Domenico Pantaleo. La Cgil, Landini, il sindacato di strada e la crisi della sinistra

Domenico Pantaleo. La Cgil, Landini, il sindacato di strada e la crisi della sinistra

Domenico Pantaleo, una vita trascorsa nella Cgil e per i diritti di lavoratrici e lavoratori. A soli 23 anni assume l’incarico di segretario provinciale della Filtea (il sindacato di tessili e calzaturieri) di Bari. Nel 1983 diventa segretario regionale della Filtea delle Puglie. Nel 1986 passa alla segreteria regionale della Fillea (sindacato dei lavoratori del legno), sempre in Puglia. Nello stesso anno entra anche a far parte della segreteria regionale della Cgil. Nel 2000 assume l’incarico di segretario regionale delle Puglie. Poi l’approdo a Roma con l’incarico per otto anni di segretario generale della Flc Cgil, il sindacato dei lavoratori di scuola, università, ricerca e Afam. Oggi è segretario nazionale dello Spi Cgil.

Diamo inizio a questa intervista con alcune considerazioni sulla stretta attualità. Come vedi le mosse del governo gialloverde e la ripresa del conflitto sociale?

Mi sembra di poter dire subito che il nostro è un Paese che ha bisogno di cambiamento, profondo e radicale. Negli anni scorsi, con la crisi economica e sociale, si sono approfondite le disuguaglianze, il lavoro è stato massacrato, sono state alimentate vecchie e nuove forme di precarietà e la disoccupazione è aumentata, soprattutto nel Mezzogiorno. Le condizioni del lavoro sono peggiorate, come sono peggiorate le condizioni dei pensionati. Nel frattempo è aumentata anche la povertà. C’è una domanda di cambiamento di cui questo governo non tiene conto. Il governo gialloverde di fatto prosegue la linea imposta dalle politiche neoliberiste del decennio passato. Così, si stanno peggiorando le condizioni di vita di lavoratori dipendenti e pensionati. Manca una politica degli investimenti, una riforma del fisco (la flat tax favorisce solo i ricchi, oltre a essere incostituzionale) e una riforma razionale delle pensioni alternativa alla legge Fornero. Ciò che preoccupa di più è la condizione dei giovani, che chiedono un punto di vista diverso per il loro futuro, e non solo dal punto di vista della sostenibilità ambientale ma della loro condizione umana e sociale. Mi pare che il Reddito di cittadinanza non risponda affatto a questi bisogni, non mi sembra che agevoli una condizione migliore delle nuove generazioni. Basta pensare allo scarso numero di under 30 che hanno presentato richiesta. Ecco perché come sindacato, come Cgil, Cisl e Uil, in maniera unitaria, abbiamo ritenuto giusto mettere in campo una stagione di conflitto sociale su piattaforme precise, presentate ad esempio lo scorso 9 febbraio con la manifestazione di piazza san Giovanni a Roma. Conflitto sociale che sta proseguendo con le iniziative di mobilitazione delle categorie. Il primo giugno i pensionati saranno in piazza con una piattaforma che rivendica il diritto ad una pensione dignitosa e ad una vita degna per i pensionati. Mettiamo in campo un conflitto il cui obiettivo è il cambiamento radicale delle politiche economiche e sociali del governo gialloverde, anche perché siamo preoccupati per quanto accadrà nel prossimo autunno, quando ci sarà da affrontare la nuova legge di stabilità. Noi crediamo che occorra tornare sulla strada, nelle piazze, anche perché non vogliamo assistere inermi ad un clima culturale regressivo, dove xenofobi e razzisti rischiano di rompere l’umanità, e con essa la coesione del Paese.

Tutto ciò rilancia il sindacato come soggetto politico organizzato che spinge il conflitto sociale e rivendica diritti e lavoro. È una risposta alla disintermediazione che le forze politiche al governo, M5S e Lega, predicano da sempre?

