Alfonso Gianni. Quel pasticciaccio brutto delle leggi di bilancio

Alfonso Gianni. Quel pasticciaccio brutto delle leggi di bilancio

Più si avvicina la scadenza della presentazione del Documento di economia e finanza (Def) e la sessione di bilancio, più aumentano le fibrillazioni interne al governo, malgrado che i sondaggi continuino a dargli ragione (il gradimento si aggira sul 60%). Ma non è detto che la luna di miele possa continuare, almeno non con la stessa intensità, visto che il “sentiero stretto”, così definito da Padoan, diventa ancora più impervio, sullo sfondo di un quadro economico internazionale e interno che volge al peggio: precariato crescente; fuga dei capitali all’estero; crollo della produzione industriale; aumento del rendimento dei nostri titoli di Stato, che ha superato, per quelli di due anni persino quelli della Grecia, a dimostrazione della scarsa fiducia dei mercati nella nostra economia; record nel debito pubblico. Con un doppio effetto. Da un lato si moltiplicano le dichiarazioni da parte dei due viceministri, Conte lo possiamo anche trascurare, di rispetto dei vincoli europei. Altro che sbattere i pugni sul tavolo in Europa! Dall’altro però nessuno vuole perdere la faccia davanti ai propri elettori. Con una notevole asimmetria tra Lega e M5stelle, dal momento che Salvini è in testa ai sondaggi dei leader e ha stretto un patto con Berlusconi per le prossime regionali e non solo, visto che il Cavaliere ha dichiarato che in un prossimo futuro si intravede un ritorno del centrodestra al governo. I 5stelle, se tirano troppo la corda, rischiano di diventare i traghettatori del caimano in un nuovo governo.

La ricerca della impossibile quadratura del cerchio tra flat tax e reddito di cittadinanza

Ragion per cui si cerca un impossibile quadratura del cerchio fra  introduzione della flat tax, superamento della legge Fornero, creazione del reddito di cittadinanza. Ma non c’è bisogno di grandi calcoli per sapere che è impossibile realizzare queste cose assieme e nello stesso tempo rientrare nei vincoli europei. Quindi, la strada sembra essere quella di una sostanziale riduzione qualitativa e quantitativa delle promesse elettorali, al punto che al nome non corrisponde oramai più la sostanza.

Per quanto riguarda la questione del reddito di cittadinanza il suo ridimensionamento era già cominciato da tempo. Era chiaro che si trattava solo di una estensione del reddito di inclusione di renziana memoria per quanto riguarda il numero dei beneficiari e l’innalzamento della quantità monetaria trasferita a ciascuno di essi. Un reddito che viene però condizionato alla disponibilità dei singoli a cercare e accettare proposte di lavoro. In più si aggiunge nelle ultime ore la pretesa salviniana, cui i 5stelle non si opporrebbero, di escludere gli stranieri residenti, in ossequio al mantra “prima gli italiani”. Con il che si retrocederebbe rispetto allo stesso reddito di inserimento del passato governo ove si chiedeva che il richiedente fosse “residente in Italia in via continuativa da almeno due anni”. Come si vede una cosa molto diversa da un reddito universale incondizionato, quale quello in atto, per ora in via sperimentale e per un numero estremamente limitato di fruitori, in Finlandia, dove vi è un governo di centrodestra, e dove il reddito di cittadinanza può cumularsi a quello di un lavoro nel frattempo trovato, per evitare sia la disaffezione al lavoro, sia il condizionamento del reddito a quest’ultimo.

Nel contempo anche la flat tax voluta fortemente dai leghisti, subisce un ridimensionamento che assomiglia quasi a un addio. Da due, le aliquote diventerebbero tre (quelle attuali sono cinque). L’entrata in vigore verrebbe procrastinata al 2020. Mentre si consolida la proposta di un condono, pudicamente chiamato “pace fiscale”, secondo le peggiori tradizioni.

