Bella Ciao. Speciale 25 aprile. Gianfranco Pagliarulo. L’esercizio di memoria della Liberazione, oggi

Bella Ciao. Speciale 25 aprile. Gianfranco Pagliarulo. L’esercizio di memoria della Liberazione, oggi

Strano, un Paese alla cui festa di liberazione si sottrae il ministro dell’Interno. Strano, un Paese in cui, pochi giorni prima della festa, il medesimo ministro pretende di dare ordini al capo di stato maggiore della Difesa e pretende di affidare ai prefetti le competenze dei sindaci. Strano, un Paese che conta 7.456 chilometri di coste ma che chiude i porti. Strano, un Paese in cui la Costituzione e la Legge condannano e vietano la rinascita del partito fascista sotto qualsiasi forma, l’apologia del fascismo e il razzismo e in cui, ciononostante, imperversano bande, gruppi e organizzazioni palesemente neofasciste e razziste con ostentazioni, provocazioni e violenze nel silenzio di chi ci governa. Ma è il nostro Paese, al tempo dei populismi e dei nazionalismi. E – diciamolo – dei nuovi razzismi. Il mixage di questi tre “ismi”, per come si è storicamente incarnato nell’Italia del tempo, si è chiamato fascismo.

Guai a noi se non vedessimo le abissali differenze fra l’Italia degli anni 20 e l’Italia di oggi. Guai a noi se sottovalutassimo le straordinarie risorse democratiche – nelle istituzioni, nella società, nella politica, nella cultura – di cui dispone oggi la penisola, se ritenessimo tout-court che siamo davanti ad un nuovo fascismo al potere. Ma guai a noi anche se non cogliessimo alcune inquietanti affinità, a causa della quali si può a ragion veduta affermare che oggi la democrazia italiana è a rischio.

Questo 25 aprile, perciò, capita a proposito. Perché è certo una solennità, in quanto festività nazionale; ed assieme è una festa. Ma oggi è anche uno speciale esercizio di memoria, indispensabile perché da mesi subiamo un’offensiva tesa a nascondere le verità del passato attraverso il metodo della sostituzione. Alla lotta unitaria contro l’occupazione nazista e la tirannia fascista si sostituisce una pilatesca equidistanza da uno scontro ridotto a rissa fra fascisti e comunisti. All’orrore di una dittatura segnata dal sangue di tanti popoli invasi – gli abissini, i libici, gli jugoslavi, i greci, gli albanesi, i sovietici, persino i francesi, per non parlare dell’appoggio militare fascista al golpisti spagnoli del generalissimo Franco – , alla violenza squadristica e di Stato che causò migliaia di vittime e di anni di galera comminati dal Tribunale speciale, si sostituisce la visione di un “fascismo che ha fatto anche cose buone”. Al razzismo codificato nelle leggi del 1938 e degli anni successivi, ma predicato e messo in pratica sin dagli anni 20, si sostituisce la vulgata per cui le leggi razziali sì, furono un errore, ma tutto sommato uno dei pochi o l’unico, ed in ultima analisi come provvedimento di facciata per compiacere l’alleato nazista. All’aggressione nazifascista (e giapponese) ai Paesi di mezzo mondo si sostituisce una lettura della guerra mondiale come uno scontro fra alleanze statuali contrapposte, senza alcuna significativa differenza di valori e di ragioni.

L’ esercizio di memoria è la cinghia che ci consente di trasmettere le vicende di quegli anni di ferro e di fuoco a generazioni a cui si cerca di nasconderle, adulterarle, revisionarle. E questo – si badi bene – non è una opportunità, ma una necessità, se è vero, come scriveva Primo levi, che “tutti coloro che dimenticano il loro passato sono condannati a riviverlo”.

