Bella ciao. Speciale 25 aprile. Daniele De Paolis. 10 agosto 1944: i 15 martiri di piazzale Loreto

Bella ciao. Speciale 25 aprile. Daniele De Paolis. 10 agosto 1944: i 15 martiri di piazzale Loreto

10 agosto 1944, ore 5,45. Un autocarro tedesco frena di botto e scarica giù 15 uomini in tuta da lavoro. Fa appena giorno a Milano e piazzale Loreto è quasi un deserto. Su un lato della grande spianata circondata dai palazzi, un pugno di militi della Brigata Nera “Aldo Resega” sorveglia le vie d’accesso. Altri uomini, italiani, fascisti della GNR e della Legione “Ettore Muti” attendono di compiere lo sporco lavoro che gli è stato affidato. I prigionieri stanno fermi, in fila, davanti alle armi. La voce del capitano Pasquale Cardella, che comanda il plotone della “Muti”, urla parole di morte. Poi, un ordine secco mette in moto i quindici uomini, velocemente. Con uno scatto improvviso, prima uno e poi un altro cercano scampo. Un portone spalancato, un angolo da svoltare. Due raffiche e pochi metri di vita. Il resto della fila si sbanda, forma una curva, c’è una staccionata. Fermi così! Fermi lì! Colpi, colpi, e anche quei corpi muoiono a terra.

Lì, tutti insieme… Trascinate nel mucchio quegli altri due. Grida di ebbrezza, risate rabbiose. Un cartello: QUESTI SONO I GAP SQUADRE ARMATE PARTIGIANE ASSASSINI. Lì. Fino a sera. State di guardia. Nessuno li muova. Nessuno li tocchi. Niente fiori, nemmeno candele. Tutti li vedano, tutti devono guardare. Che imparino tutti.

La strage è portata a compimento dopo nemmeno quarantotto ore dalle esplosioni che, la mattina dell’8 agosto, nel tratto di viale Abruzzi che conduce a piazzale Loreto, hanno fatto saltare in aria un camion tedesco, provocando il lieve ferimento dell’autista e la morte di diversi passanti. Tutti italiani.

Malgrado la pattuglia della Wehrmacht non avesse riportato perdite, che avrebbero comportato l’applicazione del bando Kesselring “10 italiani per un tedesco”, l’ordine della rappresaglia arriva. Perché Theodor Emil Saevecke, capitano delle SS, comandante per la Lombardia della SIPO-SD (Polizia e Servizio di sicurezza), va oltre quella legge già così feroce?

La Milano dell’estate del ’44 vive da quasi anno sotto il governo fantoccio della RSI e l’occupazione tedesca. In quei dieci mesi non è rimasta a guardare. Nelle fabbriche gli operai sono arrivati a scioperare, le donne hanno liberato dai treni piombati alcuni rastrellati destinati ai campi di concentramento, è stato costituito il CLN. In città, i GAP sono attivissimi. Ma le modalità di quell’attentato sono inconsuete.

I Gruppi di Azione Patriottica hanno obiettivi precisi, mirati: il gerarca, il collaborazionista, il delatore. Quando vogliono colpire colonne tedesche, cercano di farlo salvaguardando il più possibile la vita dei civili. E, soprattutto, non possiedono i congegni a orologeria utilizzati per i due scoppi a distanza di tempo in viale Abruzzi.

Con gli occhi di oggi, un attentato più somigliante alle stragi in Iraq che alle azioni praticate dai GAP. Oltre che per la vicinanza col luogo dell’attentato, la scelta di compiere la ritorsione e allestire la macabra esposizione in piazzale Loreto fu emblematica.

Snodo fondamentale della rete dei trasporti milanesi, la grande piazza era percorsa dalle linee tranviarie che collegavano il centro della città alle periferie dei grandi insediamenti industriali. Al sabato, giorno di paga della quindicina, sotto le pensiline dei tram e tutto attorno ai binari si improvvisava un mercatino dove gli operai usavano rifornirsi di generi di prima necessità. Una sorta di bazar in cui già faceva la sua comparsa una moltitudine di ambulanti cinesi che sciorinavano da grosse valigie le caratteristiche e sgargianti “due clavatte, una lila”.

