Il populismo e il popolo. Le paure di Diamanti e Lazar

Il populismo e il popolo. Le paure di Diamanti e Lazar

Se qualcuno è interessato a un libro che trasuda disprezzo nei confronti dei ceti popolari, dei comuni cittadini e di tutti coloro che non sono socialmente vincenti può acquistare il volume scritto da Ilvo Diamanti e Marc Lazar intitolato Popolocrazia. La metamorfosi delle nostre democrazie (Laterza, Roma-Bari, 2018). Naturalmente tale disprezzo – e in alcune pagine persino il livore –  non è dichiarato apertamente (come potrebbe?), ma celato sotto una coltre di riflessioni politiche su un tema di grande attualità: il populismo. Partiti e movimenti catalogati con tale formula si sono presentati sulla scena occidentale mettendo in discussione assetti di potere che sembravano consolidati. Si pensi solo alla Brexit, all’elezione di Donald Trump negli USA, alle recenti elezioni politiche italiane col trionfo del M5S, il successo della Lega, il naufragio del PD e la riduzione ai minimi termini della sinistra.

Chiariamo subito che non nutriamo alcuna simpatia per ogni forma di populismo, passato e presente. Ma neppure per l’atteggiamento dei due autori di “Popolocrazia“, per i quali il populismo è sì un fenomeno da combattere, ma non in nome di un miglioramento delle condizioni materiali dei ceti popolari e dunque della loro agibilità politica (leggi: democrazia sostanziale), bensì in nome di una vecchia formula che ha ampiamente dimostrato tutti i suoi limiti, la democrazia rappresentativa di tipo liberale (leggi: democrazia formale). Attenzione, è molto importante l’aggettivo liberale associato alla categoria democrazia rappresentativa. Perché di democrazie rappresentative ce ne possono essere di diversi tipi. Ma quella che sostengono a spada tratta Diamanti e Lazard è la forma ideale di una democrazia ispirata ai principi del liberismo in economia e di conseguenza al liberalismo in politica. Non sono gli unici ovviamente a ergersi a difesa di tale forma ideale. Da tempo nell’ambito dell’intellighenzia conservatrice si assiste a un animato dibattito. Basti per tutti il libro di Giuseppe De Rita e Antonio Galdo, L’eclissi della borghesia (Laterza, 2011) dove l’ideale di una élite borghese onesta, sinceramente pluralista e socialmente responsabile sostituisce una realtà passata e presente ben diversa. Ma al di là dello scambio di principi filosofici con i fatti perché questa intellighenzia assume posizioni così nette? Perché in Italia – come in altri paesi occidentali – è in atto un violento scontro tra una vecchia e una nuova borghesia. E gli intellettuali dei rispettivi fronti sono chiamati alla mobilitazione. Semplificando al massimo, la vecchia élite borghese è legata ai tradizionali salotti buoni e all’industria di beni tangibili, la nuova alla finanza, alle industrie della comunicazione e nel nostro paese a una parte consistente del Made in Italy. L’ultraventennale scontro tra il populista Berlusconi e il capitano d’industria De Benedetti si spiega anche così.

Diamanti e Lazar non si occupano direttamente di classi sociali come invece fanno De Rita e Galdo. Ma della complessità del sociale di cui i populisti non avrebbero la minima contezza. Cambia l’oggetto di indagine, è vero, ma in realtà anche Popolocrazia è una lunga perorazione a favore di quella parte dell’alta borghesia che vede minacciato il proprio potere dai nuovi arrivati ai vertici della piramide sociale. Il malcelato disprezzo nei confronti dei ceti popolari da parte di Diamanti e Lazar si spiega a partire da questo conflitto. Che entrambi rappresentano attraverso la demonizzazione del populismo. Ma dietro tale demonizzazione è occultata la paura del popolo, perché col richiamo al popolo la politica potrebbe tornare a sostituire l’economia al governo della società. Il pericolo più insidioso consiste nel fatto che il populismo sta contagiando i partiti politici fino a ieri fedelissimi servitori del vecchio capitalismo, pardon, della democrazia rappresentativa liberale. Per dare un nome a questa forma di inquinamento i due autori hanno inventato una sub-categoria politica: popolocrazia.

