Usa. Il martedì elettorale di midterm. Si vota per eleggere 435 deputati, 35 senatori, 36 governatori. Un referendum su Trump?

Usa. Il martedì elettorale di midterm. Si vota per eleggere 435 deputati, 35 senatori, 36 governatori. Un referendum su Trump?

Gli Stati Uniti confermeranno martedì la maggioranza repubblicana in Congresso affinché possa sostenere il programma di Donald Trump? O consegneranno ai democratici il controllo di Senato e/o Camera dei rappresentanti per intralciare le politiche del tycoon? La risposta arriverà dalle elezioni di Midterm, cioè di medio termine o metà mandato. Si tratta di elezioni che si tengono ogni quattro anni, due anni dopo le presidenziali, e servono a rinnovare i 435 membri della Camera dei rappresentanti e un terzo dei 100 membri del Senato. Quest’anno bisognerà eleggere 35 senatori. Svolgendosi due anni dopo le presidenziali, le elezioni di Midterm giungono appunto a metà del mandato del presidente eletto, dunque in questo caso verranno considerate una specie di referendum su Trump, nonostante lui non compaia sulle schede. Il sistema delle elezioni negli Usa funziona così: le presidenziali si tengono ogni quattro anni, parallelamente ad alcune elezioni parlamentari e locali; a metà del mandato del presidente, poi, si rinnovano parte del Congresso e delle amministrazioni locali. Ne consegue che i 435 seggi della Camera Usa si rinnovano ogni due anni (si vota negli anni pari, cioè l’anno delle presidenziali e quello del Midterm); mentre al Senato, che conta 100 membri, i mandati durano sei anni. Oltre che i parlamentari che siederanno a Washington, il 6 novembre gli americani sceglieranno praticamente tutti i membri dei Parlamenti locali, nonché i governatori di 36 Stati su 50. In oltre 150 anni, solo raramente il partito del presidente è riuscito a sfuggire a un voto sanzionatorio. Attualmente i repubblicani controllano tutto il Congresso: in Senato hanno una maggioranza molto stretta, di 51 contro 49; alla Camera invece una maggioranza più comoda, di 236 contro 193, con sei seggi vacanti. Per un caso del calendario, dunque, al Senato l’impresa è più difficile per i democratici, che devono difendere 26 seggi contro i soli 9 dei repubblicani. Alla Camera, invece, se i democratici vogliono strappare la maggioranza al Gop devono riuscire a vincere 26 seggi; cosa che secondo i sondaggisti non è impossibile. Tutti i nuovi eletti cominceranno il loro mandato il 1° gennaio del 2019.

Le diverse poste in gioco nei diversi Stati

L’impatto delle elezioni di Midterm potrebbe essere enorme. Se i democratici ottenessero la maggioranza alla Camera, la probabilità dell’avvio di una procedura di impeachment contro Donald Trump aumenterebbe in modo considerevole. Visto che si moltiplicano le inchieste parlamentari a carico dell’amministrazione Trump, che prendono di mira in particolare i sospetti di collusione fra la squadra della campagna elettorale del miliardario e la Russia nel 2016. I democratici prenderebbero la guida delle commissioni parlamentari alla Camera, il che darebbe loro il potere di emettere i mandati di comparizione per i testimoni che vorrebbero ascoltare sotto giuramento. Inoltre, se i Dem riuscissero anche a prendere il controllo del Senato, potrebbero bloccare tutte le nomine di Donald Trump per la Corte suprema e per ruoli esecutivi all’interno dell’amministrazione Usa. Il Senato, infatti, ha l’ultima parola su questo genere di scelte presidenziali. Nonostante il nome di Donald Trump non compaia sulle schede elettorali, numerosi americani percepiscono la consultazione del 6 novembre come un referendum sul presidente. Negli Stati conservatori come il Kansas o il South Carolina i candidati repubblicani non hanno alcun motivo di prendere le distanze dal miliardario; anzi, al contrario, possono contare sulla sua popolarità molto solida fra i conservatori. Ma questa popolarità crolla se si guarda su scala nazionale: nei cosiddetti ‘swing States’, contesi fra democratici e repubblicani, il nome del presidente può rivelarsi tossico. I candidati Gop, allora, provano a concentrare la loro compagna sulla solida crescita economica, mentre i democratici fanno di tutto per ricordare le controverse posizioni del tycoon su immigrazione, sanità e commercio.

