Roberto Bertoni. Il Primo Maggio, i giovani e la Festa del non lavoro

Roberto Bertoni. Il Primo Maggio, i giovani e la Festa del non lavoro
Cos’è davvero il 1° maggio? Troppo facile e troppo comodo definirla Festa del lavoro, in un Paese in cui questo prezioso elemento è alla base dell’articolo 1 della Costituzione ma non è realmente presente nell’assetto della società. Ed ecco che siamo al cospetto di una Costituzione violata, offesa, tradita, di una democrazia svuotata di senso e di una giustizia sociale assente.
Le nuove generazioni, da questo punto di vista, sono le più penalizzate. Non solo per i contratti precari, per la mancanza di prospettive e per il deserto economico e di speranza col quale sono costrette a fare i conti ma anche per le continue umiliazioni della propria dignità e delle proprie competenze che devono subire in ogni ambito.
Il 1° maggio dovrebbe essere una festa per tutti, persino per chi è obbligato a lavorare essendo impiegato nel ramo dei servizi essenziali. Anche se chiamate a lavorare comunque, queste persone dovrebbero ricevere non solo la gratificazione dello straordinario ma anche un riconoscimento sociale che oggi manca, come se tutto cose dovuto e il lavoro fosse davvero solamente merce. È questa mercificazione, invece, ad averci rovinato, ad averci privato dei nostri diritti e della nostra libertà, ad averci trasformato tutti in consumatori, impedendoci di essere pienamente cittadini, ad averci convinto che sia nostro diritto avere tutto e subito, anche calpestando i diritti e la libertà altrui, e ad averci reso degli involontari aguzzini della Costituzione, salvo poi, in molti casi, rimanere vittime della nostra stessa crudeltà.
Questo 1° maggio, al pari di molti altri, a dire il vero, sarà dunque un momento di tristezza, l’omaggio a un qualcosa che non c’è più, un emblema del vuoto nel quale siamo immersi, un inno all’assenza, al dolore e allo strazio per tutto ciò che abbiamo perduto in questi anni. Eppure, come sostenevano i partigiani, bisogna andar. Eppure bisogna resistere, sperare, credere ancora nella democrazia, nei suoi capisaldi e nel futuro perché questa è la grande lezione della nostra Carta, ciò che costituisce un legame indissolubile fra la Liberazione e la Festa del lavoro, ciò che ci rende umani, ciò che ci permette di resistere al male, alla barbarie e all’abisso nella stagione in cui fascismo, liberismo e compressione dei diritti hanno fatto fronte comune contro gli esseri umani. La storia si sta ripetendo sotto forma di farsa tragica: da qui il dovere morale di testimoniare la nostra pacifica ribellione, tramandando ai giovani i valori fondamentali del nostro stare insieme e inducendoli a non rassegnarsi mai all’idea che essi ormai appartengano al passato. Perché quando si arriva a pensare questo, ecco che il fascismo si materializza nella sua forma più subdola e pericolosa.
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