Caso Cucchi. In Corte d’Assiste il pm deposita le nuove prove dei falsi, delle omissioni e dei depistaggi dei carabinieri. Coinvolto nel falso al Parlamento anche l’allora ministro Alfano

Caso Cucchi. In Corte d’Assiste il pm deposita le nuove prove dei falsi, delle omissioni e dei depistaggi dei carabinieri. Coinvolto nel falso al Parlamento anche l’allora ministro Alfano

Nuove carte depositate dall’accusa con le prove dei falsi e delle omissioni dell’allora Comando provinciale dei Carabinieri di Roma nella vicenda della morte di Stefano Cucchi. Documenti, referti medici, forniti dall’attuale comando dell’Arma che il pm ha dichiarato di avere e che negli anni delle indagini su Cucchi dimostrano anche come abbiano tratto in inganno anche l’ex ministro della Giustizia, Angelino Alfano, che il 3 novembre 2009 in aula al Senato accusò implicitamente gli uomini della Polizia penitenziaria. Fino a quel giorno, ha ricordato il pm Giovanni Musarò, il fascicolo era a carico di ignoti e solo dopo le parole di Alfano ci sarà l’indagine dei poliziotti. Falsi che non si fermano qui. L’anemia messa a verbale da Cucchi diventa ‘anoressia’ nelle informative dei carabinieri. Così come falso è l’attacco di epilessia che il giovane geometra avrebbe avuto in caserma. La circostanza è stata smontata in dibattimento. Dati “inquietanti”, li ha definiti Musarò.

“Sia sul depistaggio del 2015 su cui abbiamo dichiarazioni, sia sui fatti del 2009 pensiamo di essere riusciti a capire e dimostrare esaustivamente cosa accadde”, ha precisato il pm Giovanni Musarò. “Un’acquisizione documentale di straordinaria importanza fatta nel novembre del 2018 grazie al Comando provinciale dei Carabinieri. Questa acquisizione – ha spiegato – verte su due circostanze: la prima è sulla ricostruzione dei fatti, la seconda attiene all’aspetto medico legale. Dopo la morte di Stefano Cucchi, per diversi giorni, l’Arma non fece nulla: nessuna indagine interna, poi dal 26 ottobre pullulano una serie di annotazioni false. Risulta dai documenti, che tutto trae origine da un’agenzia Ansa del 26 ottobre 2009 in cui Patrizio Gonnella dell’associazione Antigone e Luigi Manconi fanno pubblica denuncia della vicenda Cucchi. Questo indica un lasso temporale di come i fatti fossero immediatamente chiari prima che qualcuno mischiasse le carte”.

“Questa notizia scatena un putiferio, alle 16.46 il Comando provinciale dei Carabinieri chiede urgentissime notizie. Servivano informazioni – ha spiegato il pm – per redigere appunti per il ministro Alfano che avrebbe dovuto rispondere al question time di Roberto Giachetti. Appunti che il ministro Alfano legge al Senato il 3 novembre: il documento che viene redatto sulla base degli atti falsi trasmessi dal comando generale. Alfano dichiara il falso al Parlamento sulla base di questi appunti. Il documento è falso su tre punti: Cucchi è collaborativo e non è vero. Si omette ogni passaggio dalla compagnia Casilina, Cucchi già al momento dell’arresto era in condizioni fisiche debilitate e non è vero. Qui – ha proseguito il pm – inizia una difesa a spada tratta dell’Arma e dall’altra in una implicita accusa a tre agenti della Penitenziaria. Ad accusare la Penitenziaria fu proprio Alfano, cioè il ministro della Penitenziaria. Quando questo accade il fascicolo del pm Barba era contro ignoti”.

“Ascoltare in un’aula di giustizia che c’erano i superiori dei Carabinieri coinvolti, in questo nuovo processo per la morte di mio fratello, che già sapevano tutto dal principio e hanno deciso tutto a tavolino, lo dico come sorella di Stefano e come cittadina, fa veramente venire un enorme sconforto. Spesso si discute, si parla e si critica il fatto che la famiglia Cucchi ha preso un grande risarcimento. Quei soldi sono andati tutti in spese in questi ormai quasi 10 anni, buttati, grazie a persone che sapevano tutto e che si sono nascoste. La nostra vita è devastata, ci abbiamo rimesso in soldi, in salute, nella nostra normalità”. Così Ilaria Cucchi, al termine dell’udienza in Corte d’Assise nell’ambito del processo relativo a falsi e depistaggi sulla morte del fratello Stefano.

“Io mi sono trovato da innocente in una cupola, in una rete senza via di uscita che è stata architettata nei nostri confronti. Ad un mio collega abbiamo tolto la pistola dalle mani, stava per compiere un gesto insano”, ha detto in aula in Corte di Assise al processo Cucchi, Nicola Minichini, uno degli agenti della Polizia Penitenziaria imputati nel primo processo per la morte del geometra 31enne e poi assolti per non aver commesso il fatto. Minichini, ascoltato per la prima volta in aula al processo bis, ha ricordato il vero e proprio incubo vissuto per dieci anni, quando lui e i suoi colleghi della penitenziaria erano accusati del decesso di Cucchi. “Per noi ha significato sprofondare nell’inferno più totale, non lo auguro a nessuno. Per settimane non sono potuto rientrare a casa perché avevamo i giornalisti sotto casa, a caccia di mostri. Sono stato rincorso da persone che guardando erroneamente le foto dell’autopsia mi chiedevano: come avete fatto a tagliarlo dalla gola allo stomaco?”. L’agente ha ricordato in aula i momenti in cui ha avuto in custodia il giovane, quando Cucchi venne processato per direttissima e tradotto in carcere a Regina Coeli. “Vidi Stefano Cucchi che camminava da solo ma a fatica, aveva dei lividi sul volto. Si sedeva a fatica e su un fianco. Rifiutò di spogliarsi davanti al medico e chiese una pillola perché aveva mal di testa, alla schiena e al fianco. ‘Come ti sei fatto questi segni?’ gli chiese il medico. E lui: ‘Sono caduto ieri sera dalle scale'”. Il 22 ottobre quando si apprese della morte di Cucchi al reparto detentivo del Pertini, Minichini venne sentito dal pm Barba e il 14 novembre viene indagato: “Sul documento c’era scritto: ‘con calci e pugni dopo averlo fatto cadere in terra ne cagionavano la morte’. Da quel momento la mia vita e quella della mia famiglia è cambiata per sempre”.

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