Sul caso Diciotti, Salvini arretra e non vuole essere più processato, minaccia i 5Stelle, che adottano la doppia morale dei furbi. Vince la codardia

Sul caso Diciotti, Salvini arretra e non vuole essere più processato, minaccia i 5Stelle, che adottano la doppia morale dei furbi. Vince la codardia

“Non devo essere processato”. Con poche parole, Matteo Salvini spiazza i 5Stelle e lancia un vero e proprio guanto di sfida al socio di governo. Sul caso Diciotti è stato l’esecutivo a dettare la linea su precise “considerazioni politiche” e il ministro dell’Interno, non la persona, nel pieno del suo mandato, ha agito “nell’interesse pubblico”. Il vicepremier, in una lunga lettera al Corriere della Sera, mette nero su bianco il suo cambio di strategia: “Dopo aver riflettuto a lungo, ritengo che l’autorizzazione a procedere debba essere negata”. Un colpo di scena che inguaia Luigi Di Maio, costringendolo in un angolo. Il dilemma è pesante da sostenere e complicato da risolvere. Indicare ai suoi di percorrere la strada del sì all’autorizzazione a procedere, cavalcando le idee che hanno segnato il movimento, o sostenere il ‘no’ per non sconfessare l’azione di governo? Un nodo che rischia di mandare all’aria o il governo o il Movimento 5Stelle, già sotto attacco degli elettori, quelli social, già sul piede di guerra. Un vero e proprio rebus che fotografa le due anime dei pentastellati i quali, a meno di 24 ore dalla riunione della Giunta per le immunità del Senato, sono sotto i riflettori.

“Ci processino tutti”, dicono i 5Stelle, così salvano Salvini e il governo. E restano abbarbicati al potere

L’ala governativa difende il ministro e le sue scelte: a scendere in campo è il premier Giuseppe Conte: “Sono responsabile di questa politica di governo. Mi assumo la piena responsabilità politica di ciò che è stato fatto e della vicenda Diciotti”. E non è tutto: “Se l’avessi ritenuta illegittima sarei intervenuto”. Un assist che fortifica le posizioni di molti ministri, tra cui Danilo Toninelli, pronto a lanciarsi all’attacco: “Ci processino tutti. La decisione la abbiamo presa insieme, io, lui, il presidente del Consiglio e tutto il Governo del Parlamento”. Non è della stessa idea Alessandro Di Battista, che invece è convinto che il Movimento voterà sì alla richiesta avanzata dal Tribunale dei ministri. “E’ molto complicato per la storia del Movimento 5 Stelle non firmare un’autorizzazione a procedere – osserva – Ma quella decisione va presa in comune”.

Un cubo di Rubik difficile da risolvere, che potrebbe stritolare i pentastellati. Ecco allora la ricerca di una exit strategy, che permetta al Movimento di dire ‘no’, senza rischiare di macchiarsi, per così dire, la fedina penale. Il Tribunale dei ministri doveva chiedere l’autorizzazione a procedere per tutto il governo e non solo per il titolare dell’Interno, è il ragionamento. E in base a questo i pentastellati potrebbero, diciamo per un vizio di sostanza, servire il loro diniego senza battere ciglio. Una ipotesi, rivelano, che si fa sempre più concreta e che molto probabilmente sarà discussa nel vertice notturno convocato da Conte a palazzo Chigi con i due vicepremier. L’appuntamento in giunta si avvicina, ma non sarà lì il vero problema. L’esame nella sede di Sant’Ivo alla Sapienza non dovrebbe trovare intoppi, con Salvini pronto a intervenire. E’ l’aula del Senato a mettere paura. I numeri sono risicati è vero, ma con il voto palese, con il ‘no’ dei pentastellati e quelli già dichiarati di Fi, Lega e Fdi, Salvini dovrebbe cavarsela. E’ sul voto segreto, qualora se ne facesse richiesta, che le sorprese o gli sgambetti, potrebbero celarsi dietro l’angolo. Tra gli azzurri non sono pochi quelli anti-Salvini e a questo punto anche gli ortodossi del Movimento si troverebbero nel segreto dell’urna liberi di decidere. Un deja vue che riporta al 2013 in occasione della decadenza a senatore di Silvio Berlusconi. Quel voto palese richiesto e concesso dall’allora presidente Grasso, che molto probabilmente condannò il leader azzurro.

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