Mario Michele Pascale. Ungheria, sempre più lontana dall’Occidente. Diritti umani in regresso ed un’economia priva di manodopera

Mario Michele Pascale. Ungheria, sempre più lontana dall’Occidente. Diritti umani in regresso ed un’economia priva di manodopera

Parlare dell’Ungheria vuol dire parlare del suo primo ministro, Victor Orban, che oramai è così saldamente al potere da far pensare che la terra magiara sia molto più una monarchia che una repubblica. Orban diventa primo ministro per la prima volta nel 1998, a soli 35 anni, quando il suo movimento, Fidesz, unione dei giovani democratici ungheresi, prende il 29,4% dei voti e dà vita ad un governo di coalizione con il Forum Democratico, di ideologia cristiano-democratica e conservatrice, ed il Partito Civico dei Lavoratori Agricoli e dei Piccoli Proprietari Indipendenti, dichiaratamente espressione delle destra rurale. Da segnalare il fatto che Il Forum Democratico si dissolve nel 2011, di fatto vampirizzato dal partito di Orban. Il partito dei piccoli proprietari ha invece conquistato, nelle ultime elezioni del 2018, un solo seggio in parlamento.

Orban tra liberismo e sovranismo

Durante il primo governo Orban l’Ungheria diventa membro della Nato. L’esecutivo porta avanti una politica filo occidentale basata sulle privatizzazioni e le liberalizzazioni. Questo non bastò a Fidesz per vincere le successive due elezioni. Dopo otto anni passati all’opposizione Orban torna a guidare il paese ed il suo partito raccoglie il 52,7% dei voti, conquistando i due terzi dei seggi in Parlamento. Forte di questa schiacciante maggioranza Orban avvia, nel 2011, un percorso di riforma costituzionale, riducendo da 386 a 199 i seggi dell’assemblea nazionale, modificando il sistema dell’istruzione, riducendo l’influenza delle università straniere, dell’informazione e del sistema giudiziario rendendo, di fatto, la magistratura subalterna all’esecutivo.

Grazie alle riforme costituzionali nelle elezioni del 2014 al partito di Orban bastò prendere il 44,5% dei voti per ottenere 133 seggi su 199. Questo nuovo successo apre una nuova fase nella politica ungherese, che si irrigidisce nella xenofobia, dell’euroscetticismo, nel sovranismo. Particolarmente drastica la visione delle dinamiche dei flussi migratori: i magiari si oppongono ai ricollocamenti e fanno letteralmente la guerra alle ONG. Nelle elezioni del 2018 una nuova vittoria del partito di Orban, che si impone con il 49,2%, rende possibile la legge “anti Soros” che prevede una tassa del 25% alle donazioni straniere in favore di organizzazioni non governative che supportano i migranti.

Orban l’ingrato

Orban è due volte ingrato. Deve i suoi primi passi in politica ad una organizzazione giovanile comunista, la Kizs, di cui fu segretario di una sezione locale a soli 14 anni. Più tardi dichiarerà di essere stato “ingenuo e devoto sostenitore” del sistema comunista. Dopo l’università ed il servizio militare Victor Orban cambia radicalmente le sue opinioni politiche. Non è un caso che scriva la sua tesi di laurea in giurisprudenza sul sindacato polacco Solidarnosc. Dopo la laurea, nel 1989, Orban riceve una borsa di studio da parte della Fondazione Soros, che gli consente di studiare scienze politiche al Pembroke College di Oxford. Soros apre a Budapest la prima delle sedi della Open Society Foundation, inaugurando negli anni successivi una serie di basi operative nell’Europa centrale e orientale. Budapest era il centro da cui si irradiava l’ideologia liberale. Fu proprio l’interesse per Solidarnosc del giovane Orban a valergli la borsa di studio. Soros aveva finanziato generosamente il sindacato polacco, sostenendo la sua funzione anticomunista. Un anno prima di partire per l’Inghilterra il futuro leader fonda, insieme ad altri giovani, il partito Fidesz, allora di chiaro stampo liberale. Alla caduta del muro di Berlino Orban rientra in Ungheria. Durante il primo governo post comunista di Jòzef Antall, Orban si sposta verso posizioni nettamente conservatrici, espellendo l’area liberal della formazione politica. Fidesz resta un partito liberale solo per quel che riguarda la politica economica, ma subisce una “mutazione genetica” in senso ultra conservatore e nazionalista. I legami tra Soros e Orban vanno sempre più deteriorandosi fino allo strappo finale del 2018, scissione che si consuma sulla presunta ingerenza del magnate di origine ungherese nella politica interna magiara e sulle posizioni molto distanti sul tema delle migrazioni. La legge anti Soros venne preceduta da una intensa campagna anti semita. Soros è ebreo.

