Migranti. La Mare Jonio dissequestrata, mentre un mercantile salva 108 naufraghi che rifiutano lo sbarco in Libia e la morte certa. La vergogna della missione Sophia

Migranti. La Mare Jonio dissequestrata, mentre un mercantile salva 108 naufraghi che rifiutano lo sbarco in Libia e la morte certa. La vergogna della missione Sophia

Il procuratore aggiunto di Agrigento Salvatore Vella e il sostituto Cecilia Baravelli hanno disposto il dissequestro della nave “Mare Jonio” della Ong Mediterranea, per “cessate esigenze probatorie, dopo gli accertamenti della Guardia di finanza”. La nave era stata sequestrata dopo che aveva salvato, a 46 miglia dalla costa libica, 50 Migranti e dopo essere approdata al molo di Lampedusa. “Felici di annunciare che #MareJonio è libera. Ci è stato notificato dalla Procura di Agrigento il dissequestro della nave. Andiamo avanti. A testa alta”, si legge in un tweet di Mediterranea saving humans. E’ il 18 marzo quando la “Mare Jonio”, della Mediterranea Saving Humans, incrocia un gommone in avaria in procinto di affondare con 49 persone a bordo, 15 delle quali minori. La Guardia costiera libica arriva in un secondo momento e si allontana. In considerazione delle condizioni meteo e di quelle dei migranti – uno dei quali affetto da polmonite viene portato a terra – viene autorizzato un punto di fonda al largo di Lampedusa ma manca l’ok allo sbarco. “E’ come un’auto che non rispetta l’alt di un posto di blocco. Il mare non era mosso né c’era pericolo di affondamento”, sottolinea il Viminale sulla base delle risultanze emerse nel tavolo permanente sulla cosiddetta ‘direttiva Salvini’: “il presunto salvataggio di questa nave gestita dai centri sociali era organizzato da giorni”, accusa il ministro. Quando arriva il sequestro della Guardia di finanza, la Mare Jonio viene scortata in porto e vengono sentiti i componenti dell’equipaggio. Nel registro degli indagati finiscono il comandante Pietro Marrone e il capo missione della Ong Mediterranea Luca Casarini. Oggi la notizia del dissequestro.

Il caso della nave mercantile ‘El Hiblu 1’

“Mediterranea Saving Humans sta monitorando, minuto per minuto, il caso della nave mercantile ‘El Hiblu 1’, petroliera di proprietà turca e battente bandiera di Palau, che ha fatto rotta verso nord dopo aver salvato in mare 108 persone fuggite dai campi di concentramento libici, in cerca di rifugio sulle coste europee” fa sapere la rete delle associazioni italiane che con Nave Mare Jonio si alterna con Sea Watch e Open Arms nel Mediterraneo. “L’articolo 33 della Convenzione di Ginevra parla chiaro – prosegue Mediterranea – ‘nessuno Stato contraente espellerà o respingerà in qualsiasi modo un rifugiato verso i confini di territori in cui la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate’. I governi che si oppongono a questo salvataggio e pretendono che la nave consegni i naufraghi in un porto libico compiono un reato oltre che un atto disumano. Facciamo appello alle istituzioni europee perché non voltino la testa da un’altra parte ed aiutino le persone in fuga dai campi di concentramento libici”. “Alla ‘El Hiblu 1’ deve essere immediatamente assegnato un porto sicuro in un Paese europeo – conclude la rete – dove alle persone salvate siano garantiti i diritti umani fondamentali. Queste persone non possono né devono essere trattate come ‘pirati’ o criminali, ma come richiedenti asilo in fuga dall’inferno dei campi di detenzione libici”.

Operazione Sophia: la vergognosa decisione della Ue di prolungare la missione di sei mesi, ma senza navi

Il salvataggio in mare non rientra nei compiti dell’operazione, ma negli anni le navi di Sophia, in ottemperanza alle leggi internazionali e alla legge del mare, hanno portato a termine centinaia di soccorsi, salvando migliaia di persone. L’Italia, che ha avuto fin dall’inizio il comando di Sophia, con l’arrivo a palazzo Chigi del governo Conte, ha rimesso in discussione l’operazione proprio per l’eccessivo numero di arrivi da gestire tutti nei porti italiani e ha chiesto ai partner europei una redistribuzione dei migranti salvati in mare dalle unità europee. Il governo, in particolare Matteo Salvini mentre la posizione della Difesa era decisamente più sfumata, a gennaio ha annunciato che senza una redistribuzione degli sbarchi l’operazione sarebbe terminata. Ma la richiesta di Roma si è scontrata con il muro soprattutto del fronte di Visegrad, fermo sulla posizione già tenuta all’epoca della discussione sulla riforma di Dublino e deciso a rifiutare ogni forma di ‘relocation’. Secondo quanto risulta, una serie di perplessità sarebbero state espresse anche da Francia e Olanda che hanno accusato l’Italia di non rispettare gli impegni sui porti aperti e sui centri sorvegliati. Parigi e L’Aia sarebbero state disponibili a un dialogo in cambio della stessa disponibilità dell’Italia, ma fonti olandesi riferiscono di una chiusura netta di Roma. Fino all’epilogo di ieri, che lascia operativi i compiti di pattugliamento aereo e di addestramento dei guardacoste libici, ma tiene in vita artificialmente un’operazione marittima, ma senza navi.

“Questa decisione vergognosa non ha nulla a che fare con i bisogni delle persone che rischiano la vita in mare, ma riguarda l’incapacità dei governi europei di concordare un modo per condividerne la responsabilità”. Matteo de Bellis ricercatore di Amnesty International, commenta così l’intesa sulla missione Sophia che andrà avanti per altri sei mesi durante i quali sarà però temporaneamente sospeso l’impiego di unità navali. “E’ un’oltraggiosa abdicazione delle responsabilità dei governi dell’Ue – prosegue -. Avendo già usato tutte le scuse per bandire le navi da soccorso delle ong del Mediterraneo e avendo già smesso di effettuare salvataggi diversi mesi fa, i governi dell’Ue stanno ora rimuovendo le proprie navi, senza lasciare nessuno per salvare la vita di donne, uomini e bambini in pericolo”.

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