridando vita all’antica disputa sulla sovranità delle Falkland. Galtieri era sicuro di sé per due motivi: da un po’ di tempo l’Inghilterra si disinteressava dei suoi territori d’oltremare in un’ottica di ri definizione di quel che rimaneva del suo impero coloniale e aveva ritirato gran parte delle forze armate dalle isole. Con questo Galtieri, che era succeduto ad una serie di illustri predecessori come Jorge Rafael Videla, Roberto Eduardo Viola e Carlos Alberto Lacoste, voleva incassare quanto dovuto dagli Stati Uniti per la collaborazione del governo argentino nell’operazione Condor, voluta dalla CIA e volta a reprimere la presenza socialista e comunista in Sud America. In Argentina l’operazione passò alla storia come la “guerra sporca”, mietendo decine di migliaia di vittime e dando avvio al dramma dei desaparecidos. In territorio argentino, accanto alle unità di élite dell’esercito, operava, in maniera informale, l’elite delle destra mondiale, “degnamente” rappresentata dal macellaio di Lione, Klaus Barbie, e da un giovane Stefano delle Chiaie. Il governo argentino non aveva dubbi: anche se gli Stati Uniti erano legati alla Gran Bretagna da una serie di trattati, non ultimo l’alleanza atlantica, sarebbero prevalse le ragioni dell’accordo interamericano di assistenza reciproca, che legava Buenos Aires e Washington. L’amministrazione Reagan era divisa sulla questione: il segretario di Stato Alexander Haig ed il segretario di Stato per gli affari politici, Lawrance Eagleburger, optavano per un appoggio alla Gran Bretagna. L’ambasciatrice alle Nazioni Unite, Jeane Kirkpatrick sosteneva il principio del sostegno a qualsiasi regime anti comunista. In quanto ad anti comunismo l’Argentina eccelleva. Alla fine del mese di aprile 1982 Reagan sciolse il nodo gordiano dichiarando che gli Stati Uniti avrebbero appoggiato la Gran Bretagna. Evidentemente i legami tra militari argentini e consistenti pezzi degli apparati statunitensi erano molto forti: nel giugno 1982 la Kirkpatrick oppose il veto americano ad una risoluzione del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che prevedeva un immediato “cessate il fuoco”, che favoriva nettamente gli inglesi, salvo rimangiarsi la propria posizione dieci minuti dopo dopo essere stata raggiunta telefonicamente da Reagan. Ufficialmente il disguido venne spiegato con generici “problemi di comunicazione”. Nei fatti l’ambasciatrice americana presso le Nazioni Unite svolgeva una propria politica personale in netto contrasto con quella del presidente degli Stati Uniti.

Lo schiaffo suicida di Leopoldo Galtieri ai comunisti

La Russia tentò di ritagliarsi un ruolo nella crisi delle Falkland. Sia Breznev che Andropov, rispettivamente segretario generale del PCUS e capo del KGB, si espressero a favore di Buenos Aires. Galtieri rifiutò sdegnosamente le offerte dei comunisti, isolandosi a livello internazionale. Il sostegno americano, unitamente all’isolamento politico della casa rosada, furono determinanti per l’esito della guerra. Gli inglesi ripresero le Falkland.

Quid est veritas?

Chi ha ragione sulla disputa delle Falkland/Malvinas? Anche esulando dagli esiti militari e ragionando in termini di diritto la risposta non è semplice. Nel diritto internazionale il principio dello “uti possidetis juris” prevede l’obbligo di un nuovo soggetto statale di rispettare le frontiere stabilite dal predecessore. Il principio è stato applicato nella fase di de colonizzazione quando i nuovi stati sorsero lungo i confini amministrativi dei vecchi imperi coloniali, anche nell’America del Sud. Applicando questa norma le Malvinas sono argentine indipendentemente dalla cultura e provenienza della gente che abita sui territori. I kelpers (nome degli abitanti delle Falkland)  sarebbero cittadini argentini di lingua inglese. Se invece applichiamo il principio della “piattaforma continentale”, che prevede che la parte sommersa dei continenti è il naturale prolungamento della terraferma, applicando la convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982, dobbiamo giungere alla conclusione che le Malvinas sono argentine. Se invece applichiamo il “principio di autodeterminazione dei popoli”, le Falkland sono inglesi. Tale norma implica la considerazione dei diritti dei popoli in contrapposizione a quelli degli stati intesi come apparati di governo. I kelpers sono un popolo con lingua, cultura e tradizioni proprie diverse da quelle argentine. Hanno diritto ad autodeterminarsi politicamente.

Brexit: questione di calamari…

Ad oggi i sentimenti patriottici dei due schieramenti sono più vivi che mai. In Argentina quasi ogni grande città ha un monumento dedicato ai caduti della guerra delle Falkland. E il sentimento nazionalistico non è patrimonio delle destre, ma è diffuso in tutto il paese. Dopo il referendum sulla brexit il ministro degli esteri argentino, Jorge Faurie, non ha fatto mistero di voler intensificare gli sforzi verso una nuova rivendicazione di sovranità. L’uscita del Regno Unito dall’Europa fa venire meno il vincolo di mutuo soccorso in caso di contrasto per l’attribuzione di sovranità territoriale. L’Inghilterra si troverebbe da sola. Un secondo punto a favore di Buenos Aires consiste nel fatto che la brexit colpisce al cuore l’export dell’Isola che, trovandosi di fronte dazi doganali per i suoi tradizionali mercati europei, non avrebbe altra alternativa che rivolgersi al mercato argentino. In maniera molto sorniona il ministro Faurie  ha mosso l’alfiere sulla scacchiera politica, dichiarando: “i kelpers possono rivolgersi all’Argentina per le cure mediche specialistiche e per qualsiasi altra urgenza”.

I kelpers, invece, hanno ribadito in ben due referendum, nel 1986 e nel 2013, di voler rimanere sudditi di sua maestà britannica nella forma di British Overseas Territory, territorio d’oltremare britannico.

Questo però si scontra con la realtà dell’economia delle isole. L’allevamento di pecore, storica occupazione degli isolani, contribuisce al PIL nella misura del 10%. Il 40% della ricchezza delle Falkland è costituita dalla pesca dei calamari. Il pescato, gestito da pescherecci per la gran parte spagnoli, con equipaggio iberico, viene sbarcato a Cadice e di lì raggiunge ogni angolo d’Europa. La Brexit farebbe ritornare i dazi previsti dal WTO, l’organizzazione mondiale per il commercio, compresi tra l’8 e il 18%. L’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea non colpisce solo l‘economia, ma rappresenterebbe un durissimo colpo demografico per l’isola: su di un totale di 3398 persone censite nel 2016 gli spagnoli sono circa 1700. Un trasferimento dei pescherecci in altre acque ridurrebbe la popolazione residente del 50%.

… e di pinguini

Ma ancora più a rischio degli uomini sono i veri abitanti delle isole: i pinguini. Gli uccelli sono quasi un milione e vengono curati e sfamati grazie ai contributi dell’Unione Europea. Senza il denaro di Bruxelles la colonia dei pinguini non potrebbe più sopravvivere. E già sopravvive per miracolo perché, in gran parte, abita le spiagge minate a suo tempo dagli argentini: il loro peso esiguo non fa scattare le mine anti uomo. La comunità locale è troppo piccola per accollarsi gli oneri della protezione di questi volatili. Teslyn Barkman, membro dell’assemblea legislativa delle Falkland, ha chiesto al governo inglese, parafrasando involontariamente Pietro Nenni, che “nessun pinguino resti indietro”.

Share