Uno sgambetto ai diritti

Chi di voi ricorda Petra Lazlo? E’ la giornalista immortalata dai media di tutto il mondo mentre, nel 2015, aveva sgambettato e scalciato i migranti in fuga dal confine con la Serbia. La Lazlo è stata assolta dalla Corte suprema ungherese per un cavillo legale. Nel frattempo ha proseguito la sua vita professionale. Licenziata dall’emittente per cui lavorava nel 2015 è diventata una cineasta indipendente, vincendo premi prestigiosi per il suo film, marcatamente anti comunista, dedicato ad un eroe della rivoluzione del ‘56 che venne repressa dai carri armati di Mosca. Il denaro per fare il film viene da fondi governativi. La storia di Petra Lazlo è la radiografia dei diritti umani in Ungheria. La discriminazione dei migranti, il divieto di accesso ai musulmani, un sistema giudiziario in cui si “aggiustano politicamente” le sentenze ed i servi fedeli vengono premiati. Un sistema repressivo che colpisce donne e “diversi”. Un mondo in cui essere difensori dei diritti umani vuol dire immediatamente essere penalizzati e discriminati. Registriamo, tra tutte, tre dichiarazioni di Orban, che illuminano l’attuale rapporto del governo ungherese con i diritti e le libertà civili: “Gli stranieri sono come la ruggine e prendono le nostre donne”. “Manifestare contro il governo equivale al tradimento della Patria”. “La vita del feto è protetta fin dal concepimento”.

L’Ungheria ha bisogno dei migranti

L’Ungheria è nota come uno dei paesi dell’Est che che attraggono più investimenti esteri. Le imprese straniere, soprattutto tedesche, austriache ed americane, hanno scelto Budapest come base dei loro affari. La posizione geografica, una fiscalità leggera ed il bassissimo costo della manodopera hanno reso il paese competitivo. Ma è tutto oro quel che luccica?

“L’espansione dell’economia ungherese è stata notevole negli ultimi anni, aiutata da robuste esportazioni e da una domanda interna comunque stabile. Ma i redditi sono bassi”. Così si è espressa l’Ocse. William Jackson, analista di Capital Economics ha dichiarato: “l’Ungheria ha bisogno di riforme strutturali che difficilmente potranno essere realizzate da questo governo”. Gli analisti di Unicredit sono ancora più pessimisti: “le scarse prospettive di crescita impediscono all’Ungheria di convergere verso la media degli standard di vita europei”. Attualmente il tasso di disoccupazione è del 3,7%, un valore, positivo, mai registrato nel paese. Questo a fronte di una società in leggero regresso demografico. In Ungheria iniziano a mancare i lavoratori, specializzati e non. Se l’Ungheria vuole continuare ad essere competitiva ha bisogno di immigrati. La politica nazionalista di Orban è entrata in contraddizione con la grande stagione delle liberalizzazioni e privatizzazioni. Il governo ha avviato una ri-statalizzazione dei settori economici strategici, in primis la produzione energetica e la distribuzione di gas ed elettricità. Le aziende private del settore energetico sono state scoraggiate da una serie di dazi sempre più crescenti, che rendono l’attività di impresa sempre meno remunerativa. Da notare, inoltre, che la continua incertezza del quadro normativo e della tassazione inizia a scoraggiare sia la creazione d’impresa che l’erogazione del credito da parte delle banche.

Orban vince sui popolari europei

E’ recente la notizia per cui il Partito Popolare Europeo ha “sospeso” Fidesz. Decisione obbligata dopo la continua tempesta di posizioni anti europeiste del partito di Orban, imbarazzanti soprattutto alla luce del fatto che il Ppe è stato uno dei padri fondatori dell’Unione. Nella migliore tradizione democristiana, la decisione dei popolari europei è, contemporaneamente, una “non decisione”. Che “sospende” per lasciare tutto com’è. Su proposta del presidente del Partito popolare, Joseph Daul, è stata approvata una mozione che ha mutato la “sospensione” in “autosospensione”. Nei fatti la condotta di Fidesz verrà monitorata da tre probiviri che valuteranno se le posizioni e la pratica del partito saranno conformi all’adesione ai valori dei popolari europei. Il monitoraggio partirà “a tempo debito”. Fuori dal politichese non è stata comminata nessuna sanzione al partito di Orban ed il “tempo debito” non è stato quantificato. Il rischio è che l’azione di verifica dei tre saggi non parta mai, che venga volgarmente insabbiata, e la risoluzione del Ppe cada nel dimenticatoio. Anche se l’azione di monitoraggio diventasse realtà, questo avverrebbe comunque dopo le elezioni europee. Tutti felici: il Ppe potrà incassare i voti di Fidesz, che non saranno pochi, ed aumentare la sua forza a Strasburgo. Orban proseguirà indisturbato per la sua strada, dimostrando anche di essere molto più forte di tutti i popolari europei messi insieme. La decisione di tramutare la sospensione di autorità in auto sospensione è arrivata dopo la minaccia degli ungheresi di abbandonare il Ppe. L’assemblea politica del partito popolare si è tramutata nella prima vittoria di Orban sull’Europa.

Per quanto possa risultare autoritario ed oggettivamente poco gradevole Orban non è un dittatore. Egli è realmente espressione della maggioranza dei magiari. Sarà una presenza con cui l’Europa dovrà convivere per lungo tempo, prima che esaurisca il suo ciclo politico.

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