Fra le tante sostituzioni, poi, ce n’è una speciale, perché colpisce al cuore la democrazia costituzionale del nostro Paese. E’ quella per cui si dipinge la Resistenza non come un insieme di vicende militari, sociali e civili grazie a cui il popolo di un Paese aggressore, retto da un regime criminale, si riscattò davanti al mondo, evitando così fra l’altro gli altissimi costi che pagarono nel dopoguerra Germania e Giappone, ma come un gruppo, tutto sommato ristretto, di banditi (i “crimini della Resistenza”) che portarono il Paese alla guerra civile.

L’Italia che nacque grazie a quelle partigiane e partigiani, a quelle staffette, a quegli operai che scioperarono e che difesero le fabbriche, a quei contadini che proteggevano i patrioti, a quel popolo che diede vita all’insurrezione nazionale, fu quella che portò prima alla repubblica e poi alla Costituzione. Una Carta costituzionale che dalla prima all’ultima riga era antifascista, perché dipingeva una società, uno Stato, una nazione esattamente opposta alla società, allo Stato, alla nazione fascista. Non a caso la parola che indica le tre nozioni che, insieme, ci fanno comunità indivisibile, appare sulla Costituzione solo due volte. La parola è “Italia”: “L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro” (art.1), “L’Italia ripudia la guerra” (art.11). Repubblica, democrazia, lavoro e pace sono l’esatto contrario di qualsiasi fascismo perché propongono una società di liberi, uguali e solidali dove le frontiere non sono muri, ma nodi di una rete di relazioni e solidarietà. Sì, solidarietà, come recita l’art.2 della Costituzione: “La repubblica (…) richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”. Davanti a tali doveri, fa impallidire la cinica e cieca indifferenza dei ministri che credono di poter rimuovere il fenomeno migratorio a colpi di “direttive” e di leggi sbagliate. Cinica, perché ostenta irrisione rispetto al dramma di chi fugge dal proprio Paese per sopravvivere e, possibilmente, vivere. Cieca, sia perché non vede la risorsa del fenomeno migratorio per il futuro economico e sociale del nostro Paese, sia perché come nel caso della legge cosiddetta “sicurezza e immigrazione”, non vede che a causa di tale legge aumenterà l’emarginazione sociale di tanti migranti e di conseguenza diminuirà proprio il tasso di sicurezza per i cittadini italiani.

Dunque la ragione della solennità del 25 aprile è perché una volta all’anno si celebrano liberazione e liberatori. Furono le forze armate di una grande alleanza, in particolare americane, sovietiche, inglesi a liberare l’Italia e il mondo. Fu la resistenza di ciascun Paese ad agevolare ed a consentire il compimento di tale liberazione. E l’attività partigiana italiana fu seconda solo a quella jugoslava. Non va confuso il solenne col retorico; la retorica sulla resistenza non serve, anzi danneggia. La solennità invece è necessaria, perché fu davvero momento liberatorio anche dal punto di vista del costume e, per così dire, dello spirito. Romano Marchetti, il partigiano “Cino da Monte”, deceduto poche settimane fa alla veneranda età di 106 anni, disse recentemente ad un suo amico: «Non ho mai vissuto un periodo di così grande moralità come nella Resistenza». L’esatto contrario contemporaneo, in Italia, fu Salò, il tempo in cui le brigate nere inneggiavano alla morte, spadroneggiavano, torturavano, assassinavano.

Ed infine, ecco, il 25 aprile come festa. I partigiani inneggiavano alla vita. C’è un testamento che lo conclama: le lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana, i ragazzi di allora, che hanno combattuto e sono caduti per consegnarci la gioia di vivere, la speranza di una nuova primavera, il coraggio della scelta di chi non si rassegna. E perciò una speranza combattente, contro ogni fatalismo, indifferenza, accettazione passiva dello stato di cose esistente. Questa festa, questa speranza, questa irriducibilità di democrazia e di pace ci è stata consegnata il 25 aprile 1945. Tanti anni dopo ne rimane il lievito destinato a noi e ai nostri giovani. Ce n’è davvero tanto bisogno. Questo è essere antifascisti oggi.

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