Un punto di passaggio e di ritrovo, dunque, che avrebbe assicurato, nell’intento dei nazifascisti, la massima visibilità ed efficacia all’agghiacciante schiaffo d’intimidazione ai lavoratori, agli antifascisti e ai cittadini di Milano. Con la strategia del “terrore” i tedeschi confidavano di annichilire una volta per tutte ogni forma di resistenza, ma non fu mai così.

Nel 1945, a piazzale Loreto finiranno poi i corpi di Mussolini, della Petacci e di tutti gli uomini del governo fascista.

Sergio Temolo: «Mio padre operaio comunista alla Bicocca»

Giuseppe Garibaldi, Annita, Giordano, Bruno, Progresso, Eugenio (come Delacroix, il pittore de La Libertà che guida il popolo), sono i nomi di battesimo della famiglia Temolo all’inizio del XX secolo. Tra loro c’è anche Libero.

«Mio nonno era socialista – racconta oggi Sergio, 76 anni – e ad ogni nuova nascita ingaggiava un duello col parroco del paese per riuscire a incarnare nei nomi dei figli i suoi ideali». Il cognome Temolo, invece, proviene da un pesce tipico dei corsi d’acqua della Val Padana ed era stato imposto al capostipite trovatello dai frati, che si ispiravano ai nomi delle creature di Dio.

Orefici e proprietari di un forno ad Arzignano, in provincia di Vicenza, i Temolo subiscono un tracollo nel corso del ventennio.

Tutti sanno che sono antifascisti e dare il pane a credito ai contadini poverissimi della zona di certo non aiuta l’impresa familiare. «Qualche tempo dopo la mia nascita, papà partì per raggiungere uno dei suoi fratelli a Milano. Io rimasi al paese con gli zii, perché la famiglia di mia mamma non acconsentì al matrimonio», ricorda Sergio. È la prima metà degli Anni 30, tradizione familiare e primi contatti con militanti comunisti dei circoli locali hanno già formato la coscienza politica di Libero Temolo.

Stabilitosi in città, entra alla Pirelli nello stabilimento Bicocca. Dapprima è assegnato al reparto mescole, poi diventa operaio specializzato addetto alla manutenzione. Il nuovo ruolo gli consente di spostarsi liberamente e di mantenere i contatti fra i vari comparti: è il punto di riferimento del partito comunista clandestino all’interno della fabbrica.

«Compiuti sei anni andai finalmente a vivere a Milano, con mio padre e la sua nuova compagna», continua Sergio Temolo.

Come capita spesso, i rapporti con la matrigna non sono idilliaci e tra papà e figlioletto si instaura un sentimento di affetto esclusivo e stretta complicità. «Mi raccontava le storie dei libri che leggeva: i Paralipomeni della Batracomiomachia di Leopardi, le Memorie di Garibaldi, i Princìpi della filosofia dell’avvenire di Feuerbach. Era anche abbonato a La difesa della razza e a volte acquistava L’Osservatore romano: “Per avere qualche notizia dal mondo”, mi spiegava. E poi mi insegnava le canzoni di lotta, raccomandandomi di non farmi mai sentire da nessuno». Una volta il piccolo Sergio pronuncia ad alta voce le parole “cellula comunista”. «Papà si spaventò del fatto che potessi averle udite da lui, poi si tranquillizzò scoprendo che le avevo lette nel romanzo Addio Kira!, che allora andava di moda ed era consentito leggere perché criticava l’Unione Sovietica».

Negli anni del conflitto l’azione contro il regime si intensifica: Libero Temolo distribuisce clandestinamente materiale di propaganda, è tra gli organizzatori degli scioperi alla Pirelli, si mantiene in contatto con le SAP (Squadre di Azione Patriottica), in particolare col suo amico partigiano Alessio Lamprati “Nino”.

«A quei tempi si cresceva in fretta: gli orrori della guerra, i bombardamenti, i rastrellamenti ti aprivano gli occhi sulla vita, anche se eri solo un ragazzino. A me piaceva agire anche un po’ per spirito di avventura, oltre che per stare sempre al fianco di mio padre». Di sera, dopo il lavoro, Libero nascondeva messaggi e ciclostilati sotto gli abiti di Sergio e, insieme, prima del coprifuoco, li portavano a destinazione. «Ufficialmente uscivamo per andare a provare il mio abito nuovo a casa di “Nino”, che di copertura faceva il sarto. Per prudenza papà camminava sempre a qualche metro da me e, se qualcuno lo fermava, sapevo che dovevo fare un giro largo e tornarmene a casa. Andò sempre tutto bene. Quel vestito per me non fu mai tagliato».

