Salvini, Di Maio, Conte e il governo confermano la deriva verso la barbarie. Sosteniamo tutte le manifestazioni, nazionali e locali, antifasciste e democratiche, contro di loro

Salvini, Di Maio, Conte e il governo confermano la deriva verso la barbarie. Sosteniamo tutte le manifestazioni, nazionali e locali, antifasciste e democratiche, contro di loro

Se qualcuno dei nostri lettori ancora manifestasse qualche dubbio sulla palese deriva verso la barbarie della compagine governativa 5Stelle e Lega, dovrebbe ragionare ancora per qualche istante su quanto è avvenuto ieri a Milano e su quanto sta avvenendo in queste ore, mentre scrivo queste note, a Rocca di Papa, nei pressi di Roma. Milano e Rocca di Papa sono accomunate da una stessa cifra interpretativa, che è quella della barbarie, alla quale un movimento antifascista e di sinistra sta cercando di opporsi, fino a spingere il quotidiano il Manifesto a titolare nella edizione del 29 agosto: “Miracolo a Milano” per i 15mila di piazza san Babila. Dunque, a Milano, in un luogo istituzionale qual è la Prefettura, il 28 agosto il ministro dell’Interno italiano, Matteo Salvini, incontra il premier ungherese Viktor Orban. Al netto dei salamelecchi (“Salvini è il nostro eroe” ha ripetuto Orban), i due hanno presentato una nuova, pessima e barbarica idea di Europa, hanno individuato un nuovo nemico accanto agli africani, nel presidente francese Macron, ma soprattutto hanno delineato i caratteri di una nuova e allarmante politica migratoria, non più gestione dei flussi ma blocco nel Mediterraneo (contrastando apertamente Convenzioni internazionali, Diritto del mare, umanità).

Sull’idea di Europa, è evidente che i due hanno condiviso la costruzione di una fortezza chiusa, recintata, dal filo spinato in Ungheria e dalla flotta militare nel Mediterraneo. Un’idea di Europa che un grande intellettuale e filosofo come Tzvetan Todorov avrebbe di certo contrassegnata come deriva verso una barbarie contemporanea, nel senso letterale del termine. Una comunità che si chiude in sè, fortemente identitaria, non può che considerare l’altro da sé un nemico, una persona da combattere e non da accogliere. E dunque, avrebbe detto Todorov, stanno costruendo il profilo della nuova barbarie, nell’epoca della globalizzazione. Salvini e Orban hanno convenuto che l’identità nazionale (cosa diavolo sia però i due non lo dicono) si racchiude nelle parole d’ordine “prima gli italiani” da un lato e “prima gli ungheresi” dall’altro, imitando Trump, come se fosse possibile con un atto propagandistico definire chi e cosa sia l’italiano o l’ungherese, entrambi popoli fortemente contaminati nel corso della loro storia millenaria.

Non certo soddisfatti di questa intesa “ideologica”, i due hanno poi processato l’Europa di Macron e della sinistra colpevoli delle aperture agli immigrati, e della presunta “invasione”. Al di là del fatto che la cifra più volte sparata da Salvini sui media non è vera (i migranti accolti dall’Italia negli anni sono stati 700mila, ma quelli realmente ospitati sono appena 100mila, mentre la Germania, ad esempio, ne ha ospitati da sola nel solo 2016 un milione), i due leader xenofobi hanno colto in Macron il nemico da combattere, a partire dalle prossime elezioni europee. Naturalmente, il presidente francese ha replicato esattamente come ci si aspettava: “Non cederò niente ai nazionalisti e a coloro che difendono i discorsi di odio. Se vogliono vedere in me il loro oppositore principale, hanno ragione”. Inoltre, ha aggiunto, “se ritengono che la Francia sia il nemico del nazionalismo, della politica dell’odio, dell’Europa che deve pagare quello che ci piace e che non imporrebbe alcuna forma di responsabilità e solidarietà, allora hanno ragione, sono il loro oppositore principale”, ha detto il presidente francese rispondendo ai giornalisti durante la sua visita in Danimarca.

Infine, ed è questo il dato più tragicamente interessante dell’incontro tra Salvini e Orban, è stato dato avvio ad un nuovo paradigma decisionale sui migranti: si è messa fine alla gestione dei flussi, perché Ungheria, Repubblica ceca, Polonia e Slovacchia (i quattro di Vysegrad) non vogliono migranti sul loro territorio e così hanno deciso, e si è aperta, con l’avallo entusiastico del nostro ministro dell’Interno, una nuova fase, fermare i migranti in mare per ricondurli nei lager libici da dove fuggono. Ora, sappiamo bene quali sono le condizioni di questi migranti in quei lager: torture orribili, violenze sanguinose, bambini murati vivi e donne stuprate. Rimandarli è o no un atto di barbarie? Noi crediamo di sì. Così come, infine, è un atto di barbarie e di inciviltà quel che è avvenuto a Rocca di Papa, dove di fronte alla Casa di prima accoglienza messa a disposizione dei 100 migranti provenienti da Catania dopo un’odissea in mare e una permanenza illegale sulla nave Diciotti, si è presentato un gruppetto di destra estrema che appunto chiede il blocco navale e il respingimento in Libia. Non è anche questa barbarie? Crediamo di sì.

Contro la deriva verso la barbarie, ancora abbastanza timidamente si sono manifestati gli anticorpi, sia a Milano che a Rocca di Papa. A Milano erano in 15mila, antifascisti, democratici, difensori della Costituzione e del rispetto della persona, a prescindere dalla razza o dalla nazionaltà. A Rocca di Papa erano ovviamente meno ma c’erano, a sostenere le ragioni democratiche e repubblicane, non solo religiose, dell’accoglienza dell’altro da sé. E contro la deriva verso la barbarie il quotidiano il Manifesto, attraverso un editoriale di Norma Rangeri, il direttore, e di Luciana Castellina, ha lanciato una grande, enorme, democratica, colorata, manifestazione nazionale. Perché il pericolo dell’estrema destra in Italia c’è, ed è concreto, come pure rileva Walter Veltroni su Repubblica, e porta con sè elementi di xenofobia, omofobia, islamofobia, insomma un’idea tragica dell’Italia. Noi siamo con tutti coloro che si opporranno a questa deriva verso la barbarie. Sosterremo tutte le manifestazioni, nazionali e locali, del mondo antifascista e democratico, perché questo governo è più squallido e pericoloso di quanto ci si attendesse.

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