I sondaggi prevedono molti testa a testa, ma anche che i democratici riprendano il controllo della Camera e meno probabilmente riconquistino il Senato. Il presidente Donald Trump ha alzato la pressione nella campagna elettorale a favore del suo Gop, incendiando la retorica per far sì che il suo partito non ‘perda’ il Congresso. Secondo un sondaggio Washington Post-ABC News, diffuso domenica a due giorni dal voto, i Dem riprenderanno la Camera, ma il Gop potrebbe rafforzarsi grazie ai risultati economici e agli allarmi e relative promesse di Trump sulla sicurezza dei confini. Il sondaggio Cnn alla vigilia del voto conferma per il Congresso un vantaggio democratico al 55%, con i repubblicani al 42%. Trump ha messo in agenda un tour de force di 10 comizi in cinque giorni attraverso otto Stati, per convincere gli americani a votare il Gop: Florida, Georgia, Indiana, Missouri, Montana, Ohio, Tennessee e West Virginia. Ha enfatizzato i successi economici raggiunti e si è concentrato su quella che definisce “l’invasione” della carovana di migranti centramericani. Anche l’ex presidente Barack Obama è sceso in campo, a sostegno dei candidati democratici. Il controllo del Senato si gioca su una manciata di sfide, secondo gli analisti politici: in Arizona, Florida, Indiana, Missouri, Montana, Nevada, New Jersey, North Dakota, Tennessee, Texas e West Virginia.

In Arizona corrono per sostituire il senatore Jeff Flake, repubblicano critico nei confronti di Trump che non si è ricandidato, le deputate democratica Kyrsten Sinema e repubblicana Martha McSally, ex pilota militare. Secondo la previsione di 538.com, Sinema vincerà con un ridotto vantaggio. In Florida, il senatore democratico uscente Bill Nelson vincerebbe di poco nella serrata sfida per la rielezione con il governatore repubblicano, Rick Scott. E nel Texas storicamente repubblicano, il senatore Ted Cruz è impegnato in una competizione insolitamente accesa con l’astro nascente Dem, Beto O’Rourke, sebbene la gran parte delle previsioni lo dia vincente. Sono invece due le sfide per la carica di governatore che più attirano l’attenzione. In Georgia, la democratica Stacey Abrams potrebbe diventare la prima donna nera a ricoprire l’incarico nella storia dello Stato, dopo che anche la star della tv Oprah Winfrey è intervenuta nella corsa elettorale per appoggiarla. Il clima è teso in Georgia, intanto, anche perché lo sfidante nonché ministro Brian Kemp ha annunciato un’indagine sui Dem per un presunto attacco hacker. In Florida invece il sindaco afroamericano di Tallahassee, Andrew Gillum, appoggiato con forza da Obama, conduce una battaglia politica serrata con il discepolo di Trump, il deputato repubblicano Ron DeSantis. Alexandria Ocasio-Cortez, ispanica, 29 anni, potrebbe diventare la più giovane eletta del Congresso americano. Programma decisamente di sinistra, ha lavorato per la campagna di Bernie Sanders nel 2016 e ha ottime chance di farcela nella sua circoscrizione di New York, una zona popolare a cavallo tra il Bronx (dove è nata e dove ha lavorato dopo la laurea come cameriera.) e il Queens.

Si vota anche per 150 referendum

Domani, gli elettori statunitensi non saranno solo chiamati a scegliere i loro rappresentanti a livello federale, statale e locale alle elezioni di metà mandato, perché sono in programma oltre 150 referendum, che riguarderanno decine di Stati. Gli elettori di Michigan, Colorado, Utah e Missouri saranno chiamati a decidere sulla creazione di commissioni per la modifica dei collegi elettorali, un tema molto sentito negli ultimi anni, perché usato a volte per influenzare pesantemente i risultati. Alcuni Stati si esprimeranno per espandere l’accesso al voto: in Florida, un milione e mezzo di persone non può votare, a causa di una legge che fa perdere il diritto di voto a chi abbia ricevuto una condanna penale; questo significa che è escluso oltre il 10% della popolazione maggiorenne della Florida, addirittura il 21% dei potenziali elettori afroamericani. In Nevada, gli elettori devono decidere se fare in modo che chi ottenga o rinnovi la patente sia automaticamente registrato al voto; in Maryland, devono decidere se permettere la registrazione anche nel giorno del voto. In Michigan, si vota sulla possibilità di registrarsi il giorno stesso delle elezioni e di permettere il voto a distanza. In Arkansas e North Carolina, invece, si voterà per rendere obbligatoria la presentazione di un documento d’identità al seggio. In California si voterà per togliere l’imposta sul carburante, mentre nello Stato di Washington per imporne una sulle emissioni nocive. In Arizona, gli elettori dovranno decidere se obbligare le società del settore energetico a produrre il 50% della loro energia da fonti rinnovabili entro il 2030. In Michigan e North Dakota si voterà sulla legalizzazione della marijuana a scopo ricreativo; in Missouri e Utah si voterà per la marijuana a scopo medico. Idaho, Nebraska, Utah e Montana dovranno decidere se espandere il Medicaid, il programma sanitario che fornisce aiuto alle famiglie a basso reddito. Tra gli altri referendum citati da FiveThirtyEight ci sono anche quelli per l’aumento del minimo salariale in Arkansas e Missouri e quello per il controllo delle armi nello Stato di Washington.

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