Libero viene arrestato il 20 aprile del ‘44, all’uscita dalla fabbrica: «Di solito, quando ai cancelli si notavano macchine sospette, correva voce all’interno dello stabilimento e chi aveva qualcosa da temere usciva scavalcando i muri di cinta. Quella volta, purtroppo, nessuno avvisò. Qualche collega, interrogato duramente, doveva aver fatto il nome di mio padre, perché cercavano proprio lui. Me la ricordo bene la sera che non tornò a casa. Non l’ho rivisto mai più». Libero era da tempo nel mirino, secondo i colleghi di lavoro si era esposto troppo. «Ma cosa doveva fare mio padre? Organizzare gli scioperi e poi tirarsi indietro di fronte al rischio? Che esempio avrebbe dato? Tutti, logicamente, aspettavano che a muoversi fosse lui».

Durante i mesi della carcerazione a San Vittore, Libero, promosso spazzino, continua a darsi da fare portando notizie e mantenendo i contatti tra i reclusi. Sergio, invece, è rispedito dai parenti al paese. «Ad agosto, ebbi il sentore che fosse successo qualcosa. Avevo percepito dei bisbigli al bar, e prima una mia cuginetta, poi il prete, cercarono di parlarmi. Ma non trovarono la forza di arrivare in fondo. In autunno inoltrato tornai a Milano, accompagnato da un conoscente. Dopo un lungo viaggio in camion, camminavamo a piedi verso casa mia e, svoltato un angolo, quell’uomo mi disse: “Vedi, è lì che hanno ammazzato tuo padre”. Era Piazzale Loreto, quasi buio e faceva freddo, ma serrai le lacrime».

Alla Liberazione, a Milano, c’è anche Sergio, ormai quindicenne: «Di quella giornata assolata mi è rimasto impresso in maniera indelebile un odore particolare. Ero suggestionato al punto da credere che provenisse dal sangue dei morti, invece ho capito dopo che era solo un fortissimo aroma di benzina, insolito per quei tempi». La città è in fermento: gli ultimi automezzi tedeschi, i presídi partigiani, i tribunali del popolo, tante armi. «Non ricordo quelle ore con gioia. Durante un comizio, sotto casa mia, coprirono la targa della strada ribattezzandola come via Libero Temolo. Era un riconoscimento alla memoria di mio padre, ma me ne andai perché non volevo soffrire». A piazzale Loreto, nell’albergo Titanus, sede del comando militare tedesco, ci sono ancora fascisti asserragliati che sparano. «Il 29 aprile si sparse subito la voce che avevano portato proprio lì Mussolini. Ero assieme a Franco Loi, mio inseparabile amico di strada che poi è diventato uno dei maggiori poeti dialettali milanesi del Novecento.

Quando entrammo, la piazza era già piena di gente e i corpi erano ancora a terra. Salimmo sulle macerie di un palazzo ed osservammo tutta la scena da quella posizione privilegiata». La foga della folla e i partigiani che faticano a trattenerla, i calci e gli sputi, gli idranti sfiatati che servirono solo a lavare un po’ il sangue. «Si dice spesso che si è trattato di un atto di oltraggio, ma non fu così: la decisione di issare i cadaveri fu presa per evitare che fossero travolti, qualcuno voleva addirittura sparare per disperdere la folla. Riflettendoci oggi penso che forse era meglio non portarceli. Quel giorno, invece, ero solo un ragazzo. Assistevo alla vendetta per la morte di mio padre e non provavo nessuna soddisfazione».

Sergio Fogagnolo: «Lui era ingegnere elettrotecnico alla Marelli»

Umberto Fogagnolo, ingegnere alla Marelli, alla caduta del fascismo intuisce che bisogna muoversi subito, anche per preparare la difesa delle fabbriche. Dopo l’armistizio, in contatto con il “Colonnello” Alonzi, stretto collaboratore di Ferruccio Parri, entra nel CLN di Sesto San Giovanni per il Partito d’Azione. L’ingegner “Bianchi” collabora ai piani di liberazione dei prigionieri politici ed è il cervello di moltissime azioni di sabotaggio. Per la scelta di obiettivi strategici è consultato dalle formazioni partigiane di montagna, il suo parere è decisivo. Sergio Fogagnolo, secondogenito di Umberto, spiega: «Venne chiamato a valutare l’ipotesi di far saltare la diga di una centrale idroelettrica.

