Ricordo di Anna Magnani, insuperabile sora Pina in “Roma città aperta”

Ricordo di Anna Magnani, insuperabile sora Pina in “Roma città aperta”

Quarantacinque anni fa moriva Anna Magnani. Per me e per molti la più grande attrice italiana del secolo scorso. Fare l’elenco delle sue interpretazioni teatrali e cinematografiche, sarebbe lungo. Personalmente, da romano e antifascista, ritengo insuperabili quelle della sora Pina in “Roma città aperta” di Rossellini,  dell’ “Onorevole Angelina” di Zampa, di Maddalena in “Bellissima” di Visconti, di “Mamma Roma” di Pasolini.  “Nannarella”, come veniva affettuosamente chiamata dal suo pubblico, fu grande anche in teatro, in numerose commedie e riviste musicali. Con Totò era l’unica donna che poteva, sul palcoscenico o davanti alla cinepresa, stare alla pari.

Oggi la voglio ricordare tramite Marisa Merlini, un’altra brava attrice romana da tempo scomparsa, che ebbe modo di testimoniare e poi raccontare il coraggio e la sfrontatezza della Magnani in un periodo tra i più bui: i nove mesi dell’occupazione nazista di Roma. Nel febbraio del ’44 al Teatro Valle Totò e Anna mettono in scena la rivista dal titolo “Che ti sei messo in testa?”, quello originario, “Che si sono messi in testa?”, glielo ha bocciato la censura fascista perché troppo allusivo. Già Totò ha fatto innervosire i tedeschi. Dopo la notizia che Hitler ha subìto uno dei molti attentati s’inventa un passaggio silenzioso in palcoscenico con un paio di baffetti da führer, il ciuffo incerottato e zoppicando vistosamente. Gli applausi scrosciano. Anna Magnani, invece, recita una battuta: “Del tuo re la volontà / e alfin, la cosa più importante, / la libertà!”. Anche qui l’ultima parola provoca applausi a scena aperta. I repubblichini, essendo allergici a quella parola, la vanno a cercare in camerino e le ordinano di non ripeterla altrimenti minacciano di mettere una bomba nel Teatro. Il giorno dopo, Nannarella, tenendo sulle spine tutta la compagnia che la considera una ribelle imprevedibile, ripete una per una tutte le parole; arrivata a “libertà”, di fronte ai repubblichini che affollano il teatro tutti vestiti di nero, – la gente, per questo e anche per altro, li chiamava “bacarozzi” – fa una pausa e poi strilla: “Aria, aria pura, per respirare”.

Quell’aria che poi avrebbe spirato per Roma, dopo qualche mese, a primavera inoltrata.

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