Il libro di Diamanti e Lazar è uscito per la collana “tempi nuovi”. Collana che si concentra sul dibattito attuale più in termini di opinione che di approfondimento scientifico. Non gli si chiede dunque un rigore assoluto. Tuttavia gli autori si sprecano in citazioni accademiche a difesa delle vecchie élite attingendo a piene mani dalla collaudata partizione “populismo di destra”, “populismo di sinistra”. E così sotto lo stesso tetto troviamo leader di destra con simpatie nazi-fasciste quali Marine Le Pen, Heinz-Christian Strache e Frauke Petry e leader di sinistra quali Alexis Tsipras e Jean-Luc Mélenchon. Di Mélenchon sono riportate un paio di battute in cui difende il populismo. Ma estrapolate dal contesto in cui sono avvenute, dalla cultura politica, dalla storia del personaggio. Un vecchio e scorretto trucco giornalistico per denigrare chiunque non sia gradito alla testata. Per quanto il trucco funzioni bene sul lettore ingenuo, due professori universitari non dovrebbero ricorrere a tali espedienti. Eccoli allora mettere in moto il pensiero. Purtroppo per loro peggiorando la situazione. Le otto pagine di fila (95-102) dedicate a dimostrare che Mélenchon è un populista hanno, da un lato, un effetto boomerang per gli autori di Popolocrazia (ce ne sono altri di effetti simili, ma lasciamo al lettore il piacere di scoprirli), e, dall’altro, non dimostrano un bel niente tanto sono deboli le motivazioni che adducono.

Annoverare Tsipras e Mélenchon tra i populisti è un’opinione che altera la realtà. Alterazione che tuttavia si spiega con la demonizzazione che percorre da cima a fondo Popolocrazia nei confronti di chiunque in una maniera o nell’altra si appelli al popolo. Nel calderone “populismo di sinistra” finiscono anche Togliatti, Berlinguer, Pavese, Pasolini fino a toccare il parossismo quando i due autori di Popolocrazia ci gettano dentro addirittura i gruppi della sinistra extraparlamentare degli anni ’60 e ’70. Insomma, Diamanti e Lazar vedono populisti dappertutto. Persino Macron è bacchettato. Attenti lettori, stanotte controllate sotto il letto prima di coricarvi. E guai a voi se sul comodino tenete Rousseau. Con quelle le sue strambe idee sulla volontà generale ne ha combinati di guai. Insomma, uno spettro si aggira per l’Europa, il popolo. Che paura! E allora proviamo a tranquillizzare i due prof. Nelle democrazie liberali, qualsiasi forma esse assumano, il popolo è e sarà sovrano solo sulla carta. E per quanto riguarda l’attualità nessuno dei partiti populisti di destra al potere oggi in Europa mette in discussione l’ordine sociale fondato sul primato del capitale. Se nell’Italia del dopo Berlusconi quest’assicurazione non sembra sufficiente, ecco oggi Di Maio giurare fedeltà alla Nato, all’UE e all’euro. Pericolo scampato prof, le cose importanti sono sistemate.

Qualsiasi sia l’esito del conflitto tra le élite borghesi Popolocrazia avrà dato comunque il suo contributo. Certo, il libro è disseminato di furbizie, distorsioni della realtà e qualche atto di disonestà intellettuale come ad esempio quello di includere tra i populisti statunitensi un personaggio imbarazzante per la democrazia liberale quale fu il senatore Joseph McCarthy. Il quale, come è noto, col populismo non c’entrava niente. Venne utilizzato dalle élite al potere per eliminare – nell’industria culturale, nell’amministrazione pubblica statunitense e non solo – chiunque fosse anche solo minimamente sospettato di idee marxiste. Quando McCarthy finì il suo sporco lavoro era troppo screditato e fu messo alla porta. Il maccartismo continuò nei suoi effetti ma si tornò in tutta tranquillità alla retorica della democrazia liberale. A proposito della quale fa sorridere un passaggio di Popolocrazia in cui l’arte della politica e del governo si fonda “tradizionalmente sui tempi dell’osservazione, della valutazione competente, della riflessione, della mediazione, della deliberazione e poi dell’azione”. Tutto ciò avviene sui libri. Nella realtà accade che un imprenditore con l’azienda in attivo delocalizzi l’attività, getti sul lastrico centinaia di lavoratori, premi per questa brillante operazione i propri manager a suon di milioni e il governo non intervenga. In una democrazia sostanziale queste cose non accadrebbero. Nella democrazia liberale tanto amata da Diamanti e Lazar sì.

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