Mario Draghi, presidente della Bce, resta fiducioso sul confronto tra Roma e Bruxelles per la manovra di Bilancio. Lo spread scende a quota 310 dopo le sue parole ma i 5Stelle lo attaccano

Mario Draghi, presidente della Bce, resta fiducioso sul confronto tra Roma e Bruxelles per la manovra di Bilancio. Lo spread scende a quota 310 dopo le sue parole ma i 5Stelle lo attaccano

La Banca centrale europe mantiene la rotta della politica monetaria: tassi di interesse a zero, promessa di lasciarli così almeno fino alla prossima estate e soprattutto stop agli acquisti netti di titoli pubblici e privati dell’area euro da inizio 2019. Tuttavia, nella conferenza stampa al termine del Consiglio direttivo, il presidente Mario Draghi ha fornito alcuni nuovi elementi rilevanti su come l’istituzione veda le prospettive di crescita. E la sintesi è che i rischi si stanno facendo più “evidenti” anche se non al punto tale da spingere a valutare un cambio di rotta. Anche se in modo molto indiretto, il messaggio è che sullo stop allo shopping di titoli, che per ora è confermato, non è ancora detta l’ultima parola. A parte questo Draghi ha ricevuto una pioggia di domande sull’Italia e sulle banche italiane. Inevitabile visto che parlava all’indomani della bocciatura della manovra da parte della Commissione europea (al direttorio Bce ha partecipato come osservatore il vicepresidente Valdis Dombrovskis) e alla vigilia del giudizio di Standard & Poor’s, l’ultima delle tre grandi agenzie di rating a dire la sua in questa fase. Draghi si è detto “fiducioso” (non “molto fiducioso”, ha poi precisato: solo “fiducioso”) che alla fine “si troverà un accordo” tra Commissione europea e governo. “Non so nulla più di voi sulle trattative – ha chiarito – penso che sia semplice buonsenso, che vada nell’interesse del pubblico e delle famiglie che le parti convergano verso una qualche forma di accordo”.

Perché Mario Draghi è fiducioso (ma non molto) sulla soluzione di compromesso tra Roma e Bruxelles

La logica che rende “fiducioso” Draghi è la seguente. Gli attuali aumenti dei rendimenti sui titoli di Stato italiani, dovuti alle tensioni di mercato a loro volta collegate allo scontro con l’Ue, pesano sui costi di finanziamento di imprese e famiglie e al tempo stesso “riducono i margini espansivi” del Bilancio stesso. Perché se per finanziarsi lo Stato deve offrire maggiori rendimenti ai sottoscrittori dei buoni del Tesoro, inevitabilmente avrà meno risorse da convogliare verso i provvedimenti su cui punta. “Probabilmente avremo effetti sul credito e, in definitiva, sulla crescita e quindi sullo spazio necessario per l’espansione di Bilancio. I margini con i tassi che salgono diventano più piccoli”, ha avvertito. E le tensioni sui titoli di Stato pesano sui livelli patrimoniali delle banche e si scaricano anche sui costi dei prestiti a imprese e famiglie. Su quale sia esattamente il livello di guardia degli spread “non ho la sfera di cristallo”. Ma certamente i Btp “sono nei bilanci e se si svalutano pesano” sui livelli patrimoniali. Altro elemento cruciale, anche se poco noto al grande pubblico, Draghi ha confermato che se i titoli di Stato tricolori subissero una serie di declassamenti dalle agenzie di rating tali da metterli fuori dalla categoria “investment” (relegandoli a “junk”, spazzatura), le banche italiane non potrebbero più utilizzarli come garanzie (collateral) per ottenere i rifinanziamenti della stessa Bce. Non si è però prestato a speculazioni su cosa farebbe la Bce in uno scenario simile, che significherebbe per le banche vedersi seriamente compromettere una canale di finanziamento cruciale. Insomma, per tutti questi motivi “resto fiducioso sul fatto che alla fine si trovi un accordo”, ha ripetuto Draghi. Più in generale, la posizione del Consiglio sui conti pubblici è che “la diffusa ripresa economica richiami al ripristino di margini. Questo è particolarmente importante nel Paesi con elevato debito pubblico, per cui il pieno rispetto del patto di stabilità e di crescita è cruciale per salvaguardare posizioni di bilancio solide”.

