Protagonisti sempre/3. Vietare il cellulare in classe è un colossale errore

Protagonisti sempre/3. Vietare il cellulare in classe è un colossale errore

Molto se ne è parlato e molto ancora se ne parlerà in futuro: è giusto o no vietare l’uso del cellulare in classe? Assumo una posizione che, probabilmente, farà storcere il naso ad alcuni: per me sarebbe un colossale errore. Lo penso da sempre e ribadisco il mio punto di vista: non si può vietare alcuna forma di tecnologia, per il semplice motivo che la storia e il buonsenso non consentono a nessuno di tornare indietro. Un’idea del genere, addirittura sotto forma di proposta di legge, poteva venire solo a questa destra, in cui ormai Forza Italia si è trasformata in una corrente moderata della Lega, ed è davvero triste dover constatare che qualcuno, anche a sinistra, plauda a una visione del mondo e dell’apprendimento che verrà inesorabilmente sconfitta dal corso degli eventi. Perché la realtà, come sanno tutti coloro che si sono approcciati almeno una volta alla materia, è che ci troviamo di fronte a generazioni dinamiche e interattive, abituate a ricevere notizie da molteplici fonti e ad avere una concezione del potere e dall’autorità figlie del proprio tempo, ossia di una stagione orizzontale e a rete in cui i rapporti gerarchici sono molto più difficili da far valere rispetto al passato.

A un ragazzo di oggi puoi anche imporre la classica lezione frontale, con il docente in cattedra e nessuna interazione, puoi anche sequestrargli il cellulare o costringerlo a non utilizzarlo, in una versione moderna della Stasi o della Romania di Ceausescu, puoi anche pretendere che rimanga immobile al banco senza quasi respirare, come piacerebbe a questa destra tutta chiacchiere e grembiulino, ma una cosa non otterrai mai: la sua stima e la sua effettiva attenzione. La passione di chi ti ascolta, infatti, oggi è come il voto: non esistono più zone sicure, te lo devi conquistare giorno per giorno, senza mai illuderti che esistano ancora rendite di posizione. Se una lezione piace sarà ascoltata, se annoia no. E anche senza cellulare, ricordiamoci tutti di quando siamo stati adolescenti: il professore che ci rapiva con le sue spiegazioni lo stavamo ad ascoltare quasi in estasi, quello che si limitava al compitino, bene che andasse, dopo cinque minuti vedeva davanti a sé sguardi annoiati e occhi che vagavano per la stanza in cerca di un qualunque elemento di distrazione.

Dietro questa guerra ai cellulari e alla modernità non c’è, dunque, niente di razionale o di necessario: c’è soltanto la guerra della peggior destra di sempre all’autoaffermazione e alla presa di coscienza di sé dei ragazzi, un empowerment indispensabile per renderli cittadini consapevoli e all’altezza delle sfide del Terzo Millennio. Una sinistra degna di questo nome, se esistesse, dovrebbe pertanto accettare la sfida e proporre ai nostri giovani un patto educativo, al fine di trasformare i cellulari e la rete in ciò che dovrebbero essere, ossia strumenti di conoscenza e supporti fondamentali per condurre gli studenti nel cuore della materia che si vuol far conoscere loro, rendendoli protagonisti e non solo spettatori passivi della didattica. Se a ciò aggiungessimo l’abolizione della pessima lezione frontale, foriera di disattenzione, divari e disuguaglianze fra chi siede in prima fila e chi rimane, anche materialmente, indietro, sostituendo quest’orribile modello di insegnamento con una disposizione dei banchi a ferro di cavallo o con un grande tavolo intorno al quale sedersi, con l’insegnante al centro e guardandosi negli occhi, ridurremmo al minimo i guasti dovuti al bullismo, al cyberbullismo e a un utilizzo improprio degli strumenti tecnologici. Allora sì che Youtube potrebbe diventare essenziale per seguire un documentario su Napoleone, ascoltare un discorso di Mussolini o di Pertini, osservare da vicino un fondale marino o toccare con mano la struttura del nostro DNA, magari spiegata da un esperto di fama mondiale. Senza contare che il modello SciencesPo, basato su lezioni congiunte fra ragazzi di atenei diversi, talvolta situati a migliaia di chilometri di distanza e connessi grazie alle nuove tecnologie, andrebbe esportato anche nei nostri licei, integrando gli scambi culturali con vere e proprie lezioni congiunte fra un liceo di Roma, di Napoli o di Milano e uno di Parigi o di Berlino. Solo così possiamo far crescere una generazione autenticamente europeista, con una cultura aperta, globale e capace di vivere in comunione con gli altri, in un clima di fratellanza e affetto che vada ben al di là delle pur indubbie virtù dell’Erasmus.

Un’ora, anche due se possibile, di letteratura europea, con un programma scolastico stabilito, sul punto specifico, a livello continentale dovrebbe essere uno degli impegni cruciali della prossima Commissione Europea, accompagnando questa scelta con specifici corsi di formazione per gli insegnanti e, se possibile, brevi Erasmus professionali su base volontaria, con lo scopo di armonizzare i modelli e i livelli di insegnamento in Europa. Insomma, tutto bisogna fare fuorché stare a perdere tempo dietro alle pretese anacronistiche di una destra fuori dal mondo, la quale non riesce neanche immaginare quale sia la bellezza costituita dalla diversità, dall’apertura e dall’idea di crescere e imparare insieme, migliorandosi a vicenda. Far entrare i cellulari, e direi anche i tablet, a scuola, può inoltre essere un buon modo per educare i nostri ragazzi a utilizzarli in maniera consapevole, rendendoli magnifici strumenti di crescita culturale e di arricchimento collettivo in termini di idee e di proposte. Vietarli col cipiglio che abbiamo visto all’opera nelle ultime settimane significa, invece, favorire semplicemente i casi di utilizzo improprio e la condanna della scuola a vivere nel passato, ai tempi della predella e delle bacchettate sulle mani. Significa rinunciare a riformare e riorganizzare la scuola insieme ai ragazzi, a esplorare forme di didattica alternativa e confinarsi, di conseguenza, in un tempo che è finito e del quale, per una volta, sarebbe assurdo avere rimpianti. Questa destra non lo può capire. Se la sinistra si allinea al conservatorismo retrivo, come ha già fatto più volte in passato, tanto vale che lasci perdere la politica perché non è degna di ricevere un solo voto, meno che mai dai giovani.

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