Daniele Tissone, segretario generale Silp Cgil: “Non alimentare le paure è fondamentale per rispondere alle sfide di oggi”

Daniele Tissone, segretario generale Silp Cgil: “Non alimentare le paure è fondamentale per rispondere alle sfide di oggi”

Sono sincero, quella volta che presso l’ufficio comunale i miei occhi incrociarono, sotto ai miei dati anagrafici, la dizione “immigrato” rimasi sul serio colpito da ciò perché, sebbene avessi dovuto cambiare residenza per motivi di lavoro, in Polizia cambiamo spesso Regione e Città e, anche io, ne ho cambiate diverse in questi anni, stavolta ero anch’io – a tutti gli effetti – un “immigrato” al pari del mio nonno materno che da Treviso molti anni prima era giunto in Liguria per motivi di lavoro. Essere un immigrato mi faceva sentire quasi fuori posto perché, sebbene mi trovassi in Italia, ero comunque in un luogo diverso da quello natio dove le persone erano, diciamocelo, un pelino diverse da quelle dei miei posti anche se si trattava dello stesso identico Paese; premetto che all’epoca si parlava ancora spesso attraverso i dialetti dei luoghi.

Volendo immedesimarmi nelle persone che vengono da più lontano non oso immaginare che sensazione esse possano provare. Penso infatti ad una persona che è costretta a spostarsi da ben più lontano, magari con un diverso colore della pelle o appartenente ad un’altra religione perché, trasferirsi per lavoro o scappare da fame e guerre, è di certo tutt’altra cosa. Ma perché usare il termine “immigrato” mi chiedevo allora, non sono forse italiano? Ricordo il mio popoloso e popolare quartiere natio composto da un consistente numero di persone che, per lavoro, provenivano dal nostro Sud e le differenze, oltre all’accento, che le distinguevano: per la mia famiglia si trattava di una ricchezza ma non tutti la pensavano così. A distanza di anni quei bambini sono perfetti liguri come i Parodi o i Siri, per citare un paio di cognomi autoctoni della zona. Le mie origini, sia da parte di madre che di padre erano, perlopiù, contadine. Ricordo anche i nomi di battesimo che si ripetevano, spesso, di generazione in generazione. Del ramo paterno, il nome più frequente era “Francesco”. Molti erano anche gli emigrati liguri che dagli inizi dell’Ottocento in avanti si erano sposati nelle Americhe sia al Nord che al Sud, in particolare in Argentina.

Il mio cognome è attualmente più diffuso nella Pampa e a Buenos Aires piuttosto che in Italia. Un Benedetto Tissone è stato pure uno degli ultimi consoli della Repubblica Marinara di Noli quando, oltre che coltivare fasce, si navigava anche per mare. Il mare, tremendo e benedetto che ha “unito” popoli anche contro la volontà dei diretti interessati; basti pensare ai temibili predatori che dal mare si avvistavano dalle torri saracene che sormontavano i punti più strategici delle nostre coste. Addirittura il mio cognome potrebbe essere legato a questo ovvero al “tizzone” che si utilizzava per accendere i falò di avvistamento delle torri o, addirittura, al dialettale “chissun” (chi sono”chissun”=tissone) forse per via di un diverso colore “olivastro” della pelle, sicuramente oggi definitivamente scomparso. Di certo sono due teorie tutte da dimostrare ma comunque entrambe legate ad un passato di multietnicita che ha attraversato, da sempre, l’Italia e il mondo e con il quale dovremmo tutti noi saper fare i conti. Tutti noi siamo stranieri rispetto agli altri ma se ai bambini insegniamo da subito il rispetto per l’altro li faremo crescere senza pregiudizi o luoghi comuni che sono l’anticamera del razzismo perché ogni essere umano ha diritto alla propria dignità come al diritto di essere guardato sempre e comunque senza disprezzo o sospetto alcuno. Possiamo scegliere di non essere vittime dell’odio e della paura solamente se sapremo mettere da parte i nostri pregiudizi fin da piccoli.

La propaganda che alimenta violenza e odio attraverso le politiche dell’uomo ha spesso generato disperazione e angosce infinite che albergano sopratutto tra i più piccoli che, nelle regioni del pianeta turbate dalle guerre, vanno spesso verso il martirio seguendo improbabili capi militari. Le crisi, si sa, alimentano i fenomeni razzisti perché spesso l’immigrato è additato come la causa del male anche se ciò non è vero. Ma alimentare tutto ciò dove porta ? Di certo crescono le denunce per istigazione all’odio razziale in Italia ma, anche, in Europa e la cosa più grave è che alcuni uomini politici non hanno più alcuna esitazione ad esprimere idee razziste banalizzando il tutto. Paura e ignoranza sono ciò che alimentano “pregiudizi sicuri” con classificazioni e generalizzazioni del tutto improbabili che hanno spinto alcuni Paesi Europei ad emanare norme costruite unicamente sulla paura dello straniero come quando in Italia l’immigrazione clandestina è diventata un reato. Se chi rappresenta lo Stato si permette inoltre di poter scherzare su queste cose allora si lancia un inequivocabile messaggio ovvero che tutto è lecito e permesso. Tutto questo senza annoverare le ricadute sulle persone che commettono veri e propri crimini nei confronti di barboni, stranieri e immigrati.

La legittimazione della xenofobia conduce a orientamenti sempre più espliciti e va, per questo, condannata in ogni sua forma. Abbiamo ancora leggi, la Costituzione in primis, che mantengono alte le forme di rispetto che garantiscono ogni essere umano a prescindere dallo status, dalla religione o dalla provenienza di ognuno. È vero, l’Italia e l’Europa stanno cambiando ma queste multiculturalità possono e devono rappresentare un contributo per l’Occidente e, comunque, sono una realtà a cui non si può continuare a rispondere con evasività e disprezzo come si è fatto finora. Ognuno di noi dovrà, per la propria responsabilità, trovare le giuste risposte che non potranno essere sempre di natura securitaria. Alimentare la paura è profondamente sbagliato mentre rispondere con i giusti interventi ai problemi di oggi è la soluzione pur sapendo che le molteplici sfide che abbiamo davanti devono vedere tutta la comunità intera coesa e compatta nell’affrontarle, pena il fallimento di tutti e non solo di alcuni.

Daniele Tissone Segretario Gen. Silp Cgil

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