Alfonso Gianni. Il ministro Tria nell’occhio del ciclone

Alfonso Gianni. Il ministro Tria nell’occhio del ciclone

Nella storia repubblicana del nostro paese di solito la figura più rilevante tra i ministri, fatta ovviamente eccezione del Presidente del Consiglio, era quella del Ministro del Tesoro. Al massimo in qualche caso se la giocava con il Ministro degli Esteri. Ora non più così, dal momento che anche il Presidente del Consiglio conta meno dei due vicepresidenti, in particolare di quello leghista. Figuriamoci quanto può fare valere la sua voce un ministro che per altro appare come il punto di caduta necessario dopo il non placet  del Quirinale nei confronti di Paolo Savona. E siccome sono diversi i nodi che stanno venendo al pettine, il ministro Tria appare il bersaglio preferito dei due dioscuri al governo, persinocon qualche minaccia non tanto velata di richiesta di dimissioni.

Il tormentone attraversa varie fasi che vale la pena di seguire. Sia Salvini che Di Maio, per evidenti ragioni di incasso elettorale, hanno urgenza che il Ministro dell’Economia firmi il decreto che dovrebbe rimborsare i risparmiatori truffati dai noti scandali bancari. Entrambi l’hanno promesso in campagna elettorale e in vista delle europee hanno bisogno che quei soldi rientrino nelle tasche dei legittimi proprietari. Ma Tria nicchia. Perché? Non certo perché si oppone a un giusto diritto.

Il ministro del Tesoro teme scontri e bocciature sul Def da parte della Ue

La vicenda è più complicata. I risparmiatori che attendono il risarcimento sono i piccoli azionisti e gli obbligazionisti di Veneto Banca, Banca Popolare di Vicenza, Banca Marche, Banca Etruria, CariChieti e CariFerrara. Il governo Gentiloni nella legge di Bilancio 2018 aveva istituito un Fondo di ristoro di 100 milioni di euro. Ma il governo pentaleghista ha bloccato i decreti attuativi considerando del tutto insufficiente quel Fondo. Infatti con la legge di Bilancio 2019 ha istituito un nuovo Fondo con una dotazione di un miliardo e mezzo in tre anni, abbattendo nel contempo qualunque obbligo di accertamento di vendita fraudolenta. Ma tale disposizione va a sbattere contro la normativa europea del cosiddetto bail-in, in base alla quale il rimborso è possibile solo in caso di accertamento da parte di un organo indipendente delle fraudolenze commesse. In mancanza di ciò Tria teme uno scontro e una bocciatura da parte di Bruxelles. La cosa non lo preoccupa solo per questo aspetto, ma soprattutto in previsione dei contrasti che potranno nascere con l’invasiva Commissione europea a proposito del Documento di economia e finanza (Def). Non vorrebbe quindi aggiungere nuova materia al contendere.

La situazione economica italiana si presenta sempre più a tinte fosche

Tanto più che la situazione economica italiana si presenta sempre più a tinte fosche. Al folto elenco dei picconatori dell’anno “bellissimo” preconizzato da Giuseppe Conte, si è aggiunto il Centro studi della Confindustria che prevede uno zero tondo di crescita per il 2019. Siamo ben lontani dal + 0,9 stimato nell’ottobre scarso. Le cause della defaillance sarebbero il rialzo di un punto percentuali dei rendimenti sovrani, ma soprattutto il crollo di fiducia delle imprese, specialmente nel manifatturiero, e quella delle famiglie costrette a una riduzione dei consumi, non compensata dalle magnifiche e progressive sorti del reddito di “sudditanza” e quello di quota 100, i cui effetti, già previsti deboli, si faranno eventualmente sentire solo nella seconda parte dell’anno. Il feeling fra Boccia e Salvini, dichiarato qualche mese fa, sembra quindi infrangersi sulla durezza delle cifre. L’occupazione resta ferma. Il decantato calo del lavoro a termine non è certo compensato da quello a tempo indeterminato. Malgrado le decisioni della Bce, si prevede un peggioramento dell’accesso al credito e del suo costo. Qualcosa si intravede nel campo delle esportazioni, ma il quadro internazionale sconsiglia di puntare tutto sulla domanda estera.

