Condizioni disperate per il secondo bimbo lanciato dalla madre dalle scale del nido del Carcere di Rebibbia. Polemiche sulla sospensione di Direttore e vicedirettore della casa circondariale

Condizioni disperate per il secondo bimbo lanciato dalla madre dalle scale del nido del Carcere di Rebibbia. Polemiche sulla sospensione di Direttore e vicedirettore della casa circondariale

Verso l’aggravamento, a meno di un miracolo, il bilancio della tragedia avvenuta al nido del carcere di Rebibbia nella giornata di martedì, dove una detenuta ha lanciato i suoi due figlioletti per le scale nel nido della casa circondariale: uno è morto praticamente sul colpo, per l’altro, ricoverato all’ospedale pediatrico Bambino Gesù, è in programma l’avvio della procedura di accertamento di morte cerebrale. “Le condizioni del bimbo – si legge nell’odierno bollettino medico dell’ospedale – sono purtroppo gravissime. Le ultime indagini necessarie per la valutazione del quadro clinico hanno confermato la condizione di coma areflessico con elettroencefalogramma isoelettrico. Prosegue supporto rianimatorio avanzato. È in programma l’avvio della procedura di accertamento di morte cerebrale”.

Intanto si cercano le responsabilità e naturalmente i responsabili per quanto accaduto e l’amministrazione penitenziaria, probabilmente su imput del ministro della Giustizia Bonafede, ha immediatamente trovato la soluzione: radicale e senza appello, cacciare su due piedi, pardon sospendere, i verticie dalla casa circondariale. Via, dunque la direttrice e la vicedirettrice della sezione femminile del carcere e il vice comandante del reparto di Polizia penitenziaria. “I provvedimenti – informa una nota di via Arenula – sono stati adottati dal capo del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria, Francesco Basentini. Contemporaneamente, inoltre, è in corso un accertamento ispettivo da parte del Dap”.

Rita Bernardini: “I reati non possono rigardare solo il personale di direzione del carcere di Rebibbia. La direttrice Grosso non può certamente essere considerata responsabile”

Ma l’immediata scelta di passare dalle parole ai fatti, cacciando su due piedi i vertici dell’Istituto di pena, probabilmente sono solo utili all’ennesimo colpo di teatro mediatico dei 5Stelle, in questo caso del ministro Bonafede, cozzano con quanto esprime Rita Bernardini, che da anni si occupa dello stato drammatico delle carceri italiane ed in particolare di quelle romane. Ecco le sue parole affidate a Radio Radicale:”Questo bambino morto in carcere era un detenuto, non si possono dare altre definizioni, così come era detenuto il suo fratellino. La riforma dell’ordinamento penitenziario, che non è stata approvata né dal precedente, né dall’attuale governo, aveva tutto il capitolo dell’affettività in carcere ed era saltato già con il precedente governo. Nella parte della riforma che era stata quasi portata a termine, questo problema della detenzione dei bambini si cercava di superare. Ma sono le leggi ad essere assassine. Questa situazione richiede una risposta molto forte di denuncia – ha spiegato Bernardini – non solo politica, ma anche per i reati che si possono configurare e che non possono riguardare la dirigenza e il personale di direzione del carcere femminile di Rebibbia, perchè ho avuto modo di lavorare spesso con la dottoressa Del Grosso e con la sua attenzione, per i mezzi che ha e per come le leggi prevedono l’esecuzione penale, non può certamente essere lei considerata la responsabile di questa tragedia”.

Uecoop denuncia: “Dietro le sbarre 62 bambini. Quel mondo è delicato e complesso”.

Dei 62 bambini fino a 6 anni che si trovano ospiti delle carceri italiane per stare vicini alle loro mamme il 58% è “dietro le sbarre” al centro sud con il record di oltre un quarto proprio nella sezione femminile di Rebibbia. E’ quanto emerge da un’analisi dell’Unione europea delle cooperative Uecoop su dati del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria in relazione al dramma che si è consumato nel penitenziario di Rebibbia dove una madre tedesca ha gettato nella tromba delle scale i suoi due bambini di 4 mesi deceduto sul colpo e di 2 anni per il quale è stato avviato l’accertamento della morte cerebrale. “Un dramma – sottolinea Uecoop – che colpisce tutti gli operatori socio assistenziali attivi anche nelle carceri italiane, dove si trovano 52 mamme di cui quasi la metà straniere. Il mondo dietro le sbarre è fra i più delicati e complessi dove il tempo della pena detentiva può essere impiegato in progetti di recupero fra studio e lavoro che – conclude Uecoop – aiutano i detenuti a individuare una prospettiva per quando verrà il momento di lasciarsi alle spalle i cancelli del carcere”.

I parlamentari Leu mobilitati: “Basta bambini in carcere”

“I bambini piccoli, e le mamme che hanno appena partorito, non dovrebbero entrare in carcere. E’ ora dire basta ai bambini in carcere. Non è accettabile che dei bambini vivano dietro le sbarre, in ambienti che non sono adatti a una crescita sana. Il Ministro Bonafede, invece di punire il personale penitenziario, attrezzi misure alternative”. Lo dichiarano in una nota Federico Fornaro, capogruppo di LeU alla Camera, e Michela Rostan, vicepresidente della Commissione Affari sociali. “La tragedia di Rebibbia – proseguono Rostan e Fornaro – segnala il dramma delle nostre strutture carcerarie. Come mai una donna che ha appena partorito entra con i suoi due figli in una cella invece di accedere a misure alternative? Come mai nelle nostre carceri ci sono tanti detenuti che hanno condizioni di salute incompatibili con la detenzione? Gli operatori penitenziari lavorano in condizioni disastrose. Invece di individuarli come colpevoli, il Ministro si interroghi sull’insufficienza delle misure alternative e lavori per rendere la detenzione più attenta ai diritti umani”, concludono i parlamentari di LeU.

L’Associazione ‘Isola Solidale’: “Occorre puntare su pene alternative”

“Una tragedia che ci coinvolge tutti. Due piccoli innocenti ai quali è stata offerta solo una vita in carcere. Sabato celebreremo la santa messa in memoria del piccolo che non c’è più e per il suo fratellino che lotta per la vita. I nostri stessi ospiti ci hanno chiesto di fermarci a pregare per questi due piccoli angeli”.
E’ quanto dichiara in una nota Alessandro Pinna, presidente dell’Isola solidale, una struttura nata oltre 50 anni fa a Roma e che accoglie i detenuti (grazie alle leggi 266/91, 460/97 e 328/2000) che hanno commesso reati per i quali sono state condannate, che si trovano agli arresti domiciliari, in permesso premio o che, giunte a fine pena, si ritrovano prive di riferimenti familiari e in stato di difficoltà economica.
“Occorre – aggiunge – puntare di più sulle pene alternative soprattutto in presenza di minori innocenti. Il carcere ha valore solo in un’ottica di riabilitazione e di formazione senza le quali non si può pensare ad una riscatto umano e sociale per i detenuti”.

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