Quella corrente riforniva gran parte della città di Milano e un sabotaggio avrebbe messo in grave difficoltà i tedeschi. Ma mio padre bocciò risolutamente quell’operazione perché pensava anche al dopo. Quanto sarebbe costato, in tempo e danaro, ricostruire un impianto del genere?».

È fermato una prima volta a Milano quando, nell’ottobre del ‘43, interviene per difendere un operaio aggredito dai fascisti della “Muti”. Alla Marelli aiuta le persone con cui lavora: guarda alle capacità e alla serietà, ha una concezione moderna e democratica della fabbrica in un tempo in cui pesa fortissima la distinzione in classi. «Lo dimostrano tutte le testimonianze che ho raccolto in questi anni – dice Sergio Fogagnolo –. Aveva un fattorino quindicenne, Bruno, lo spronò a diplomarsi e quando fu richiamato dalla RSI lo aiutò a fuggire in Svizzera». Con Giulio Casiraghi, operaio comunista che ha conosciuto anni di confino, organizza gli scioperi del marzo 1944. Tra i due c’è stima, rispetto e grande amicizia anche se l’ingegnere e l’operaio, formalmente, si davano del lei. Moriranno insieme, a piazzale Loreto.

L’ingegnere viene arrestato a luglio. Trentatré anni, sposato, tre figli piccolissimi, è incarcerato nel famigerato 5° raggio a San Vittore e torturato più volte. «Quando lo hanno ucciso avevo solo due anni e mezzo – racconta ancora Sergio –. Mia madre ce lo ha fatto amare attraverso gli ideali e i valori per cui aveva combattuto, soprattutto la passione per lo studio e l’importanza dell’impegno civile».

Sergio è privo di un magazzino personale di ricordi cui attingere, ricostruire la figura del padre nel quadro storico dell’esperienza resistenziale è stato un atto di volontà. Rinviato più volte per non soffrire, per non prendere atto di un’esistenza intera trascorsa in compagnia di un’assenza. E non più derogabile quando, poco dopo la morte della madre, cinghia di trasmissione della memoria privata, la Storia bussa alla porta con una telefonata del Procuratore Militare di Torino, Pier Paolo Rivello: «Signor Fogagnolo, si costituirà Parte Civile?». Lo farà, fondando il Comitato “I Quindici” che raccoglie i familiari delle vittime.

Finalmente, dopo più di mezzo secolo, si istruisce il processo al capitano Saevecke, accusato in contumacia di essere il principale responsabile e organizzatore dell’eccidio di piazzale Loreto. A inchiodare l’ex nazista, rapporti e documenti del fascicolo 2167 insabbiato assieme a migliaia di altri nell’armadio della vergogna scoperto a Roma dal giudice Intelisano. In due anni la sentenza: Saevecke è condannato all’ergastolo. “I Quindici” ottengono dallo Stato anche un risarcimento per il ritardo con cui è stata fatta giustizia. Si pensa già di costituire un fondo da destinare a iniziative culturali dedicate alla memoria di quei martiri e alla storia della Resistenza milanese. Ma l’Avvocatura dello Stato fa ricorso e vince: quei soldi vanno restituiti perché, tecnicamente parlando, la giustizia è stata rapida.

«Un espediente che, in realtà, copre una sentenza politica – afferma Fogagnolo –. Un colpo di spugna sul colpevole insabbiamento delle prove che rappresenta un secondo tradimento. Lo Stato dopo aver barattato, negli anni della guerra fredda, la giustizia con l’impunità dei criminali fascisti, ora rinnega il sacrificio dei suoi martiri. Eppure è per far nascere quello Stato democratico che, consapevolmente, mio padre e tanti altri sono morti». L’ultima speranza è ora riposta nella Corte europea di giustizia alla quale il Comitato ha fatto ricorso.

Ancora una volta l’Italia dimostra di non saper ringraziare i suoi eroi. Di non far nulla per coltivare la memoria di chi credeva di fare solo il proprio dovere opponendosi alla dittatura e all’occupazione nazista. E non è stato con le mani in mano ad attendere il corso degli eventi. A ondate ricorrenti si preferisce invece opporre alla memoria di quell’eccidio spietato lo spettacolo dei corpi di Mussolini, della Petacci e dei gerarchi esposti a piazzale Loreto.

Da Patriaindipendente.it

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