La  coalizione pentaleghista punta a traguardare la scadenza delle  europee

Intanto la data del 10 aprile si avvicina inesorabile, quando il governo dovrà presentare il Documento di economia e finanza (Def), e riparte la polemica interna alla maggioranza, con Tria nella parte dell’imputato. Un tormentone destinato ad  avvitarsi. L’obiettivo della coalizione pentaleghista è traguardare la scadenza del 26 maggio, le elezioni europee, massimizzando il proprio vantaggio per gli uni, limitando le perdite per gli altri. La stesura del Def diventa quindi un passaggio decisivo. Con queste cifre, però, confermate dalle preoccupazioni già espresse da Bankitalia, il rapporto deficit/Pil salirebbe al 2,6%, vanificando gli esiti della tormentata  trattativa con Bruxelles dei mesi scorsi. Dalla Cina, Tria fa sapere che quindi non si può inserire nel Def la flattax. Ma questo fa imbestialire Salvini e i suoi che a quel provvedimento sono legati come l’edera. Per la prima volta Tria si trova non solo sotto il fuoco di Di Maio ma anche dell’altro dioscuro.

A Tria non resterebbe altro che “gonfiare” i risultati della crescita che non c’è

Entrambi comunque pretendono che il Ministro dell’economia prepari un Def di facciata, tale da nascondere la realtà sotto il tappeto. Operazione non facile, dal momento che confermare l’1% di crescita appare incredibile dopo le stime effettuate da Confindustria e decine di osservatori. Nello stesso tempo non si può dichiarare un misero 0,1%. Bisogna trovare qualcosa che porti almeno un paio di decimali al Pil programmatico, quello che mette nel conto gli effetti dei provvedimenti post manovra.  A Tria non resterebbe altro che gonfiare i risultati che avranno il cosiddetto “pacchetto” crescita e quello sbloccacantieri. Cosa contengano esattamente non è dato ancora di sapere in modo certo, ma Di Maio ha cominciato da subito a promettere una fase due, incentrata sullo sviluppo dell’impresa. La presunta novità sarebbe rappresentata dalla reintroduzione del cosiddetto superammortamento, ai fini dell’imposta sui redditi, del 140% per beni strumentali nuovi, attivato dall’allora ministro Calenda e abrogato dai pentaleghisti solo qualche mese fa. Come si vede nulla si inventa e neppure si rottama, piuttosto si ricicla. Ma, come hanno giustamente osservato su queste pagine Acocella e Romano, l’aumento dell’acquisto di nuovi macchinari, potentemente facilitati dalle favorevoli misure fiscali, di per sé non risolleva l’Italia dal declino industriale cui solo una politica economica degna di questo nome potrebbe mettere mano.

Il 6 giugno il giudizio della Ue, prima si pronunceranno le agenzie di rating

Il giudizio dell’arcigna Ue sulla manovra è previsto per il 6 giugno. Ma prima importanti agenzie di rating emetteranno il loro. Puntare tutto sul cambiamento della guardia in Europa appare temerario sulla base degli attuali andamenti politici, che non sembrano indicare nuove maggioranze sovraniste nel Parlamento europeo.  Sperare che Bruxelles allarghi le maglie del deficit per la congiuntura sfavorevole è abbastanza illusorio, visto che considera l’Italia un paese che ha già beneficiato della “tolleranza” degli organi europei, che agiscono sempre nella cieca ottica del rigore. Non basterà quindi un maquillage al Def per trovare 23 miliardi che scongiurino l’aumento dell’Iva e contemporaneamente evitare una manovra correttiva sempre più probabile, che si prospetta attorno ai 7 o 8 miliardi. Tria è certamente una delle poche figure competenti in questo governo, prescindendo per un attimo dal colore della sua scelta politica, ma gli manca la verve del prestigiatore. Aspettiamoci quindi turbolenze, in campo finanziario e in quello politico.

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