Mario Michele Pascale. Primo maggio. Da Haymarket al “concertone”. Alla ricerca della dignità del lavoro

Mario Michele Pascale. Primo maggio. Da Haymarket al “concertone”. Alla ricerca della dignità del lavoro

Le origini del primo maggio

Sono passati 134 anni dai fatti di Hymarket square. Il 1º maggio 1886 i sindacati organizzarono a Chicago uno sciopero per rivendicare la giornata lavorativa di otto ore. All’epoca si attestava sulle dodici ore al giorno per sei giorni la settimana. Le condizioni di lavoro erano terribili e gli incidenti mortali all’ordine del giorno. Il 3 maggio gli scioperanti si radunarono di fronte alla fabbrica di macchine agricole McCormick e vennero attaccati senza preavviso dalla polizia. Vi furono due morti e molti feriti. Per protestare contro le violenze dei tutori dell’ordine venne convocato un presidio dei lavoratori per il 4 maggio. La manifestazione iniziò pacificamente. Gli oratori, tra cui l’anarchico August Spies, più volte sottolinearono il fatto di non voler fomentare i manifestanti. La situazione pareva sotto controllo, tant’è che l’allora sindaco di Chicago, Carter Harris, non ravvisando pericoli, affermò che sarebbe andato a casa. Improvvisamente la polizia ordinò alla folla di disperdersi, caricandola. Fu a quel punto che venne lanciato un ordigno esplosivo che uccise un poliziotto. A quel punto la forza pubblica aprì il fuoco, ferendo decine di persone e uccidendone undici, fra cui sette agenti colpiti dal fuoco amico. Otto attivisti furono accusati di omicidio per la morte dell’agente di polizia: August Spies, Albert Parsons, Adolph Fischer, George Engel, Louis Lingg, Michael Schwab, Samuel Fielden e Oscar Neebe. La tesi dell’accusa era che l’attentatore, rimasto ignoto, fosse stato incitato dai discorsi degli organizzatori. Neebe venne condannato a 15 anni di reclusione. Fielden e Schwab all’ergastolo, Lingg tentò il suicidio in carcere. Non riuscì nel suo intento e con i rimanenti imputati venne condannato alla pena capitale. Spies, Parsons, Fisher ed Engel vennero impiccati il giorno 11 novembre 1887. Nel 1893 Fielden, Neebe e Schwab vennero graziati dal governatore dell’Illinois.

Il primo maggio rubato da fascismo e chiesa

La festa del lavoro ebbe un grande successo. In Europa venne ufficializzata dalla seconda internazionale socialista nel 1889, diventando un appuntamento fisso. Ma più la fama del primo maggio cresceva più altri soggetti tentavano di appropriarsi della commemorazione. Il fascismo la fece coincidere con il natale di Roma, spostandola al 21 aprile. La chiesa cattolica, nel 1955, sovrappose alla data del primo maggio la commemorazione di san Giuseppe lavoratore, addomesticandola nella liturgia. La storia del 1 maggio è stata funestata dal sangue nel 1947 a Portella della ginestre. Nel 1990 la festa del lavoro cambia volto. I sindacati confederali, Cgil, Cisl e Uil, organizzarono un grande concerto in piazza san Giovanni a Roma, rivolgendosi così anche ad un pubblico di giovani e giovanissimi.

Il futuro del primo maggio

La nostra Costituzione dice che “l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro”. Per quanto possiamo amarla, la nostra Carta è, oggettivamente, frutto di una serie di compromessi virtuosi, che si sono giocati sia tra gli equilibri di attori politici molto diversi tra di loro, che in una situazione internazionale spinosa, in cui Stati Uniti e Russia, dopo aver battuto il nazi fascismo, si spartivano il mondo guardandosi in cagnesco. Il lavoro è centrale nella Costituzione italiana. Ma il lavoro di chi? Già all’epoca si dibatteva se la rendita e l’attività capitalistica potessero essere considerati “lavoro”. Negli anni immediatamente successivi si insistette, giustamente, sulla “dignità” del lavoro, che faceva del salariato non un vile “animal laborans”, bensi lo nobilitava al rango di “homo faber”. Riccardo Lombardi auspicava che un giorno i lavoratori, proprio grazie alla consapevolezza che portava la loro attività, che a sua volta sarebbe stata foriera di evoluzione spirituale, avrebbero potuto apprezzare Picasso. Il lavoro, da rivendicazione salariale e di qualità della vita, diventò un universale, motore dell’evoluzione umana.

Oggi il paradosso dell’art. 1 si ripropone

Possiamo dire, ad esempio, che il lavoro della finanza sia un lavoro? Che vendere e rivendere un prodotto economicamente tossico che getta sul lastrico milioni di famiglie nel mondo produca “dignità”? La ricerca in robotica e nuove tecnologie, che soppiantano i lavoratori con le macchine e l’intelligenza artificiale, creando disoccupazione non più assorbibile con la manutenzione dei nuovi macchinari, creano “dignità” o disperazione? Quale deve essere il rapporto ottimale tra occupazione e progresso? E quale il rapporto tra lavoro ed etica? Costruire e vendere strumenti di distruzione di massa, ad esempio, produce “dignità”? Sciogliere questi nodi teorici è la nuova frontiera del primo maggio. Il concerto di piazza San Giovanni e le dichiarazioni dei leaders sindacali sono importanti, ma non costruiscono il futuro. Il nostro futuro ha bisogno di essere ancorato alla tradizione per renderla viva e rilanciarla: ha bisogno di risposte alle contraddizioni del nostro tempo.

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