Alfiero Grandi. Una nuova sfida per la Costituzione e la democrazia: l’assurda riforma pentaleghista della riduzione del numero dei parlamentari

Alfiero Grandi. Una nuova sfida per la Costituzione e la democrazia: l’assurda riforma pentaleghista della riduzione del numero dei parlamentari

Forse conquistare palazzo Chigi provoca una forma di ebbrezza che porta alla tentazione irresistibile di cambiare ad ogni costo la Costituzione. Questo ricorda la cerimonia che si svolge in una strada di Hollywood sulla quale, per essere considerato/a star del cinema, occorre lasciare l’impronta delle proprie mani. La modifica della Costituzione voluta da questa maggioranza punta a ridurre il numero dei parlamentari senza alcun riguardo a quale deve essere il ruolo del parlamento, alla sua centralità in una democrazia rappresentativa come la nostra, all’esigenza di stabilire un numero di parlamentari tale da assicurare una rappresentanza adeguata del territorio e delle diverse opinioni politiche. La riduzione del numero dei parlamentari attualmente in discussione ha in pratica motivazioni solo di risparmio, senza alcun riguardo al ruolo che il parlamento deve svolgere. Questa modifica della Costituzione può essere l’inizio di un cambio preoccupante della sostanza della democrazia nel nostro paese, delle sue regole, della sua capacità di composizione dei conflitti. Banalizzare la riduzione è un errore che potrebbe portare a conseguenze pesanti, forse imprevedibili.

Il parlamento ha un ruolo centrale nella nostra Costituzione e le motivazioni sul taglio del numero dei parlamentari sono assolutamente al di sotto della sua importanza nel nostro assetto istituzionale. Infatti portando il ragionamento alle estreme conseguenze si potrebbe arrivare – per assurdo – a sostenere l’abolizione totale del parlamento risparmiando così tutti i costi relativi, peccato che la democrazia avrebbe un grave tracollo. Per un lungo periodo è prevalsa l’opinione che in Italia il problema di fondo fosse rafforzare il ruolo del governo, considerato troppo debole. Ammesso che questa riflessione avesse un fondamento anni or sono, attualmente il ruolo del governo è certamente debordante e il vero problema oggi è ridare funzione, capacità e possibilità di avere un ruolo adeguato ad un parlamento di cui sono state compresse fino all’impensabile le funzioni. Se qualcuno si chiede come mai il livello dei parlamentari è calato a livelli preoccupanti, come la considerazione sociale del loro ruolo, dovrebbe chiedersi se da ormai molto tempo non sia stato fatto di tutto, prima nell’ambito delle norme, poi modificando i regolamenti, infine più di recente aggredendo le funzioni costituzionali per ridurre il parlamento ad un ruolo del tutto subalterno al governo, quasi di mera ratifica dei provvedimenti.

I governi da almeno due decenni usano a piene mani i decreti legge, che come è noto entrano immediatamente in vigore e debbono essere convertiti entro 60 giorni dal parlamento. Così di fatto i governi decidono le scelte del parlamento e ne influenzano le decisioni, spesso invocando ragioni di urgenza – per i decreti – che non hanno fondamento. Questo governo non fa eccezione. Di più: ha imparato in fretta dai vizi di quelli precedenti che l’intreccio tra decreti legge e uso dei voti di fiducia può trasformare i parlamentari in soldatini del voto, a favore ovviamente. Perfino le giravolte politiche e le contraddizioni del governo vengono scaricate sul parlamento, come nel caso della legge di bilancio alla fine del 2018, che i parlamentari hanno votato a scatola chiusa, senza poterla leggere e tanto meno modificare. Le scelte verticistiche delle candidature prima delle elezioni grazie ad una legge elettorale che esalta il ruolo dei capi e poi la richiesta a raffica di voti di fiducia, con in più le minacce ai dissidenti stanno ribaltando il rapporto tra governo e parlamento.

Il governo, secondo Costituzione, dovrebbe essere l’esecutivo che attua le decisioni parlamentari. Ora è un mondo capovolto. Il governo decide e i parlamentari (della maggioranza) debbono approvare, perfino a scatola chiusa. In questo governo poi c’è un direttorio ristretto, composto da presidente del Consiglio e dai due vicepresidenti. I due vicepresidenti del Consiglio sommano al loro ruolo nel governo quello di capi dei rispettivi partiti, che gestiscono in modo centralizzato. Così il gioco è fatto: un gruppo ristretto decide le scelte del governo. A sua volta il governo impone le sue decisioni al parlamento, a cascata. Il taglio dei parlamentari finisce con l’essere una tappa di questo percorso. La democrazia parlamentare disegnata nella nostra Costituzione così è destinata a cambiare in modo sostanziale. Come ci si può meravigliare se i parlamentari svolgono un ruolo non adeguato alle aspettative: è esattamente quello che si vuole per giustificarne la riduzione. Un parlamentare autonomo, pensante, che risponde del suo operato agli elettori e usa i poteri che gli attribuisce la Costituzione è il sale della democrazia rappresentativa.

La riduzione dei parlamentari dovrebbe essere coerente con una visione alta del funzionamento del parlamento, invece è motivata essenzialmente con il risparmio degli stipendi. Ci possono essere revisioni del numero dei parlamentari, ma dovrebbero essere motivate con il miglioramento del funzionamento della democrazia. Pochi finora hanno notato che alla proposta di ridurre il numero dei parlamentari con la sola motivazione di risparmiare è collegata l’approvazione di una legge elettorale che rende eterna quella attuale (rosatellum). Legge che sottrae di fatto agli elettori la possibilità di decidere i loro rappresentanti, perché se voti il partito ti prendi il parlamentare che a sua volta si porta dietro una catena di altri parlamentari (il proporzionale) e tutti i nomi sono decisi dal capo del partito. Rodotà anni or sono aveva ipotizzato di arrivare alla sola Camera dei deputati, purché con più poteri ed eletta con legge proporzionale, garantendo la possibilità agli elettori di scegliere direttamente i loro rappresentanti. Riduceva il numero dei parlamentari ma in un quadro di allargamento della democrazia e di stabilizzazione del rapporto tra parlamento, governo ed elettori.

Per di più pesa l’eco delle dichiarazioni politiche di importanti ispiratori di questa maggioranza che hanno sostenuto che il ruolo del parlamento sarebbe in esaurimento. Inoltre è bene non dimenticare che nel programma del centro destra c’è il Presidenzialismo, che rappresenterebbe uno stravolgimento della Costituzione nata dalla Resistenza. La camicia di forza di pochi capi che decidono tutto è troppo stretta per funzionare come democrazia reale. Se la Camera confermerà il testo della legge costituzionale arrivato dal Senato per la riduzione dei parlamentari e deciderà di rendere eterno il rosatellum vorrà dire che la maggioranza ha chiuso gli spiragli al confronto. Almeno il parlamento eviti un’approvazione con i 2/3, decisione che impedirebbe ai cittadini di chiedere il referendum costituzionale: prepariamoci alla sfida.

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