“Sorella io ti credo”: in 150mila hanno sfilato a Roma le donne chiamate da NonUnaDiMeno. “Agitazione permanente” contro il Ddl Pillon e per difendere la 194

“Sorella io ti credo”: in 150mila hanno sfilato a Roma le donne chiamate da NonUnaDiMeno. “Agitazione permanente” contro il Ddl Pillon e per difendere la 194

E’ un fiume colorato di persone, quello che attraversa in corteo Roma alla vigilia della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Alla manifestazione organizzata da ‘Non una di meno’ partecipano a migliaia per dire no a ogni forma di abuso e sopraffazione sotto lo slogan ‘stato di agitazione permanente’. Domani bandiere a mezz’asta e iniziative in 600 Comuni italiani, “con la consapevolezza – dice il presidente dell’Anci e sindaco di Bari, Antonio Decaro – che si tratta di un fenomeno tanto grave quanto complicato da contrastare: non basta reprimere gli atti violenti, è necessario adoperarsi per sconfiggere una mentalità, quella che confonde l’amore con il possesso, di cui la violenza è la manifestazione più estrema”. Migliaia di partecipanti, “siamo 150 mila”, urlano dal carro dell’organizzazione, in maggioranza donne giovani e di mezza età. Un corteo colorato di fucsia, tra palloncini e fazzoletti, arrabbiato negli slogan contro la violenza degli uomini sulle donne, che chiama ad una ‘agitazione permanente’ contro quello che viene definito “l’attacco in corso alla legge 194” che disciplina l’aborto e contro il ddl Pillon in discussione in Parlamento sulla riforma del diritto di famiglia in caso di separazioni. E poi lo slogan ‘sorella io ti credo’ scandito per tutto il corteo. Le organizzatrici hanno ribadito più volte che alla testa del corteo dovevano esserci solo donne, gli ultimi uomini sono stati invitare a stare nelle retrovie, perché “oggi siamo noi le protagoniste”, ripetono le attiviste.

Le voci dal corteo

Tante le donne che nel corteo hanno espresso un concetto che ormai rappresenta una consapevolezza comune: il governo di Salvini e Di Maio ha un disegno preciso, punire le conquiste di civiltà di tutte le donne italiane. Elsa, 46 anni, ci dice con molta rabbia: “Siamo donne, lavoratrici, precarie, migranti, donne, singole, lesbiche, trans, a cui il governo vuole togliere spazio e autonomia; il disegno di legge del senatore Pillon è una vendetta nei nostri confronti, lo bloccheremo. Vogliamo separarci se non amiamo più e viviamo condizioni di violenza domestica, psicologica e sessuale e farlo tutelando i nostri figli…”. E ancora, Elvira: “Vogliamo poter denunciare abusi e violenze in casa senza rischiare, purché per questo non ci sia tolto l’affido”. E un’altra voce tra le tante, quella di Roberta: “Vogliamo scegliere sempre se avere o no figli, la maternità è un desiderio”. E infine, le parole d’ordine della giornata: “Oggi sarà marea femminista senza bandiere e simboli identitari. I nostri corpi ci rappresentano, lo stato di agitazione globale permanente verso lo sciopero globale delle donne dell’8 marzo è appena cominciato, noi siamo ovunque”.

Natascia Cimele, NonUnadiMeno: “siamo qui a manifestare contro norme, come il ddl Pillon, che insistono su un modello patriarcale e autoritario per ridurre al silenzio la libertà delle donne”

