Legambiente. Sos spiagge libere: 19,2 milioni di metri quadri occupati da stabilimenti. “Un diritto di tutti i cittadini avere lidi liberi, gratuiti e accessibili. Invochiamo una legge”

Legambiente. Sos spiagge libere: 19,2 milioni di metri quadri occupati da stabilimenti. “Un diritto di tutti i cittadini avere lidi liberi, gratuiti e accessibili. Invochiamo una legge”

“Stessa spiaggia, stesso mare”, cantava la canzone, ma lo stesso non si può dire della situazione litorale italiana che sta trasformando anno dopo anno le spiagge più belle, oramai in completo stravolgimento.

Secondo una stima effettuata da Legambiente, infatti, documentata attraverso il dossier “Le spiagge sono di tutti!”, sembrerebbe che negli ultimi anni il fenomeno della privatizzazione sia dilagato, provocando un aumento spropositato degli stabilimenti balneari (fino al 60% nelle coste sabbiose) e dei lidi attrezzati: si tratta di 19,2 milioni di metri quadri di spiagge sottratti alla libera fruizione. Come ad esempio in Emilia-Romagna dove solo il 23% presenta spiagge libere ed in Liguria il 14%. Su ben ottomila chilometri di costa dei quali il Bel Paese dispone, si contano fino a 52.619 concessioni demaniali marittime, di cui 27.335 sono per uso “turistico ricreativo” e le altre distribuite su vari utilizzi, da pesca e acquacoltura a diporto, produttivo.

Le percentuali di spiaggia libera rimangono molto basse anche in Molise (dove la Legge Regionale del 2006 prevede il 30% di spiagge libere ma non è applicata dai PSC dei 4 Comuni costieri), in Calabria (la quota è del 30%), nelle Marche del 25%, mentre in Campania ed Abruzzo solo del 20%. In 5 Regioni (Toscana, Basilicata, Sicilia, Friuli Venezia Giulia e Veneto) non esiste invece nessuna norma che specifichi una percentuale minima di costa destinata alle spiagge libere o libere attrezzate.

“Ormai è sotto gli occhi di tutti – spiega Edoardo Zanchini, Vicepresidente nazionale di Legambiente – la distesa interminabile di stabilimenti balneari che, dal Tirreno all’Adriatico passando per lo Jonio, costellano le coste della nostra Penisola. In modo progressivo cabine e strutture, ristoranti, centri benessere e discoteche stanno occupando larghe fette della battigia. Inoltre il numero delle concessioni cresce, i canoni che si pagano sono molto bassi, e nessuno controlla come questo processo sta andando avanti”.

Da Nord a Sud, sono innumerevoli quindi i casi più o meno eclatanti di male amministrazione delle spiagge, piegate alle necessità del consumismo e del turismo. Da Santa Margherita Ligure, dove hanno ridotto gli spazi liberi all’11% del totale; segue Rimini con il 10%; a Forte dei Marmi su 5 km di costa si contano 100 stabilimenti. E ancora a Bacoli, in Campania, nonostante le direttive del Comune di disporre di un 20% della costa a spiaggia pubblica, attualmente non siamo neanche al 2%. Sul litorale romano, soprattutto ad Ostia, vige il problema dei controlli sulle concessioni date sui tratti di spiaggia, da cui si traggono enormi guadagni. Si tratta complessivamente di 6.106 euro a chilometro quadrato contro una media di entrate per le casse pubbliche di circa 4 mila euro all’anno a stabilimento. Nel dettaglio i dati sulle entrate derivate dai canoni, presentati dal Governo nel 2016, sono ancor più clamorosi se analizzati per Regione: ai primi due posti ci sono Toscana e Liguria con poco più di 11 milioni l’anno; poi Lazio (10,4 milioni), Veneto (9,527 milioni), Emilia-Romagna (8,9 milioni), Sardegna, Puglia e Campania (tutte sopra i 7 milioni) e Calabria con poco più di 5 milioni; Basilicata 452mila euro ed in Sicilia dove gli incassi sono appena 81.491 euro.

“Il rischio – prosegue Zanchini – è che si continui in una corsa a occupare ogni metro delle spiagge italiane con stabilimenti che, in assenza di controlli come avvenuto fino ad oggi, di fatto rendono le coste italiane delle coste privatizzate quando invece le spiagge sono di tutti. Un diritto di tutti i cittadini quello di avere lidi liberi, gratuiti e accessibili. Per questo chiediamo l’istituzione di una legge nazionale che preveda, tra i vari punti, che almeno il 60% delle spiagge venga lasciato alla libera fruizione e che vengano definiti canoni adeguati e risorse da utilizzare per la riqualificazione ambientale”.

Legambiente chiede una legge quadro nazionale che preveda almeno quattro punti chiave: minimo il 60% delle spiagge deve essere lasciato alla libera fruizione; occorre premiare la qualità nelle assegnazioni in concessione; definire canoni adeguati e risorse da utilizzare per la riqualificazione ambientale; garantire controlli e legalità lungo la costa.

Tale “assenza normativa” ha portato alcune Regioni, in alcuni casi, ad intervenire con risultati a volte buoni a volte insufficienti. Tra i casi virtuosi, la Puglia, la Sardegna e il Lazio. In Puglia, la Legge regionale 17/2006 ha fissato una percentuale di spiagge libere maggiore (60%) rispetto a quelle da poter dare in concessione (40%). La Sardegna ha approvato delle “Linee guida per la predisposizione del Piano di utilizzo dei litorali” che definisce criteri in relazione alla natura e alla morfologia della spiaggia e stabiliscono un minimo del 60% di spiaggia libera, che nei litorali integri deve raggiungere l’80%. Il Lazio ha fissato al 50% la percentuale di costa da lasciare libera ed i Comuni non in regola non potranno più rilasciare nuove concessioni.

Negli altri Paesi europei, come ad esempio la Francia, orientativamente vigono dei criteri di limitazione che garantiscono una maggiore trasparenza e coerenza. Il Governo francese ha stabilito una durata delle concessioni per le spiagge non superiore a 12 anni e soprattutto l’80% della lunghezza e l’80% della superficie dei lidi devono essere liberi da costruzioni per sei mesi l’anno, ciò significa che gli stabilimenti vanno quindi rigorosamente montati e poi smontati.

In Croazia, le costruzioni esistenti che si trovano nella fascia a 100 metri dalla costa non possono in nessun modo essere ampliate, mentre per le nuove costruzioni vige il divieto di realizzarne entro una zona distante 1.000 metri dalla costa. Inoltre, tra i vari interventi che ha messo in atto, ha previsto anche il divieto di costruire qualsiasi opera (dai chioschi ai ristoranti) per una distanza minima di 1 km stabilendo una continua ed unica “Area protetta costiera” di alto valore naturale, culturale e storico.

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