Tripoli dichiara lo stato d’emergenza per l’avanzata dei ribelli. Si riaccende l’inferno libico

Tripoli dichiara lo stato d’emergenza per l’avanzata dei ribelli. Si riaccende l’inferno libico

E’ salito a 50 morti e 105 feriti il bilancio di una settimana di scontri a Tripoli, colpendo in buona parte civili. E’ questo il bilancio fornito questa mattina dall’emittente televisiva “al Jazeera”, che cita come fonte il portavoce delle strutture di emergenza della capitale libica, mentre l’ultimo bilancio ufficiale del ministero della Sanità libico era di 40 morti e 100 feriti, anche se in nottata media libici hanno fornito un altro bilancio di 47 morti e 129 feriti. Secondo un portavoce delle forze di sicurezza libiche, citato dall’emittente qatariota, “nessuno ha il bilancio preciso delle vittime considerata la situazione. Stanotte abbiamo rinvenuto cinque cadaveri di minorenni che combattevano per una delle forze in campo nella zona di Bawaba al Jabs”.

Prosegue quindi la crisi che da un lato vede avanzare, seppur lentamente, nella zona sud di Tripoli le milizie della Settima brigata, affiancate anche se non ufficialmente alleate da quelle delle cosiddette “forze speciali” guidate da Imad Tarablusi, considerato legato al parlamento libico di Tobruk, e da quelle di Salah Badi di Misurata. Quest’ultimo, controversa figura di Alba libica, il quale dopo aver proclamato in diversi video di combattere in prima linea al fianco della Settima brigata è stato smentito questa mattina da un portavoce di quest’ultima forza militare che ha negato qualsiasi legame tra la Settima e Badi. A contrastarli ci sono dall’altro lato, in difesa del governo di Accordo nazionale di Fayez al Sarraj, diverse milizie di Tripoli tra cui le brigate dei Rivoluzionari di Tripoli, la brigata al Nawasi, quella 301 e la brigata Ghanduia della sicurezza centrale.

Se da un lato il Consiglio di presidenza ha decretato lo stato d’emergenza a Tripoli, dall’altro il portavoce della Settima brigata, Saad al Hamali, ha reso noto che le sue forze hanno preso il controllo della sede del ministero dell’Interno e della strada che porta all’aeroporto di Mitiga oltre che dell’accademia degli ufficiali della polizia nella zona di Salah al Din, mentre i suoi uomini circondano la zona di Abu Salim dove ci sono stati violenti scontri. Eppure altre fonti riferiscono al sito libico “al Wasat” che queste notizie di conquiste della Settima brigata sono false e che è stata formata una “forza di difesa della capitale” per contrastare la loro avanzata.

Intanto, la Farnesina, da parte sua, fa sapere che il personale che non è strettamente necessario a garantire l’operatività dell’ambasciata italiana a Tripoli sta facendo rientro in Italia in queste ore. E’ una delle conseguenze del deterioramento della situazione della sicurezza nella capitale libica, dove il Consiglio presidenziale ha dichiarato lo stato di emergenza. Già stanotte, fonti della Farnesina riferivano che l’ambasciata “resta operativa con presenza più flessibile, che si sta valutando sulla base delle esigenze della situazione di sicurezza a Tripoli”. Una formula per indicare il ridimensionamento del personale di servizio alla sede diplomatica.

“Si smentisce categoricamente la preparazione di un intervento da parte dei corpi speciali italiani in Libia”. Con un comunicato molto netto, Palazzo Chigi archivia le indiscrezioni apparse sulla stampa, secondo cui Roma starebbe lavorando ad un piano militare che – seppur limitato – avrebbe l’obiettivo di salvaguardare la fragile stabilità del governo di unità nazionale di Tripoli. L’esecutivo fa sapere che “l’Italia continua a seguire con attenzione l’evolversi della situazione sul terreno, e ha già espresso pubblicamente preoccupazione nonché l’invito a cessare immediatamente le ostilità assieme a Stati Uniti, Francia e Regno Unito”, continua il comunicato. Il vicepremier Matteo Salvini, dopo aver sottolineato che “l’Italia deve essere protagonista della pacificazione del Mediterraneo”, manda delle frecciatine in direzione francese: “Escludo interventi militari perché non risolvono nulla”, dice, aggiungendo poi che “questo dovrebbero capirlo anche altri”, riferendosi al fatto che in passato gli aerei di Londra e Parigi hanno sorvolato i cieli libici. In maniera simile, rispondendo ai giornalisti che gli chiedevano se avesse cambiato idea sul fatto che la Libia potesse essere un ‘porto sicuro’ per i migranti, Salvini liquida la questione così: “Chiedetelo a Parigi”. Dalle opposizioni, invece, fioccano gli appelli affinché il governi riferisca in Parlamento. “Chiediamo al ministro degli Esteri Moavero di venire a riferire”, dicono i capigruppi dem in commissione Esteri di Camera e Senato. L’appello è lo stesso anche da Liberi e Uguali, secondo cui “dare la colpa alla Francia serve solo a fuggire dalle proprie responsabilità”.

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