Il pasticcio del decreto di revoca di Siri, da riscrivere: il Colle evidenzia problemi e non lo firma. Alla Camera la Giornata per le vittime del terrorismo

Il pasticcio del decreto di revoca di Siri, da riscrivere: il Colle evidenzia problemi e non lo firma. Alla Camera la Giornata per le vittime del terrorismo

Quello che ufficializzava la rimozione di Armando Siri doveva essere un decreto di poche righe, sulla falsariga dei precedenti. Ma così non è stato e la situazione si è ingarbugliata tanto che si è avviata una fitta e inusuale interlocuzione tra Palazzo Chigi e Quirinale che ha prodotto oggi una versione finale del testo, riveduta e corretta. Diventa così un caso anche il decreto per la decadenza del leghista Armando Siri dall’incarico di sottosegretario. Un passaggio, in particolare, fa rallentare la firma del presidente Mattarella: è quello che fa riferimento alla fiducia accordata al premier dal Consiglio dei ministri e al principio della presunzione di innocenza. E’ un passaggio irrituale, che non ha precedenti, e che spinge il Colle a chiedere una formulazione più consona. E Palazzo Chigi lo stralcia. Il testo finale del decreto, che accoglie i rilievi del Colle, dovrebbe arrivare al Quirinale in serata. Conte lo firmerà, assicurano da Palazzo Chigi, al suo ritorno dal vertice europeo di Sibiu e subito dopo sarà ripresentato al Quirinale. Ma a ricostruire la vicenda del decreto al centro ieri di un tesissimo Consiglio dei ministri, emergono gli strascichi di un braccio di ferro che si è riverberato fino nei testi. Sarebbe stata infatti la Lega, spiegano dagli uffici di Chigi, a volere inserire nel testo un’aggiunta al dispositivo, non contenuta in nessuno dei precedenti. I “modelli” cui fare riferimento sarebbero stati segnalati ai tecnici di Palazzo Chigi dai colleghi del Colle. Il presidente del Consiglio dispone la revoca del sottosegretario “sentito il Consiglio dei ministri”. Questo è stato scritto in casi simili, in passato. Ma nella versione del decreto Siri che giunge al Colle – e che avrebbe dovuto avere il sigillo presidenziale – spunta una postilla: “Il Consiglio dei ministri ribadisce la sua fiducia nel presidente Conte e afferma il principio di presunzione d’innocenza”. Il passaggio, a quanto si può ricostruire, viene inserito nel decreto con virgolette. E invece, obiettano al Colle, il decreto deve disporre la revoca dell’incarico di sottosegretario. Null’altro. In giornata, nell’interlocuzione col Quirinale, il testo viene ripulito dal passaggio inedito. Resta, però, nella versione finale del decreto una premessa di una decina di righe che ne spiega le motivazioni. Conte dispone la revoca “considerata” la vicenda giudiziaria le cui indagini sono in corso e la gravità dell’accusa mossa al senatore leghista. Una premessa che sarà certamente analizzata con attenzione dagli uffici del Colle.

Maurizio Landini, segretario generale Cgil, ricorda Peppino Impastato

“Questo è il Paese dei depistaggi. Se ci pensiamo, da Portella della Ginestra in avanti ci sono stati depistaggi di ogni genere. Quello che sta succedendo in questi giorni in Italia dimostra come il livello di corruzione e di coinvolgimento della malavita organizzata in pezzi interi dell’economia reale sia un tema aperto e non risolto”. Così il segretario generale della Cgil Maurizio Landini, oggi a Palermo per un’iniziativa del sindacato e nel pomeriggio a Cinisi per partecipare al corteo per il quarantunesimo anniversario dell’omicidio di Peppino Impastato. “La manifestazione di oggi – ha concluso – non è solo un ricordo, ma è un evento di chi si vuole battere davvero per cambiare questo Paese”.

