Medio Oriente. Si infiamma la Siria con l’imminente attacco a Idlib. Papa Francesco denuncia la crisi umanitaria. Ma in gioco è l’equilibrio geostrategico della regione

Medio Oriente. Si infiamma la Siria con l’imminente attacco a Idlib. Papa Francesco denuncia la crisi umanitaria. Ma in gioco è l’equilibrio geostrategico della regione

Papa Francesco ha lanciato un appello a scongiurare una “catastrofe umanitaria” nell’ultima roccaforte dei ribelli in Siria, la provincia settentrionale di Idlib, in vista dell’offensiva su vasta scala che si apprestano a sferrare le forze governative appoggiate dalla Russia. “Spirano ancora venti di guerra e questo fa dolore. Giungono notizie inquietanti sui rischi di una possibile catastrofe umanitaria in Siria, nella provincia di Idlib”, ha detto il papa all’Angelus in piazza San Pietro, rinnovando l’appello a tutti gli attori coinvolti ad “avvalersi degli strumenti della diplomazia, del dialogo e dei negoziati”.

Un’offensiva su Idlib – dove metà della popolazione è già composta di profughi – rischia di mettere in fuga almeno 700mila persone, secondo le stime dell’agenzia Onu per i rifugiati (Unhcr). Si tratta di numeri che spaventano la vicina Turchia, che si ritroverebbe ad accogliere gran parte di questo esodo. La prospettiva toglie il sonno al presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, che nella recente campagna elettorale ha promesso più volte che la Turchia avrebbe riportato i siriani in Siria. Il secondo esercito della Nato, dopo aver schierato nei mesi scorsi decine di blindati nella provincia di Idlib e aver allestito check point d’accordo con Russia e Iran (i grandi sponsor del regime di Damasco), ha aumentato il proprio contingente al confine e preme per scongiurare l’attacco militare. Dopo Aleppo, la Ghouta orientale e Douma, Idlib è l’ultima tessera del puzzle siriano che la Russia vuole riconsegnare al presidente Bashar al Assad. Difficile che l’agenda del leader del Cremlino Vladimir Putin possa ammettere cambi di programma. Sottraendo ai ribelli di Hayat Tahrir al Sham, costola di al Qaeda costituito da 10 mila miliziani nata dalla fusione di diverse sigle islamiste, il 60% del territorio della provincia nel nord ovest della Siria, Mosca riuscirà nell’impresa di restituire ad Assad buona parte di quello che era il Paese ereditato dal padre Hafez. Bashar, che solo qualche anno fa si era ridotto a fare il sindaco di una parte di Damasco, grazie all’intervento di Putin tornerà a controllare quasi tutto il territorio nazionale.

La conquista di Idlib lascerebbe fuori dal controllo di Damasco solo le zone curde del nord-est, governate dai curdi del Pyd-Ypg con il patrocinio degli Usa e altre due province del centro e sud-est, terra di nessuno e rifugio di jihadisti di varie sigle, tra cui i reduci dell’Isis in fuga. Il restante 40% della provincia di Idlib è in mano agli uomini del Fronte di liberazione nazionale, un gruppo sostenuto dalla Turchia, su cui Ankara ora punta per mantenere il cessate il fuoco. Tentativi disperati e probabilmente insufficienti a fermare il piano di Mosca per la Siria, così come inutile pare al momento l’intervento dall’inviato speciale dell’Onu, Staffan de Mistura, che ha già chiesto l’apertura di corridoi umanitari per consentire la fuoriuscita dei civili. Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia hanno già detto di essere pronti a rispondere militarmente, in caso Assad usi armi chimiche contro Idlib. Il segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, ha avvertito che Washington vedrà l’offensiva militare contro la roccaforte ribelle come un’escalation del conflitto. La situazione è incandescente e ha molti attori in gioco; le ripetute esplosioni provenienti dalla base militare di Mezzeh, vicino Damasco, questa notte hanno fatto pensare subito a un attacco missilistico israeliano sulla base, a cui aveva risposto la difesa anti-aerea. Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, ci sono state due vittime. Damasco nel passato ha accusato a più riprese Israele di aver colpito la base, ma il governo dello Stato ebraico non ha mai confermato. Più tardi i media siriani hanno, invece, fatto sapere che le detonazioni sono state causate dall’esplosione in un deposito di munizioni causato da un problema elettrico. Israele – che non ha commentato la notizia – teme che la Siria diventi una ‘testa di ponte’ per Teheran e negli ultimi mesi ha intensificato i suoi attacchi contro le posizioni militari del regime e le forze iraniane presenti in Siria.

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