Pensioni. Su quota 100, la proposta di Salvini va considerata negli elementi contraddittori al suo interno

Per quanto riguarda la questione delle pensioni, certamente una delle più sentite e sofferte dalla nostra popolazione tra cui cresce la percentuale degli anziani, la novità è rappresentata dalla dichiarazione di Salvini di volere attuare una quota 100 con il ritiro in pensione a 62 anni. Si tratta di un annuncio che intende avere un forte impatto sull’opinione pubblica. Proprio per questo andrebbe valutato nei suoi meccanismi, almeno per quanto finora si conosce. Non basta semplicemente osservare che il costo del provvedimento viene stimato attorno ai 13 miliardi e che quindi lascerebbe ben poco spazio alle altre promesse. Ma vanno considerati gli elementi contradditori interni alla proposta. Sulla base dei condizionamenti posti su quella base potranno andare in pensione a 62 anni con 38 di contribuzione una quantità di persone di molto inferiore alle 700mila promesse. In pratica usufruiranno in larga parte dell’eventuale misura i dipendenti pubblici e i lavoratori di quei settori (e sono pochi) che non hanno conosciuto periodi di crisi. Infatti gli anni di “contributi figurativi”, quelli che si hanno nei periodi in cui entrano in funzione gli ammortizzatori sociali, verrebbero esclusi dal novero di quelli considerati per il calcolo degli anni di contribuzione. Inoltre, per venire incontro all’esigenza di diminuire la spesa necessaria, si parla di adottare un metodo di calcolo completamente contributivo, abbandonando il retributivo e il cd pro-rata (in questo senso la deliberazione dell’Ufficio di Presidenza della Camera dei deputati sui vitalizi dei parlamentari farebbe da battistrada, esattamente come si temeva). Il che porterebbe a un taglio dell’assegno pensionistico non inferiore al 20%. Senza contare che per i lavoratori delle categorie cosiddette usuranti, che hanno già la possibilità di andare in pensione a 63 anni, vedrebbero la loro condizione completamente peggiorata.

Governo: si continuerà in un succedersi di fibrillazioni fino al Def

In sostanza non solo l’ipotesi di sfiorare il 3% di deficit, e meno che mai andare al di là, appare completamente rientrata, ma vacilla anche l’ipotesi di avvicinarsi al 2%. Già la sterilizzazione degli aumenti dell’Iva, la spada di Damocle che pende sulle nostre teste, porta a raddoppiare il livello del deficit programmatico fissato  nel Def di aprile, a legislazione vigente, allo 0,8%. Ma sembra che Tria non abbia rinunciato a un suo antico progetto, quello di aumentare l’Iva per ricavare da lì le risorse per garantire almeno l’avvio delle misure che stanno a cuore ai due contraenti il patto di governo. Si dice che si sta studiando un progetto per un aumento parziale dell’Iva. In ogni caso essa peserebbe sulla capacità d’acquisto dei ceti popolari, già martoriata, tale da vanificare ogni propaganda populista. Non a caso sarebbero d’accordo Fmi, Bankitalia e Commissione europea.

Le opinioni dei vari membri del governo si rincorrono e si smentiscono a vicenda. La rabbia dei 5stelle si appunta contro il ministro dell’economia Tria, fino al punto di vagheggiare una richiesta di dimissioni. L’unico esito è però quello di insospettire i perfidi mercati, facendo ulteriormente scendere la loro fiducia nei confronti della nostra solvibilità e stabilità economica. È probabile che si continuerà in un succedersi di fibrillazioni fino a quando, a fine mese, verrà presentata La Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza, nel quale qualche cifra precisa andrà per forza iscritta, Non è un caso che le maggiori agenzie di rating hanno rimandato la loro valutazione di qualche settimana, ad eccezione di Fitch che a fine agosto ha confermato il bbb ma con l’outlook (la prospettiva) tendente questa volta al negativo.

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