Agostino Megale. La forza del sindacato unitario per un nuovo protagonismo del mondo del lavoro, come via d’uscita dalla crisi. Un monito per la sinistra

Agostino Megale. La forza del sindacato unitario per un nuovo protagonismo del mondo del lavoro, come via d’uscita dalla crisi. Un monito per la sinistra

Agostino Megale è un dirigente sindacale di lungo corso. Per un quarantennio ha attraversato la storia della Cgil e del movimento operaio, con incarichi diversi, l’ultimo dei quali è stato quello di segretario generale della Fisac, l’organizzazione dei lavoratori del credito. Oggi è presidente dell’Istituto di ricerche Lab.

Agostino Megale, partiamo intanto dalla quadro macroeconomico del Paese e dalle scelte di questo governo gialloverde. Cosa ci aspetta per il 2019?

Gli ultimi dati forniti dal Centro Studi di Confindustria dicono in modo inequivocabile che il nostro Paese, a dispetto di quanto sin qui sostenuto in termini  del tutto propagandistici dal governo, è destinato nel 2019 a una crescita zero, che tutto è fuorché un “anno bellissimo”, come delineato retoricamente dal presidente Conte. Il nostro paese si trova a far fronte ad una manovra non inferiore, per la sola operazione sui conti pubblici per Iva e correzione di bilancio, ad un fabbisogno di 32 miliardi di euro. In rapporto a questa cifra si rischia di trovarsi di fronte ad una manovra di stabilità che solo per affrontare il risanamento dei conti pubblici deve produrre scelte che peseranno sui redditi bassi, sui ceti medi, sul lavoro dipendente e sui pensionati. Per coprire i saldi della manovra dovrà crescere il rapporto Deficit-Pil e le condizioni del paese peggioreranno.

Esiste una ricetta alternativa per evitare  rischi che tu prevedi?

Quel che serve è che l’iniziativa sindacale unitaria, apertasi con la straordinaria e partecipata manifestazione del 9 febbraio a piazza san Giovanni a Roma, vada avanti. E molto importanti mi sembrano gli esecutivi unitari già fissati in queste settimane. Credo che occorra proseguire l’iniziativa sindacale mettendo in campo quella piattaforma, che sia anche capace, da una parte, di operare iniziative nei confronti delle dinamiche europee, attraverso ad esempio il manifesto sindacale per un’Europa migliore, per sbarrare la strada a sovranisti e populisti di ogni genere, e dall’altra di approfondire e predisporre sulla base della piattaforma unitaria tre punti chiave verso il governo, sia esso quello attuale confermato oppure un altro che dovesse sostituirlo dopo eventuali elezioni anticipate. Quali sono i tre punti? Il primo: investimenti pubblici, che siano capaci di rilanciare investimenti privati; il secondo: ridurre le tasse sul lavoro, aumentando le detrazioni fiscali su lavoro dipendente e pensionati, ad esempio con una proposta di 100 euro al mese; il terzo: un’imposta sulle grandi ricchezze quale premio di solidarietà per i deboli, da introdurre su quel 5% di contribuenti che possiedono patrimoni e ricchezze accumulate che si valutano attorno al 20% di tutte le ricchezze nazionali. Quest’ultimo punto lo richiede la Costituzione, sia all’articolo 3 che nel dettato sulla progressività fiscale. In ogni caso, è opportuno rilanciare il Piano del lavoro della Cgil, per un’occupazione davvero dignitosa per le nuove generazioni e che faccia coincidere lo sviluppo del Mezzogiorno col lavoro per i giovani, in modo da avvicinare progressivamente l’Italia all’Europa. Non possiamo più continuare ad avere un’Italia spaccata in due. La questione meridionale è più moderna e attuale che mai, perché il Mezzogiorno è una grande risorsa strategica, non solo per il nostro Paese ma per l’Europa e il Mediterraneo.

In questo contesto si accentua la crisi del sistema finanziario, delle banche, e su questo punto l’iniziativa sindacale è stata molto forte, soprattutto per la sua tenuta. Come vedi il futuro del credito?

Intanto credo che sia necessario uscire da quella dinamica dettata dalla politica del rigore e dell’austerità praticata da Merkel e Juncker fino ad oggi. La questione bancaria europea non può essere affrontata con quella logica per la quale le banche tedesche hanno ricevuto oltre 200 miliardi di prestiti mentre le italiane sono state sottoposte a una cura da cavallo. Salvo poi accorgersi che come nel caso di banca Tercas, la Corte di Giustizia europea emana una sentenza che ammette che non di aiuti di stato si è trattato ma di intervento di fondi privati. Il punto è che le banche sono state un fenomeno che ha agito su economia e su risparmiatori, che ha spostato il 5% dell’elettorato. Ed ha acquisito pertanto una enorme valenza per la politica oltre che per l’economia.  Dopo la sentenza su Tercas cambia il quadro: gli interventi di risanamento non solo sono utili ma soprattutto necessari. Per questo il bail-in andrebbe portato a graduale superamento e va immaginata una clausola sociale europea per cui quando i risparmiatori si accorgono della fase di crisi convocano i sindacati per porvi rimedio.

Ritieni che con questo governo si possa condividere la piattaforma elaborata dai sindacati, anche sul sistema del credito oltre che sui piani di risanamento industriale?

Se si vuole rimettere al centro la crescita, la lotta alle diseguaglianze e alla disoccupazione, il paese avrebbe bisogno oggi più che mai di una sorta di accordo come quello firmato da Ciampi nel luglio del 1993, così da mettere al servizio del paese le condizioni in cui un tavolo di imprese, sindacati, banche e governo sia capace di affrontare la crisi. Purtroppo, con un governo così ostile alle parti sociali temo che sarà difficile costruire tale tavolo. Le parti sociali sembrano esserne consapevoli, come manifesta l’intervista di Bonomi, presidente di Assolombarda, che immagina una soluzione condivisa per i lavoratori, mediante una riduzione delle tasse sul lavoro sotto i 35 mila euro di salario. Serve dunque un percorso di unità dei sindacati per riconquistare la centralità del blocco sociale del lavoro, soprattutto nei confronti di questo governo.

E la sinistra? Come vedi la sua iniziativa, se c’è…

Noi tutti abbiamo bisogno di una sinistra capace di costruire un campo largo di forze, senza settarismi. A partire, ad esempio, dalla necessità di riformare il Partito democratico –  che anche una parte di dirigenti sindacali ha contribuito a far nascere – soprattutto dopo la direzione impressa da Renzi. Ciò significa imprimere una totale discontinuità con quel passato recente, che metta in evidenza con freddezza inglese ciò che separa il nuovo Pd da leggi e decisioni sbagliate. Credo che la prima necessità per una sinistra moderna che vuole rilanciarsi e rappresentare davvero il mondo del lavoro è proprio quella di riconoscere gli errori. Solo così il mondo del lavoro torna a diventare  centrale nella proposta politica e non solo nelle dichiarazioni, ma con proposte di legge. Le questioni centrali per la sinistra? Lavoro, lavoro, lavoro. Per il futuro delle prossime generazioni e per far rinascere la speranza in questo Paese.

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