16 ottobre 1943-16 ottobre 2018, la deportazione degli ebrei romani. Per non dimenticare, perché nessuno possa dire non sapevo, non volevo

16 ottobre 1943-16 ottobre 2018, la deportazione degli ebrei romani. Per non dimenticare, perché nessuno possa dire non sapevo, non volevo

Pensano che a Roma sia diverso. Pensano che a Roma non può accadere quello che è già accaduto altrove. Pensano che aver pagato con tutto il loro oro, la loro vita sia salva. Pensano che nella città del Papa, questo non accadrà… Si illudono. Non è diverso, da altrove, per loro “Roma non è città aperta”, e le preghiere del Papa non fermano l’orrore… Si illudono, si fanno illusioni; come tanti si sono illusi, hanno sperato al di là di ogni ragionevole evidenza. I fatti, nella loro essenzialità, sono un concentrato di orrore, crudeltà, indicibile dolore; un qualcosa che è difficile da capire, da raccontare; perché come si fa a credere che l’abiezione possa giungere al punto in cui è giunta. E invece, sì.

E’ l’alba del 16 ottobre 1943; siamo a Roma, nel cortile di Palazzo Salviati: un migliaio di cittadini romani sono ristretti sotto la rigida vigilanza delle SS. Sono donne e uomini, vecchi e bambini di religione ebraica. I nazisti li hanno appena rastrellati nel ghetto, e ora attendono di conoscere la loro sorte. Tra loro ci sono due donne incinte. Partoriscono aiutate dalle altre donne della comunità. Nascono due creature, forse due bambine. Il loro pianto rompe il silenzio nel tetro cortile dell’ex collegio militare di Roma. Anche loro, come tutti, condividono l’orrore degli altri, moriranno nei campi di sterminio nazisti. Di queste due creature appena nate non se ne conosce neppure il nome: forse Ester, o Ruth o Miriam… Sono 1.024 ebrei (più di 200 i bambini) che, stipati su carri bestiame vengono internati nel lager di Auschwitz. Tornano in quindici soltanto. Dei bambini, nessuno. Una pagina del più generale orrore che opprime l’Europa.

Nella sua monumentale “The Life of Reason, or the Phase of Human Progress”, il filosofo e scrittore spagnolo George Santayana annota: “Quelli che non sanno ricordare il passato sono condannati a ripeterlo”. E’ la frase che potete leggere, incisa in trenta lingue, sul monumento nel campo di concentramento di Dachau. Dachau, Auschwitz, Birkenau: nomi che si vorrebbe dimenticare: simboli dell’orrore infinito; proprio per questo dovrebbero essere inciso nella nostra memoria, come la frase di Santayana. Dachau: è il primo lager nazista: voluto e aperto da Heinrich Himmler, il diretto organizzatore, assieme a Reinhard Heydrich e Adolf Eichmann, della “soluzione finale” della questione ebraica all’origine della Shoah. Dachau è “aperto” il 22 marzo del 1933. Sulla Munchner Neuesten Nachrichten, Himmler scrive di suo pugno: “Verrà aperto nelle vicinanze di Dachau il primo campo di concentramento. Abbiamo preso questa decisione senza badare a considerazioni meschine, ma nella certezza di agire per la tranquillità del popolo e secondo il suo desiderio”. E’ il modello per tutti gli altri “campi”. E’ la “scuola” per i macellai nazisti: il luogo del terrore e dell’orrore senza fine. A Dachau transitano circa duecentomila persone; secondo i dati raccolti nel Museo del “campo”, almeno 41.500 deportati vengono uccisi. Quei poveretti sono per lo più ebrei; ma ci sono anche zingari, omosessuali, comunisti, radicali, disabili, devianti in genere. Sono costretti a percorrere una larga strada, ordinata e pulita con maniacale tedesca cura, la Lagerstrasse. Al termine la Jourhaus, ovvero “la porta dell’inferno”: attraversata da un grande arco d’ingresso al campo, chiuso a sua volta da un cancello in ferro battuto, e sopra la famigerata scritta: “Arbeit macht frei”, il lavoro rende liberi. Una scritta che troveremo poi in altri lager, simbolo della malvagità nazista.

Tra il 1933 e il 1945 i nazisti costruiscono circa ventimila campi di concentramento. In alcuni, le vittime sono impiegate ai lavori forzati; altri sono di “transito”. Poi ci sono quelli costruiti per l’eliminazione di massa. I nazisti e i loro complici assassinano oltre tre milioni di persone nei soli campi di sterminio. Per poter condurre a compimento la cosiddetta “soluzione finale” realizzano numerosi lager in Polonia, il paese con il più alto numero di cittadini ebrei. Il primo è quello di Chelmo, apre nel dicembre del 1941. Qui gli ebrei e i rom sono sterminati con il gas di scarico all’interno di furgoni appositamente modificati. Nel 1942 entrano in funzione i “campi” di Belzec, Sobibor, Treblinka. I nazisti concepiscono e fabbricano le camere a gas per rendere più veloce ed efficiente lo sterminio. Ad Auschwitz e Birkenau “lavorano” ininterrottamente quattro enormi camere a gas, ogni giorno sono così uccisi seimila ebrei: dai camini dei forni crematori si disperdono nel vento le ceneri; ogni giorno migliaia di sventurati sono scaricati dai vagoni dei treni merci; una volta entrati nel “campo”, non usciranno più: vengono fatti scendere dalla “Judenrampe”, “selezionati”, quasi tutti portati direttamente alle “docce” (così i nazisti chiamano le camere a gas). E l’odore della carne bruciata impregna l’aria, lo senti dovunque, anche oggi hai l’impressione di sentirlo.

Annota Hannah Arendt, mentre segue il processo Eichmann: “Le azioni erano mostruose, ma chi le fece era pressoché normale, né demoniaco, né mostruoso”. E anche questa “normalità”, fa parte dell’orrore. Non si vuole stabilire una gerarchia del dolore e dell’orrore; la shoah pero’ e’ un evento unico. Mai, nella storia dell’umanità si è progettata con freddezza e determinazione, lo sterminio di un popolo in quanto tale. Mai si è pianificata questa eliminazione, studiando e cercando le formule dei gas più “efficaci”, progettando i ghetti nelle città occupate, costruendo i lager, predisponendo la complessa rete dei trasporti. Un orrore eretto a sistema. Questa la differenza. Comprendere è impossibile, conoscere è necessario. Ecco perché la memoria; e perché giorni alla memoria dedicati: “Quelli che non sanno ricordare il passato sono condannati a ripeterlo”.

Chiudo questa pagina del “ricordo” con una poesia, del premio nobel per la pace Elie Wiesel, rinchiuso ad Auschwitz, uno dei pochi a “tornare”. La poesia si intitola: “Indifferenza”: “Sono molte le atrocità nel mondo e moltissimi i pericoli: Ma di una cosa Sono certo: Il male peggiore è l’indifferenza. Il contrario dell’amore non è l’odio, ma l’indifferenza; il contrario della vita non è la morte, ma l’indifferenza; il contrario dell’intelligenza non è la stupidità, ma l’indifferenza”.

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