24 settembre 1961: la prima Marcia, pace, fratellanza dei popoli. Il racconto di quella giornata. Di nuovo in cammino da Perugia ad Assisi L’intuizione di Capitini. Il valore della nonviolenza. Simboli e canzoni di lotta contro intolleranza, xenofobia, razzismo

24 settembre 1961: la prima Marcia, pace, fratellanza dei popoli. Il racconto di quella giornata. Di nuovo in cammino da Perugia ad Assisi L’intuizione di Capitini. Il valore della nonviolenza. Simboli e canzoni di lotta contro intolleranza, xenofobia, razzismo

24 settembre 1961, una giornata che è restata nel cuore e nella mente. I ricordi della prima marcia della Pace si affollano, nitidi,  come se fosse oggi, anche se sono passati da quella domenica indimenticabile 57 anni. L’età mi impedisce di essere presente, non ce la farei a partire dai Giardini del Frontone, Perugia, per arrivare alla  Rocca di Assisi, 24 chilometri di fatica e, insieme, di entusiasmo. Ma raccontare non solo quella giornata  ma anche come nacque, mi fa sentire ancora partecipe di una straordinaria iniziativa. Una Marcia per la Pace nel  pieno di una guerra fredda, in realtà molto, troppo calda, due blocchi contrapposti, la corsa al riarmo, la divisione in due blocchi politico-militari del nostro pianeta,  non era bastata la Seconda guerra mondiale, no, a Berlino si costruiva il muro. E al solo pensare che c’era qualcuno che, con le sole forze dell’intelligenza, dell’amore per il prossimo si era posto l’obiettivo di organizzare una manifestazione, che non fosse il tradizionale comizio, ma una marcia che aveva come slogan “Per la pace e la fratellanza dei popoli”, qualcuno che ti aveva chiesto di partecipare, di lavorare per organizzare questa giornata nella terra di Francesco, il Santo, di portare la parola pace fin sulla Rocca, ti faceva tremare i polsi, come suol dirsi. Questo qualcuno si chiamava  Aldo Capitini un filosofo, politico, antifascista, poeta ed educatore italiano. Fu uno tra i primi in Italia a cogliere e a teorizzare il pensiero nonviolento gandhiano, tanto da essere definito il Gandhi italiano. Non un “uomo massa”, per dirla in parole povere, ma uno studioso non abituato alle manifestazioni, ad arringare il popolo, come si diceva una volta, uno che parlava in particolare ai giovani.

Lotta all’imperialismo, al colonialismo, il disarmo, unione dei pacifisti fine degli esperimenti  nucleari

La Marcia diventa un obiettivo concreto, c’è solo da mettere in moto la “macchina” organizzativa. Che nasce con un piccolo comitato con l’adesione all’appello lanciato da Capitini da parte di intellettuali, pacifisti, antifascisti che non si erano mai piegati al regime mussoliniano, pagando anche alti prezzi in termini di libertà. Sul prato della Rocca di Assisi presero la parola Guido  Piovene, Renato Guttuso, Ernesto Rossi. Capitini nel suo intervento afferma: “La pace è troppo importante perché possa essere lasciata nelle mani dei soli governanti”. A fianco di Capitini, Giovanni Arpino e Italo Calvino. Furono proposti i principi di un’idea: la lotta al razzismo, al colonialismo, all’imperialismo, il disarmo, la cessazione degli esperimenti nucleari, lo sviluppo della democrazia dal basso, l’unione delle forze pacifiste.

Già, la democrazia dal basso. Ci sarebbe anche oggi da riflettere. La prima marcia nasce da una idea, l’obiettivo era destare la consapevolezza della pace in pericolo nelle persone più lontane dall’informazione e dalla politica. I comitati che sorgono come i funghi in tante città raccolgono centinaia di adesioni di intellettuali, partiti, parlamentari, amministratori comunali e provinciali, sindacati, associazioni, tanti studenti.

L’esperienza di un comitato nato a Pisa, studenti e insegnanti. Il ruolo dei giovani comunisti

