Alfonso Gianni. Una manovra di governo non di “popolo”

Alfonso Gianni. Una manovra di governo non di “popolo”

Più d’uno ricorderà il finale, che non esito a definire geniale, del famoso film di Sergio Leone Il buono, il brutto e il cattivo. Naturalmente si tratta di un duello, ma particolare: a tre, solo che uno ha la pistola scarica; degli altri due uno solo lo sa, ma ha da preoccuparsi  di un solo avversario, a differenza degli altri che ne devono controllare due. È una metafora per dire che l’impari scontro nel governo non poteva non finire con la sconfitta di Tria e che questo non dovrebbe stupire alcuno. Infatti i fatidici mercati hanno reagito negativamente ma senza eccessi, almeno per ora. La linea di resistenza di Tria era evidentemente troppo debole. Quel 1,6% (anche se l’avesse portato al 2,1%) poteva servire al massimo per evitare l’aumento dell’Iva e forse compensare l’aumento dei tassi di interesse, ma non la minore crescita evidenziata spietatamente dall’arretramento della produzione industriale nell’ultimo trimestre, che rende sempre meno credibile una ipotesi virtuosa del contenimento del debito tramite il sostegno del “denominatore” nella frazione deficit/Pil. Nello stesso tempo Tria sapeva di non potere usare l’arma delle dimissioni, così quanto gli altri non potevano pretenderle, malgrado le minacce iniziali di Di Maio, non nuovo a queste uscite, subito fatte rientrare. Perché le conseguenze sui mercati sarebbero prevedibilmente state peggiori dello sforamento di qualche decimale. D’altro canto è sulla collocazione di Tria al posto di Savona al dicastero dell’economia che si fondava il via libera del Quirinale al governo Conte e infatti pare che il Capo dello Stato sia intervenuto in queste ore proprio per scongiurare il cambio della guardia a via XX Settembre. Il carattere scontato della partita contribuisce a sminuire l’impatto del risultato, ma non certo a nasconderlo.

Andamento dell’economia reale, occupazione, livelli di vita

La cosa peggiore sarebbe giudicare questa manovra economica con la lente deformata e deformante dei vincoli esterni. Quelli posti da Bruxelles, seppure un poco flessibilizzati, e quelli rappresentati dai mercati finanziari e dalle agenzie di rating sempre in auge, malgrado il pessimo ruolo avuto nella crisi mondiale. Non si tratta di infischiarsene dell’aumento degli interessi da pagare sui nostri titoli, ma perché questa ottica ci distoglie da quella che dovrebbe essere la preoccupazione principale, cioè  l’andamento dell’economia reale, dell’occupazione, dei livelli di vita. Non sembri banale questo richiamo ai “fondamentali”. Anzi in un momento come questo (ri)utilizzare gli strumenti della critica dell’economia politica è indispensabile per evitare tanto l’entusiasmo acritico verso la cd. manovra di “popolo” che “cancellerebbe la povertà” (come ha subito dichiarato uno spudorato Di Maio), quanto le previsioni di imminenti sciagure sparse dai sostenitori dei parametri violati.

Rispetto a un percorso che prevedeva per il 2018 un rapporto deficit/pil dell’1,6%, per l’anno successivo dello 0,9% e il raggiungimento del pareggio di bilancio nel 2020, il passaggio ad uno schema che postula il 2,4% per tre anni non è lieve. È certamente uno strappo alle regole imposte dalla Ue. La quale avrà anche il potere di vendicarsi, bocciando in anticipo la manovra. Ma invocare un simile esito sarebbe il suicidio terminale per un’opposizione e un assist per i sovranismi di ogni tipo. Tanto più che l’eventuale procedura d’infrazione scatterebbe a metà del prossimo anno, dopo elezioni europee che potrebbero rimettere in discussione gli assetti politici, anche con ricadute sulle normative e le pratiche. La sfida politica lanciata dal duo Salvini-Di Maio – che tra l’altro così si ricompattano dopo i malumori del secondo per l’eccessivo protagonismo del primo e i suoi flirt con Berlusconi –  non va quindi sottovalutata né esaltata.

Come reperire le risorse? Tagli strutturali della spesa sociale

Infatti se guardiamo ai famosi decimali, la differenza con i precedenti governi non è così grande. Per molti anni il rapporto deficit/pil  è stato superiore al 2,4%,  da cui si è scesi solo in quattro occasioni, l’ultima proprio nel 2017 con il 2,3%. Negli anni in cui è stato al governo Renzi quel rapporto si è situato al 3%, al 2,5% e al 2,6%. È vero che con la fine del Quantitative Easing le cose si faranno più dure, anche se la Bce continuerà a reinvestire il capitale rimborsato sui titoli in scadenza nel quadro del programma di acquisto di attività per un prolungato periodo di tempo dopo la conclusione degli acquisti netti di attività e in ogni caso finché sarà necessario.  Nel frattempo però il debito ha toccato la sua vetta oltre il 130% del Pil. Ma in fin dei conti siamo sopra di uno 0.1% rispetto all’anno precedente. Non è affatto una pignoleria contabile, perché pone la domanda di come verranno reperite le risorse per dare attuazione alle promesse elettorali. Certamente non tutte e nemmeno per la gran parte dall’incremento del deficit, ma molto – e su ciò sono puntati gli occhi di Bruxelles – da tagli strutturali della spesa sociale.

Cinque miliardi in meno per il welfare e gli investimenti  pubblici

Il Piano nazionale delle riforme, che accompagna la nota al Def, ci parla infatti di uno “0,1% di crescita nominale della spesa pubblica primaria diretta”. Il che comporta, già nelle previsioni, almeno 5 miliardi in meno per il welfare e gli investimenti pubblici. Quindi meno Pil. E infatti il comparto sanità è già in agitazione. In altre parole non sono i decimali di sforamento che fanno una politica, ma il reperimento delle risorse, la qualità e la distribuzione della spesa. La Flat Tax ora prevede tre aliquote – e quella che entrerebbe subito in funzione non è che un ritocco alla precedente Iri (imposta sul reddito d’impresa) – se l’aliquota finale si ferma al 33% e si combina con l’ennesimo immarcescibile condono, la perdita per l’erario è certa e le possibilità per spese non elettorali inibita. Se si innalzano le pensioni minime, come effettivamente è necessario fare da tempo, ma al contempo si spinge per un ricalcolo integrale di tutte quelle in essere con il contributivo, si colpisce direttamente il mondo del lavoro. Se il reddito di inclusione, chiamato in modo menzognero di cittadinanza, anziché venire pagato dall’introduzione di una nuova patrimoniale, viene sostenuto da chi attualmente paga le tasse senza potere evadere, siamo semplicemente di fronte ad uno spostamento di risorse dal mondo del lavoro a quello del non lavoro, senza toccare la rendita e gli alti redditi. In sostanza gli effetti della manovra potrebbero provocare solo un rimescolamento delle carte negli strati inferiori della società, soddisfacendo gli interessi elettorali dei contraenti il patto di governo.  Intanto il famoso 1% potrebbe continuare a guardarci sorridente dalle sue alte cime. Meglio se senza migranti in mezzo. Su questo dovrebbe misurarsi una opposizione, anziché aggrapparsi a regole vessatorie della Ue. Per questo serve non uno strappo sui decimali, ma la riscrittura dei Trattati europei.

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