Il ’68 al contrario. I giovani italiani alla ricerca di una politica che non c’è

Il ’68 al contrario. I giovani italiani alla ricerca di una politica che non c’è

Molto si sta discutendo in queste settimane dei giovani socialisti americani, della loro travolgente passione civile e del fatto che alle elezioni di medio termine del prossimo 6 novembre potrebbero infliggere a Trump la prima, vera sconfitta politica della sua presidenza. Molto si è discusso anche delle loro idee e del coraggio con il quale le portano avanti, facendo iniziative, promuovendo cultura e siti di informazione ma, soprattutto, mettendoci l’anima e candidandosi in prima persona, partecipando ad assemblee, dibattiti, manifestazioni, sit-in e mille altre iniziative volte a produrre una controcultura rispetto sia ai dogmi liberisti che hanno dominato l’ultimo quarantennio sia alle pericolose teorie sovraniste che stanno egemonizzando questa fase storica.

Tanto Wlodek Goldkorn su Repubblica quanto Denise Pardo sull’Espresso, in questi giorni, si sono posti il problema della mancanza di una opposizione al trumpismo che impera ben al di là dei confini americani, specie in Europa, dove la Svezia ha corso il serio rischio di una svolta xenofoba, sventata dai risultati elettorali, e dove il prossimo 26 maggio 2019 il pericolo è quello di un’avanzata dirompente delle destre sovraniste e nazionaliste con cui la destra un tempo liberale del PPE sembra aver deciso di volersi alleare. Ebbene, soprattutto Goldkorn ha posto in evidenza un aspetto poco raccontato ma in realtà attualissimo del nostro desolante panorama politico, ossia la rassegnazione del ceto intellettuale allo status quo. Un ceto intellettuale che non sopporta i sovranisti, per carità, ma non fa nulla per dotarsi di una classe dirigente in grado di sfidarli e sconfiggerli, preferendo al contrario vivere in una sorta di Aventino permanente, caratterizzato da una chiusura nella propria torre d’avorio, fra presentazioni di libri, salotti, concerti e altri eventi simili, in grado di tenerli a debita distanza dalla “plebe” che vota male in quanto pensa e vive male ma rendendoli altresì antipatici, autoreferenziali e totalmente ininfluenti.

Questo disprezzo pseudo-intellettuale, questa presunzione, questo rifiuto della politica e questa mancanza di passione civile e di senso dello Stato e delle istituzioni sono alcune delle ragioni principali del nostro declino e della grave carenza, per non dire dell’assenza, di partiti che rende il nostro Paese drammaticamente esposto alle conseguenze di una crisi non certo solo economica. In questo quadro di sfacelo, non è che da noi manchino dei ragazzi di sinistra capaci e combattivi, i quali si richiamino ai valori del socialismo e della solidarietà, dell’europeismo e della cultura dell’inclusione predicata da papa Francesco in contrapposizione a quella dello scarto propria di un liberismo ormai ovunque in disarmo. Il punto è che, a differenza di ciò che sta accadendo in America, le nostre migliori intelligenze non sanno a chi rivolgersi. I ragazzi di Sanders o di Corbyn, per dire, si sono potuti battere all’interno del Partito Democratico o iscrivere in massa ad un Labour rinnovato e radicalmente alternativo rispetto alla catastrofe terzaviista incarnata da Blair; in Francia hanno trovato la France Insoumise di Mélenchon; in Spagna Podemos o un PSOE in cui Sánchez si sta faticosamente liberando dei cascami di una stagione ormai sconfitta.

Ma da noi? Da noi non esiste nulla, il deserto più assoluto, e non si può nemmeno chiedere ai giovani di dar vita ad una loro formazione politica perché non hanno le risorse per farlo e, soprattutto, sono troppo pochi. A rendere possibile il ’68 furono, infatti, non solo le condizioni materiali di un’Italia che aveva da poco beneficiato del boom economico e dell’arrivo di un benessere collettivo che aveva favorito la nascita del ceto medio ma anche la quantità spaventosa di ragazzi, figli del dopoguerra e di un altro boom, quello demografico, che decisero di fare fronte comune per provare a rivoluzionare il panorama storico, sociale e politico, rifondando su nuove basi una società che aveva sì compiuto notevoli passi avanti ma era ancora profondamente iniqua e classista. I giovani attuali sono pochi, desindacalizzati, per lo più precari, impossibilitati a fare fronte comune e costretti ad occuparsi innanzitutto della propria sopravvivenza; pertanto, potrebbero organizzarsi e trovare uno spazio, un senso e una nuova ragione di vita solamente all’interno di partiti già esistenti e in grado di accoglierli e di interpretare al meglio le loro istanze. Partiti solidi e strutturati ma, al tempo stesso, aperti e capaci di rinnovarsi, di schiudere porte e finestre al vento impetuoso del Ventunesimo secolo, di spiegare le vele verso orizzonti che i dirigenti attuali non vedono né riescono nemmeno a concepire. E così si logorano le ambizioni e le speranze di una generazione che, alla fine, preferisce fuggire, andare altrove, lontano da un Paese che non le offre alcuna prospettiva e nel quale non si percepisce alcun senso di comunità. È un ’68 al contrario, una resa, una disfatta, è il principale problema da affrontare e risolvere se si vuole restituire un domani all’Italia e alla sinistra.

Certo, bisognerà chiedere alle nuove generazioni di unirsi e di dedicare una parte importante della propria esistenza alla politica; tuttavia, bisognerà anche metterle nelle condizioni di esprimersi, di entrare all’interno di una qualche struttura e di provare a cambiarla, di compiere, insomma, né più e né meno che le azioni che stanno compiendo i loro coetanei in altri paesi, dove la politica, nonostante tutto, esiste ancora, al pari di qualche traccia di partito e di un minimo di visione del mondo e di elaborazione di idee. In questo vuoto, tutto si logora, tutto deperisce, tutto si perde e i primi a rimetterci sono proprio coloro che dovrebbero essere maggiormente interessati al cambiamento. Per questo, la ricostruzione di partiti dotati di un senso e di una visione del mondo non è più procrastinabile, pena il degrado definitivo della democrazia e la condanna ad assistere da spettatori ai rivolgimenti che stanno scuotendo il resto del pianeta e restituendo, in alcuni casi, alla sinistra la propria funzione e il ruolo per cui era stata concepita oltre un secolo fa.

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