“Lo abbiamo detto sin dall’inizio e continuiamo a dirlo, soprattutto alla luce degli ultimi casi di violenza: il ddl Pillon sugli affidi condivisi può far aumentare oltremodo le violenze domestiche, mettendo più a rischio – ammesso che sia possibile – la vita di donne, mamme e figli per colpa di mariti e padri violenti che li ritengono di loro proprietà”. Tocca ancora un tasto dolente una delle esponenti di ‘Non una di meno’, Natascia Cirimele. Lo fa quasi urlando, per farsi sentire, dentro il corteo partito nel primo pomeriggio di oggi da Piazza della Repubblica a Roma. Il pensiero va alle tante donne e madri oggetto di violenze da parte di padri e mariti, spesso letali anche per i figli, com’è accaduto due giorni fa a Sabbioneta (Mantova), dove un uomo ha dato fuoco alla casa familiare provocando la morte di suo figlio, un bambino di 11 anni. Ma, senza tornare troppo indietro nel tempo, un esempio calzante del dramma ancora molto italiano è il caso della donna suicida nel riminese a causa dei maltrattamenti e delle vessazioni del marito. Anche in questo caso estesi anche alla figlia. “Il problema – osserva ancora l’esponente di ‘Non una di meno’ – è che la sindrome parentale è diventata ormai un’emergenza sociale. Il Ddl Pillon ha lo scopo di difendere la famiglia tradizionale e ristabilire ruoli e gerarchie di genere, dimenticando che la violenza maschile comincia nel privato delle case e si estende a ogni ambito della società, diventando sempre di più strumento di pubblico dominio. Oggi siamo qui a manifestare – sottolinea Cirimele – contro norme, come il ddl Pillon, che insistono su un modello patriarcale e autoritario che hanno lo scopo di schiacciare e ridurre al silenzio la libertà delle donne”. L’approvazione di questo provvedimento, avverte, “porterà inevitabilmente a un inasprimento del quadro sociale attuale, esasperato da un welfare familistico e da anni di politiche di austerity e privatizzazione, ricadute principalmente sulle spalle delle donne. Non a caso – ricorda – un terzo delle madri sole con minori, vale a dire quasi un milione di donne, vivono a rischio povertà o esclusione sociale”.

Il sottosegretario Spadafora promette 20 milioni nella manovra per i centri antiviolenza

In Italia, tra il 2000 e il 2018 le vittime di femminicidio sono state 3.100, 107 solo nei primi dieci mesi di quest’anno; nel 72 per cento dei casi (2.156 in termini assoluti) l’assassino era un parente, nel 47,6 (1.426) il partner o l’ex partner. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega alle pari opportunità Vincenzo Spadafora annuncia che “il governo ha istituito una cabina di regia che lo scorso 21 novembre ha preso atto della prima bozza di interventi, che avranno una natura flessibile e dinamica”. E aggiunge: “Chiariamo che nella legge di bilancio non sono stati apportati tagli ai fondi per la lotta alla violenza di genere, se non una quota minima del 2,7% operata dal Mef su tutte le amministrazioni, come ogni anno – aggiunge -. Presto, dunque, alle Regioni saranno erogati i 20 milioni di euro stanziati nel 2018 per i centri antiviolenza, mentre nelle previsioni di bilancio del 2019 il Dipartimento per le pari opportunità può contare su oltre 33 milioni di euro, di cui una parte andrà per legge alle Regioni e che mi auguro successivamente di incrementare ulteriormente”.

Ma nei centri mancano ancora 5mila posti e i fondi pubblici sono scarsi e utilizzati male

Secondo l’Istat, nel 2017 49.152 donne si sono rivolte a un centro antiviolenza, ma le strutture a disposizione non bastano e contro femminicidi e abusi c’è ancora troppo da fare. EstremeConseguenze.it Grevio (Group of Experts on Action against Violence against Women and Domestic Violence), organismo del Consiglio d’Europa che monitora in ogni paese l’applicazione della Convenzione di Istanbul e che sta preparando un rapporto sul nostro paese, evidenzia che mancano più di 5mila posti letto per chi fugge dalle mura domestiche, teatro dell’80% dei maltrattamenti; i fondi pubblici sono scarsi e utilizzati male, e di quelli disponibili ne sono stati spesi solo lo 0.02%. A ciò si aggiungono la scarsa preparazione e formazione sul fenomeno della violenza di forze dell’ordine e personale socio-sanitario, e gli interventi di prevenzione e protezione sui territori a macchia di leopardo, tanto che secondo le stime, solo il 7% degli stupri viene denunciato.

Share