L’analisi di Draghi del quadro macroeconomico: “la ripresa dell’area euro continua”

Tornando al quadro macroeconomico dell’area euro e alle sue implicazioni sulla politica monetaria, “le ultime informazioni giunte – ha detto Draghi – anche se in qualche modo più deboli del previsto, restano coerenti con una ripresa dell’area euro che continua” e che sostiene la risalita dell’inflazione. I rischi sulle prospettive di crescita “restano fondamentalmente bilanciati” ma al tempo stesso ormai “sono evidenti”. Questi “rischi – ha poi precisato Draghi – non sono stati ritenuti tali da far cambiare il nostro scenario” previsionale, su cui si basa l’orientamento a interrompere dopo dicembre gli acquisti netti di titoli da parte della Bce. Segnali di crescente cautela, che sui mercati sono stati interpretati in un modo tale da favorire vendite sull’euro, magari nella prospettiva di una maggiore possibilità di future scelte più morbide. La valuta condivisa è tornata sotto quota 1,14 dollari, segnando nuovi minimi da oltre due mesi. Draghi ha comunque chiarito che sul cosa si farà a fine anno non si è ancora discusso. Se ne parlerà nelle due riunioni che mancano prima di dicembre, mentre gli acquisti di titoli netti proseguiranno al ritmo di 15 miliardi di euro al mese fino a dicembre.

Intanto, lo spread Btp-Bund chiude in calo sotto i 310 punti base dopo l’intervento del presidente della Bce, Mario Draghi. Il differenziale tra Btp e Bund tedesco ha terminato a 308 punti base, con il rendimento dei decennali italiani sul mercato secondario al 3,48%.

La replica del M5S a Mario Draghi: “se lo spread sale la colpa è della legislazione sulle banche, non del governo” 

“Ci fa piacere che il governatore della Bce Mario Draghi si preoccupi della tenuta del sistema bancario italiano. Vorremmo suggerire però che continuare a parlare esclusivamente dello spread come causa dei problemi di patrimonializzazione delle nostre banche sia sbagliato e fuorviante. Oltre a ribadire come allo scoppio della crisi le nostre banche fossero tra le meno esposte e che gran parte dei problemi legati ai crediti deteriorati siano dipesi delle politiche di austerità degli anni passati, ci teniamo a ricordare anche il problema legato alla legislazione a cui sono sottoposte le nostre banche. A differenza delle banche di altri paesi, in primis tedesche, dove le sparkasse e landesbank non applicano i principi IAS/IFRS nella redazione dei bilanci individuali, quelle italiane applicano rigidamente i principi contabili IAS/IFRS senza alcuna eccezione. Questo è uno dei motivi principali che non consente una corretta gestione dei titoli pubblici nazionali e delle esigenze del nostro sistema produttivo. Per proteggere le banche italiane, piuttosto che gridare all’allarme spread senza muovere un dito come invece avrebbe il potere di fare un governatore centrale, sarebbe opportuno intervenire per riformare il sistema e consentire una corretta contabilizzazione in bilancio dei nostri Btp. La riduzione dello spread e la fine della speculazione sulle nostre banche ne sarebbero una diretta conseguenza”, dichiarano i deputati della Commissione Finanze del MoVimento 5 Stelle, che riportiamo qui per dovere di cronaca. Facciamo solo notare al nostro lettore che in questa dichiarazione dei parlamentari 5Stelle non si fa alcuna menzione della manovra appena bocciata dall’Ufficio parlamentare di Bilancio e dalla Commissione Ue, né alla esplicita richiesta dei nostri ministri economici di una prosecuzione del Quantitative Easing (l’acquisto dei titoli di stato da parte della Bce) oltre la data fissata per l’ultima tranche di acquisti. Come poi faccia un governatore della Bce a “intervenire per riformare il sistema finanziario” è tema su cui chiediamo a quei parlamentarei maggiori e più attente analisi e proposte.

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