Finita l’epoca dei grandi partiti di massa della prima Repubblica, e su tutti del Pci, la politica è diventata un’altra cosa, e oggi può perfino prescindere dal radicamento sociale e da forme di legittimazione democratica. Alle organizzazioni di massa come il sindacato, uniche rimaste in campo dopo la dissoluzione dei grandi partiti, compete la missione di restituire dignità e forza al mondo del lavoro. Ciò significa che le grandi organizzazioni confederali devono cimentarsi col confronto con le istituzioni, come ad esempio è avvenuto con la carta universale dei diritti del lavoro e col piano di investimenti nel lavoro della Cgil. Ciò non significa tornare alla concertazione, o all’epoca del sindacato come cinghia di trasmissione di qualche partito. Ma soddisfare il bisogno di restituire ai corpi intermedi forza e dignità. Cosa voglio dire? Intanto, l’idea che le persone possano difendersi da sole è sbagliata. Al contrario, c’è bisogno di corpi collettivi per la tutela e la protezione di ogni singolo individuo, ed è questa la grande novità della stagione politica in corso. Insomma, riesci a difenderti davvero solo se hai forme di protezione collettiva, che possono essere assicurate in questo momento dalle organizzazioni sindacali e dai corpi intermedi. Per noi, dunque, si tratta di affrontare le sfide di questa fase inedita, ma non solo per difenderci, ma anche per favorire un grande processo di rinnovamento del sindacato, che inevitabilmente passa anche attraverso l’unità delle forze sindacali. Le differenze tra noi ci sono, ma non più di natura ideologica, o d appartenenza politica, come un tempo ormai lontano. Sono esclusivamente su scelte sindacali. Occorre dunque lavorare per l’unità. Ma vedo due condizioni per l’approdo unitario: la prima, una questione di democrazia, punto imprescindibile, che si consolida in una legge sulla rappresentanza, come profilo stesso del sindacato confederale, per rappresentare tutto il mondo del lavoro; la seconda, un rinnovamento che deve iniziare dal basso. Per la Cgil s’impone la necessità del reinsediamento nei posti di lavoro e nei territori e un rinnovamento generazionale, che non è solo anagrafe, ma di linguaggi, forme intellettuali, di comunicazione, analisi. Insomma, stiamo lavorando, con Maurizio Landini, ad un sindacato che si confronti realmente con la condizione umana quotidiana. Come dice Landini quando rilancia il sindacato di strada, per ritrovare il sindacato come risposta alla solitudine. Basti pensare ad esempio alla bella esperienza della Flai sul tema del caporalato. Insomma, mi pare di poter dire che oggi il nostro impegno è per un sindacato che diventi soggetto fondamentale per chi soffre, e soprattutto punto di rifermento per le nuove generazioni, che quando un lavoro ce l’hanno, sono precarie e sfruttate.

Una Cgil e un sindacato confederale, che però non possono sottrarsi all’analisi sulle condizioni storiche in cui versa la sinistra nel nostro Paese e in Europa.

La Cgil guarda con attenzione alla ricostruzione della sinistra, ai movimenti, ambientalista e femminista, antifascista e antirazzista, perché oggi è necessario innanzitutto contrapporsi alla deriva della destra populista, xenofoba e razzista, che sta prendendo piede proprio perché non è stata fornita un’alternativa da sinistra alla sua visione ottusa e autoritaria. Insomma, io credo che sia giunto il momento per andare oltre tutte le esperienze del passato, per farne tesoro per non sbagliare ancora, come è accaduto negli anni scorsi. Io voglio sperare in una sinistra che come la Cgil costruisca un forte radicamento nel disagio, e che rimetta insieme i cocci di un Paese dilaniato, spaccato, frammentato. Ma se anche la sinistra si frammenta e si divide, non va bene per il destino stesso dell’Italia e dell’Europa. Penso che sia necessario un progetto alternativo e di sinistra di ricomposizione sociale e la Cgil è molto interessata a questo processo. Su quel terreno si potrebbero ricostruire  rapporti con la sinistra, ovviamente nel rispetto delle reciproche autonomie. La verità è che siamo dinanzi ad un decadimento sociale e culturale del paese, che occorre risanare. E per farlo bisogna superare le politiche adottate dalla sinistra negli ultimi anni. Cito ad esempio la legge 107 sulla scuola, il jobs act, le leggi ambientali, che hanno portato alla sconfitta nel referendum costituzionale e nelle elezioni politiche del marzo 2018. Auspico una radicale discontinuità nella sinistra, senza della quale non vi sarà alcuna ricostruzione, e neppure l’unità la sinistra, invocata dal nostro popolo.

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