Uno dei comitati nacque a Pisa, raccoglieva studenti fra i quali molti della Scuola Normale e insegnanti, professori, aderiva l’Adespi, una associazione presieduta dal professor Ragghianti, studioso, critico d’arte cattedratico a Pisa e a Firenze, che si batteva per la difesa e lo sviluppo della scuola pubblica, anche lui antifascista. Capitini, raccontano le cronache di allora, prese spunto dai pacifisti anglosassoni che nel 1958, guidati dal filosofo Bertrand Russell, si radunarono ad Aldermaston per una protesta antinucleare. Noi, studenti pisani, molti iscritti alla Federazione giovanile comunista, demmo vita ad uno dei comitati. Fu una esperienza di grande interesse. Nelle riunioni dei comitati, alcune fatte a Firenze, conoscevi mondialisti, vegetariani, esponenti dei movimenti per la nonviolenza. Ognuno si presentava e noi ci presentammo come  “studenti comunisti”, c’erano molti che studiavano alla Scuola Normale. Non avevamo esperienze di nonviolenza. Anzi, spesso nelle manifestazioni ci trovavamo di fronte la polizia che interveniva con i manganelli. Conoscere la “nonviolenza” fu un’esperienza interessante, così come il rapporto con gli esponenti di movimenti a noi poco conosciuti. Ci legava la fratellanza.

Solo una piccola folla alla partenza. Poi per strada l’arrivo di tante persone, un fiume di gente

Arriva così il giorno della verità. L’appuntamento ai giardini del Frontone. La mattina il cielo, se ben ricordo, era coperto, anche qualche schizzo di pioggia. Ma soprattutto pochissima gente. Con Capitini, Lombardo Radice, un grande intellettuale, autorevole dirigente del Pci, gli esponenti dei comitati, insomma una piccola folla. Pensare che dovevamo arrivare alla Rocca di Assisi, Santa Maria degli Angeli, passando per Bastia, ci faceva tremare i polsi. Partimmo sconsolati. Ma non avevamo percorso neppure un chilometro che dalle strade laterali cominciarono ad arrivare tante persone, intere famiglie, bandiere, striscioni, canzoni, musica. Le cronache parlano di ventimila persone. Ma erano senza dubbio molte di più. Un “fiume di gente”, scriverà l’Unità. Camminavamo insieme, raccontano le cronache di quella giornata, “il contadino con il deputato, lo scrittore e l’avvocato, gli studenti, i lavoratori, gli artisti”.

Le canzoni della pace. L’avvoltoio, parole di Calvino, la più gettonata. Nascono i Cantacronache

Già gli artisti, le canzoni, l’Avvoltoio, parole di Calvino, la più gettonata. “Dove vola l’avvoltoio, avvoltoio vola via, vola via dalla terra mia che  è la terra dell’amor” risuona per le strade dell’Umbria. Nasceranno gruppi come il Canzoniere, i Cantacronache, la canzone politica vede protagonisti grandi cantanti come Morandi, compositori come Settimelli, “parolieri” appunto come Calvino. E nel corteo spunta la bandiera della Pace, la prima volta in Italia. Scriverà Capitini in un suo libro, dal titolo “Opposizione e Liberazione”: “Aver mostrato che il pacifismo, che la nonviolenza, non sono inerte e passiva accettazione dei mali esistenti, ma sono attivi e in lotta, con un proprio metodo che non lascia un momento di sosta nelle solidarietà che suscita e nelle non collaborazioni, nelle proteste, nelle denunce aperte, è un grande risultato della Marcia”. E pochi  giorni dopo dette vita al Movimento nonviolento. Parole che mantengono tutta la loro attualità e che indicano la pienezza delle intuizioni di Capitini e lo portarono ad organizzare la prima grande marcia. Il quadro che l’Italia ci fornisce è più che allarmante. Il Censis nel rapporto recente sulla situazione sociale del nostro Paese ha parlato di “Italia del rancore”.

Lotti, Comitato promotore, costruiamo un argine alla violenza dilagante

Occorre combattere. Crescono sentimenti di paura e intolleranza, razzismo, xenofobia verso gli immigrati, gli emarginati, chi ha la pelle con il colore diverso dal nostro. La ripresa economica che non c’è, il blocco della mobilità sociale, la crisi del mondo del lavoro che colpisce in particolare i giovani, la paura di “scivolare verso il basso” caratterizzano l’attuale momento. Flavio Lotti, portavoce del Comitato promotore, sottolinea  che “molte persone stanno cedendo alla paura e all’insicurezza, alla sfiducia e alla rassegnazione, assumendo gravi atteggiamenti di chiusura, indifferenza e rabbia”. Una situazione che non nasce oggi, ma a cui hanno contribuito “decenni di individualismo sfrenato e di rincorsa dell’arricchimento che hanno cancellato in molti il senso della pietà e del bene comune, il valore della solidarietà e della condivisione, l’importanza dell’impegno democratico. Con questa marcia – conclude – vogliamo  invitare tutti a reagire, a costruire un argine alla violenza dilagante che ci sta mettendo in serio pericolo, impedendoci di affrontare i grandi problemi, nostri e dell’umanità”.

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