Unicef a Davos. La condizione dei giovani come un bollettino di guerra: 71 milioni i disoccupati, 150 milioni vivono con meno di tre dollari al giorno, 200 milioni fuori dalla scuola

Unicef a Davos. La condizione dei giovani come un bollettino di guerra: 71 milioni i disoccupati, 150 milioni vivono con meno di tre dollari al giorno, 200 milioni fuori dalla scuola

71 milioni di giovani disoccupati. 150 milioni di ragazzi lavorano, ma vivono con meno di tre dollari al giorno. 200 milioni di adolescenti sono fuori dalla scuola. Il bollettino di guerra della situazione giovanile del mondo è stato letto al meeting di Davos da Henrietta Fiore, direttore generale dell’Unicef. I soggetti più deboli, ovviamente, sono le ragazze  e i ragazzi che vivono nelle zone di conflitto. La Fiore ha anche dato i numeri di un sondaggio condotto online al quale hanno partecipato 10.000 giovani da 160 Paesi: siamo di fronte ad una forte crisi delle conoscenze e delle competenze. Gli intervistati chiedono più opportunità lavorative, un’istruzione migliore, supporto per l’agricoltura e l’imprenditorialità, un migliore accesso alla tecnologia. I partecipanti al sondaggio sono inoltre divisi sulla positività della globalizzazione. La reputano positiva perché strumento di unione tra le persone il 47%. Vedono un aumento della diseguaglianza tra ricchi e poveri il 36%.

Una platea particolare formata dalla dirigenza delle tre maggiori organizzazioni

Henrietta Fiore ha parlato di fronte ad una platea particolare, formata dalla dirigenza di tre delle maggiori organizzazioni giovanili mondiali: i Global Shapers, un po’ imprenditori e un po’ filantropi, individuati dal World Economic Forum per fare da guida alle nuove generazioni nella scelta del loro futuro. I giovani leader globali, ovvero i leader del futuro con meno di 40 anni d’età e una carriera fuori dalla norma tra università, società civile, arte, no profit e media. I giovani imprenditori della Schwab Foundation for Social Entrepreneurship, la fondazione creata nel 1998 da Klaus Schwab, padre del World Economic Forum, per valorizzare le attività di imprenditoria sociale in grado di influenzare l’agenda globale, regionale e industriale e migliorare le condizioni di vita delle popolazioni più povere. Il direttore generale dell’Unicef parla dei giovani ai giovani, parla delle difficoltà dei ragazzi e delle ragazze che cercano una loro dignitosa collocazione nel mondo ai loro coetanei che di difficoltà non ne hanno. Parla dei poveri ai ricchi.

L’eccellenza adoperata come manifesto può avere un effetto trainante? Sicuramente nell’immaginario collettivo delle “upper classes” delle società opulente. Ma portata a livello mondiale, includendo quindi anche i paesi in via di sviluppo ed il quarto mondo, ma anche nelle periferie delle nostre aree metropolitane, l’eccellenza come modello si impantana nelle difficoltà economiche, sociali, culturali, organizzative. È difficile essere “eccellenti” in Liberia, dove la vita umana vale meno di una scatola di piselli.

Portare avanti chi è nato indietro

Fuori, dal ragionamento della Fiore e del suo pubblico d’élite, anche la crisi dell’Occidente che, in ambito giovanile, è formata dai Neet, coloro i quali, pur avendone le possibilità, non studiano, non lavorano, non sono impegnati in percorsi formativi ed hanno rinunciato a cercare un’occupazione. Sono, nel mondo, circa 75 milioni, concentrati nei paesi avanzati. Alla affermazione della Fiore, “se agiamo con saggezza e urgenza, possiamo avere domani tanti giovani competenti e con una preparazione migliore per creare economie sostenibili e società pacifiche e prospere” ci permettiamo di rispondere con Pietro Nenni per il quale la priorità è quella di “portare avanti chi è nato indietro”. La differenza non è solo linguistica, ma sostanziale, tra ricerca della competenza e giustizia sociale. Non è poco.

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