La memoria/3. Giuseppe Di Vittorio: la via italiana al socialismo una grande scelta strategica

La memoria/3. Giuseppe Di Vittorio: la via italiana al socialismo una grande scelta strategica

Intervento conclusivo di Giuseppe Di Vittorio al decimo congresso provinciale del Pci di Capitanata, Foggia, 27 novembre 1956 in “Sudest quaderni, rivista mensile”, anno III, n.18, novembre 1956. Contributo a cura della Fondazione Futura Umanità.

Il fatto che il Partito contribuì attivamente a elaborare la Costituzione e la votò, conferma che sin da allora abbiamo marciato sulla via italiana al socialismo.

Il dato che caratterizza la via italiana al socialismo è la nostra dichiarazione solenne, contenuta nei punti programmatici, secondo cui nella situazione dell’Italia si può giungere al socialismo per via democratica nell’ambito della Costituzione e mediante la sua attuazione, senza guerra civile.

Questo è il nostro proponimento: Ma se le forze conservatrici e reazionarie si opporranno con la violenza, violando la Costituzione, come fecero con Crispi, con Pelloux e con il fascismo, noi rintuzzeremo questa violenza.

L’importanza che assume questa impostazione è quella di far cadere alcune barriere ideologiche fra noi, i socialisti, i socialdemocratici e i democratici in genere e di rendere possibile una vasta unione delle forze proletarie e popolari.

L’impegno che ne consegue per tutti noi è quello di conquistare la maggioranza del popolo lavoratore alla causa del socialismo verso la democrazia, che è la condizione indispensabile del grande progresso generale della società umana.

Noi vogliano sperimentare vie diverse, ma non per un periodo transitorio o come mero fatto tattico. La via italiana al socialismo non è un espediente furbesco, come pensa il compagno Melpignano, ma costituisce una grande scelta strategica.

No. Non è assolutamente vero che non possono essere vie nazionali. Gli esempi della Cina e della Jugoslavia danno ragione della diversità delle vie. Se ci ricordiamo – noi, compagni della mia generazione – qual era lo stato di miseria nera, di ignoranza, di disgregazione, di umiliazione in cui vivevano alcuni decenni orsono, e confrontiamo le condizioni di allora con quelle attuali, che pure sono tuttavia misere, possiamo esser fieri del lavoro compiuto, delle lotte condotte, dei sacrifici accettati.

Noi abbiamo trasformato una plebe informe, priva di volontà e di una qualsiasi prospettiva, dedita alla rissa, trattata come bestiame, affamata, in una massa di uomini organizzati, consapevole dei propri diritti sociali e umani, l’abbiamo trasformata in popolo civile.

A questa massa noi abbiamo dato un ideale di riscatto, di giustizia e di superiore civiltà e fraternità umana.

A questa massa abbiamo dato una dignità e una personalità; l’abbiamo immessa nella storia, ne abbiamo fatto il motore del progresso umano”

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