La celebrazione alla Camera della Giornata per le vittime del terrorismo

Nel giorno del ritrovamento del corpo di Aldo Moro, le istituzioni onorano il ricordo delle vittime del terrorismo e delle stragi. Uomini e donne uccisi per le loro idee, per il loro coraggio, per il loro ruolo nella società. Vittime inermi di un fuoco incrociato tra eversione di destra e di sinistra. Il Giorno della memoria, che si tiene ogni anno il 9 maggio, è iniziato in Via Caetani, dove 41 anni fa le Brigate Rosse lasciarono, a bordo di una Renault 4 rossa, il cadavere di Moro. Qui, sotto la lapide dello statista della Dc, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha deposto una corona di fiori. Con lui i presidenti di Camera e Senato, Roberto Fico ed Elisabetta Casellati, il vicepremier Luigi Di Maio, la sindaca di Roma Virginia Raggi e il governatore del Lazio Nicola Zingaretti. La commemorazione è proseguita con la cerimonia che si è tenuta alla Camera dei deputati, dove Mattarella è stato accolto da un lungo applauso. Sugli scranni dell’Aula i familiari delle vittime. A 50 anni dal primo attentato a piazza Fontana, rimangono ancora processi aperti, pagine da chiarire e nodi irrisolti di quella tragica stagione che è stata lo stragismo.

“Occorre comprendere come proseguire in questo percorso di verità e di trasparenza che è essenziale per lo Stato e per la salute della democrazia”, ha detto Roberto Fico, che ha sottolineato come i risultati della direttiva sulla desecretazione degli atti siano ancora insoddisfacenti. “Auspico pertanto che tutte le autorità competenti, facciano la loro parte”, ha sottolineato il presidente della Camera che ha poi chiesto di assicurare alla giustizia tutti coloro che, sotto le diverse sigle di destra e di sinistra, si sono macchiati di gravi reati e hanno poi trovato riparo all’estero. “Bisogna coltivare il ricordo. Non c’è Paese senza memoria. Non ci può essere un’idea di futuro senza gli insegnamenti del passato”, ha detto la presidente del Senato Elisabetta Casellati che ha voluto rivolgere un pensiero alle vittime che non hanno mai avuto una pagina dedicata nei manuali di storia: dagli agenti delle scorte, ai morti nelle stragi. A prendere la parola a Montecitorio sono stati poi i familiari delle vittime: Carlo Arnoldi, figlio di Giovanni, ucciso dalle bombe di piazza Fontana; Benedetta Tobagi, figlia del giornalista Walter Tobagi, morto per mano della Brigata XXVIII marzo e Olga Di Serio, vedova del professore Massimo D’Antona. Se c’è un appunto da fare è per l’assenza tra gli oratori di Sabina Rossa, figlia di Guido Rossa, sindacalista comunista ucciso dai brigatisti a Genova, dal cui omicidio partì la controffensiva del movimento operaio contro il terrorismo.

Le parole durissime della studentessa Francesca Moneta

Dagli oratori, comunque, è pervenuto un appello alle istituzioni per un impegno concreto a sostegno della verità e della trasparenza. Tre minuti di intervento, tre applausi scroscianti, uno dei quali condiviso dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella e dai presidenti di Senato e Camera. Francesca Moneta, studentessa della IV C del liceo statale Virgilio di Milano, non dimenticherà facilmente il Giorno della memoria delle vittime del terrorismo e delle stragi e il suo intervento davanti agli scranni e alle tribune dell’aula di Montecitorio, dove sedevano i parenti dei morti nelle piazze, sui treni o alle stazioni per mano del terrorismo. Francesca, come molti suoi coetanei liceali o più giovani provenienti dalle medie, ha partecipato con la sua classe al concorso nazionale “Tracce di memoria”, indetto per non cancellare dal ricordo collettivo la stagione della Strategia della tensione, che sfociò poi negli anni di piombo. La sua classe, insieme a altri istituti, è stata premiata ed è stata lei a ritirare il riconoscimento dalle mani di Mattarella. Un po’ emozionata, ma con voce ferma, Francesca Moneta, studentessa del liceo statale Virgilio di Milano, prende la parola in Aula alla Camera, al termine della commemorazione del Giorno della memoria delle vittime del terrorimo. Dopo aver ripercorso gli anni passati con le “violente contrapposizioni politiche”, Francesca ha guardato ai giorni nostri tirando una stoccata agli attuali politici. “Anche noi viviamo un momento particolarmente difficile della nostra storia repubblicana. I valori democratici fondanti la nostra convivenza civile – ha detto – sono messi in discussione persino da chi riveste incarichi di governo”. Un lungo applauso si è levato in Aula. Francesca ha quindi ripreso il suo discorso. “Parole e gesti violenti – ha sottolineato -, amplificati a dismisura dai social media, diffondono un clima di difidenza e odio nella società civile e mirano a screditare le istituzioni nazionali ed europee, che sono nostre e che dovremmo imparare a tutelare e difendere strenuamente, per il bene di tutti noi”.

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