Due agosto 1980. La strage alla stazione di Bologna. Vero, ci sono molti fascismi, e vanno tutti combattuti con eguale determinazione. Ricordiamolo a Grillo, Salvini, e ai loro emuli…

Due agosto 1980. La strage alla stazione di Bologna. Vero, ci sono molti fascismi, e vanno tutti combattuti con eguale determinazione. Ricordiamolo a Grillo, Salvini, e ai loro emuli…

Quanto tempo, ormai, è passato, da quel 2 agosto: un caldo torrido anche allora… e anche allora, la voglia di vacanza, la compiaciuta pigrizia, il riposo… Ecco crudele arriva la notizia: violenta come una frustata, ti gela per lo sconforto; ancora una strage: questa volta è alla stazione di Bologna; la vita spezzata per 85 persone, e oltre duecento i feriti. E’ il più grave atto terroristico avvenuto in Italia dal secondo dopoguerra… Le 10,25, l’ora dell’apocalisse. Il boato si sente ovunque, Bologna è avvolta da una nube di fumo nero, acre; i corpi straziati, urla, dolore, rabbia. L’ordigno è costituito da una micidiale miscela di nitroglicerina, tritolo e T4, esplosivo contenuto in ogive militari. Non è roba che si trova agli angoli delle strade. Tutto stipato in una valigetta, abbandonata nella sala di seconda classe. Si voleva uccidere il maggior numero di persone; si voleva la strage.

Anche questa volta, come per tutte le altre, una sconcertate altalena di processi, con esiti contraddittori: corte di Assise, corte di Assise d’Appello, corte di Cassazione… poi ancora corte di Assise, e ancora Cassazione…; un processo è ancora in corso: dopo ben 38 anni! Giudiziariamente parlando la strage ha una sentenza definitiva che vede condannati degli estremisti di destra; loro sono, secondo la sentenza, gli esecutori: quelli che fanno senza sapere (nel senso che certamente sanno quello che fanno, ma non immaginano neppure lontanamente di quale sordido interesse sono strumento, di quale losco e subdolo progetto di potere sono sacrificabile tassello); assieme ai “manovali”, condannati per depistaggio alti funzionari dei servizi segreti: sapevano, potevano, dovevano. Hanno però taciuto, hanno fatto altro rispetto ai compiti che il giuramento di fedeltà alle istituzioni democratiche impone. Le hanno anzi tradite, violate. Ma sono ancora tante le zone d’ombra; mille le domande che attendono risposta; troppi i sospetti che sono qualcosa di più di sospetti, i dubbi che non sono solo dubbi. La certezza è quell’immenso dolore che ogni due agosto si rinnova, per le vittime innocenti di quella strage; e il dovere ostinato di ricordare; e continuare a chiedere verità e giustizia.

Non si può davvero dare torto al presidente dell’Associazione dei parenti delle vittime della strage Paolo Bolognesi: “Siamo sempre usciti da queste commemorazioni con tante promesse non tutte attuate”. E si indovina che per una sorta di educazione istituzionale misura, “pesa” le parole; ben altro e di più, potrebbe, vorrebbe dire. Nell’aula del consiglio comunale di Palazzo d’Accursio lo ascolta il neo ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. Si dice stupito, giudica “incredibile che dopo che lo Stato si è dimostrato negligente per 38 anni i famigliari dimostrino ancora di voler credere nello Stato, dando una lezione di civiltà che la politica non ha mai dato”. Certo, tutto congiura perché questa fiducia venga meno; per tutti questi anni un avvilente rosario di promesse non mantenute, di assicurazioni disattese. “Il tempo per le parole è finito”, scandisce Bonafede: “Abbiamo sigillato un protocollo per la digitalizzazione dei fascicoli, tutti gli atti sulle stragi saranno accessibili”.

Staremo a vedere. Già con il governo di Matteo Renzi era stata emanata una direttiva che de-secretava tutti gli atti. Chi li ha potuti consultare ha trovato ben poco di utile per l’acquisizione di quelle verità che ancora ci sfuggono, si possono intuire, immaginare, ma non provare. Ma al di là della verità giudiziaria, che pure è importante, necessaria c’è una verità storica. Una verità che consente – si cita ancora Bolognesi – “di aprire uno squarcio di ulteriore verità e permetta di risalire più in alto nelle responsabilità della e delle stragi”. C’è chi giudica sbagliato qualificarle stragi “fasciste”. Può essere, se ci si limita a ritenere il fascismo come “solo” quel periodo storico caratterizzato da Mussolini e le sue camice nere. Ma fascismo non è solo questo; e ha ragione il sindaco di Bologna Merola quando ricorda che il problema del fascismo non può e non deve essere archiviato. Ha anche ragione il presidente della Camera Fico: “Oggi i fascismi possono essere di tanti tipi e vanno tutti combattuti”.

Proprio per questo va ricordato a Beppe Grillo che è una sciocca e pericolosa affermazione il suo liquidare l’aggressione alla campionessa di atletica leggera Daisy Osakue come una esagerazione mediatica, “l’unica cosa sensazionale è stata la mira del razzista di merda oppure il caso. Quello che fanno i media è portare la nazione verso il baratro: non avevo mai visto con i miei occhi un così forte condizionamento prima d’ora”. Proprio per questo va ricordato al ministro dell’Interno Matteo Salvini che commette una grave, colpevole leggerezza (ma poi è “leggerezza” indossare felpe di CasaPound o magliette di movimenti di estrema destra? Oppure corrisponde a spregiudicata e cinica operazione politica?), quando sottovaluta i fenomeni razzisti e xenofobi di questi giorni.

Proprio per questo fossimo stati i titolari del Viminale non avremmo esitato un solo istante per andare a prendere un caffè nel locale di Cala Gonone, assieme al cameriere Mamadou Biang e Dionigio Mereu Fronteddu, grati per la lezione che ci hanno impartito: quattro imbecilli chiedono che non fosse Mamadou a servirli, perché la sua pelle è nera. Dionigio li ha mandati tranquillamente a quel paese. Ma al Viminale c’è Salvini: molto impegnato nei selfie nella spiaggia di Milano Marittima…

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