Roma, carcere di Rebibbia. Una tragedia annunciata. Quasi cento i morti in carcere quest’anno

Roma, carcere di Rebibbia. Una tragedia annunciata. Quasi cento i morti in carcere quest’anno

Ci sono notizie di cui non ci si vorrebbe mai occupare, fa male scriverle, fa male leggerle: come la storia della detenuta del carcere romano di Rebibbia che uccide i suoi due bambini, un neonato di appena sette mesi; e il fratellino, due anni. La tragedia all’interno della sezione nido, dove sono ospitati bimbi fino a tre anni. La donna, Alice S., 30 anni, tedesca, era in carcere dallo scorso agosto: deve scontare una condanna per detenzione e spaccio di stupefacenti. Sembra che confidandosi con il suo avvocato, nei giorni scorsi, la donna avesse fatto presente di soffrire di depressione, di non reggere la situazione carceraria. La procura di Roma, com’è giusto sia, apre un fascicolo per accertare fatti e responsabilità. Si attiva anche il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede. Si reca nel carcere romano, visita i luoghi teatro della vicenda; fa sapere di aver a sua volta aperto un’inchiesta interna sulla vicenda: “per verificare le responsabilità”.

Di fronte a vicende come questa, è bene evitare speculazioni e strumentalizzazioni. Meglio, molto meglio tacere; lasciare che chi deve accerti le eventuali responsabilità; e augurarsi che lo si faccia presto e bene, senza lasciare ombre e dubbi. Non ci si può tuttavia astenere dal chiedersi se sia normale che in uno stato di diritto una persona con problmemi psichici sia detenuta in carcere, e non in una struttura in grado di assisterla e curarla; e le sia impedito di fare del male a se stessa e al prossimo. Ci si deve chiedere se sia normale che dei bambini di pochi mesi, di pochi anni siano costretti a vivere in carcere. “Colpevoli” solo di essere figli di chi sono figli. Non è normale che questo accada; se ci sono norme e leggi che consentano che una persona con problematiche come Alice S. sia rinchiusa in carcere assieme ai figli di pochi mesi, evidentemente sono sbagliate: occorre provvedere con urgenza e rapidità. L’inchiesta del ministro Bonafede non dovrebbe limitarsi al solo episodio di Rebibbia. Lo spettro di indagine dovrebbe concentrarsi sulle responsabilità degli inquilini dei “Palazzi” del potere che una simile situazione hanno creato, consentito, tollerato. Soprattutto la direttrice del carcere e i suoi collaboratori non devono e non possono essere i capri espiatori: e una volta puniti, “chi ha avuto ha avuto, chi ha dato, ha dato”; e scordiamoci quello che è stato fino alla prossima tragedia.

Sono anni che i radicali con Marco Pannella quando era vivo, e ora con Rita Bernardini, e decine di associazioni per i diritti umani e volontariato lottano perché siano creati appositi istituti di pena per madri detenute (ICAM), e siano soppressi i “nidi” dentro il carcere; sarebbe il caso di ascoltarli una buona volta. Sono anni che si denuncia che le sofferenze psichiche non sono curabili in carcere e sono i prodromi di tragedie come quella accaduta a Rebibbia. Molte delle lacrime versate in queste ore, insomma, sono di coccodrillo. Quello che è accaduto si doveva e si poteva evitare.

Al ministro Bonafede si ricorda che ogni anno si realizza un macabro censimento, quello dei morti in carcere. Siamo arrivati, dall’inizio dell’anno, a 98; uno, per la prima volta, è un neonato…

Al ministro Bonafede si ricorda che continuano le “evasioni” definitive. Due detenuti suicidi in cella a Civitavecchia in meno di 24 ore, un’altra donna salvata in tempo ma in gravi condizioni e una situazione di altissima tensione in atto dei detenuti del carcere testimoniano la drammaticità che caratterizza le carceri italiane. Negli ultimi vent’anni la Polizia Penitenziaria ha sventato più di 21mila tentati suicidi ed impedito che quasi 168mila atti di autolesionismo potessero avere nefaste conseguenze.

Ministro Bonafede: questa è la situazione, questi sono i fatti.

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