Un ebook di Luigi Agostini. La necessità dell’organizzazione politica e di un Partito militante. Famiano Crucianelli, nella prefazione, richiama il pensiero gramsciano del rapporto fra il partito e le masse

Un ebook di Luigi Agostini. La necessità dell’organizzazione politica e di un Partito militante. Famiano Crucianelli, nella prefazione, richiama  il pensiero gramsciano del rapporto fra il partito e le masse

“Neosocialismo. Riflessioni. Idee”. È il titolo di un ebook  a firma di Luigi Agostini uscito in questi giorni in cui l’autore affronta i problemi relativi alla costruzione di un nuovo partito della sinistra alla luce del dibattito che riguarda in particolare il futuro del Pd, impegnato nella preparazione del Congresso, Liberi e Uguali e le componenti che hanno dato vita alla nuova formazione politica, forze sociali, la Cgil che va verso il congresso nazionale, movimenti e associazioni che operano nel sociale.

 Pubblichiamo di seguito la prefazione scritta da Famiano Crucianelli

Tornare a parlare di Partito in questi nostri tempi è quasi temerario. Nel senso comune i partiti sono delle associazioni a delinquere e nelle zone alte della politica e della intellettualità di sinistra sono considerati dei dannosi fossili archeologici. Purtuttavia qualcosa e di diverso si muove, dopo anni di movimenti falsi e/o reali, di reti virtuali e di fantasiosi contenitori il tema del Partito torna discretamente ad emergere. E gli interventi di Luigi Agostini, non solo quelli che richiamano esplicitamente il tema del partito, pongono con forza e con ragione la necessità della organizzazione politica e di un Partito militante.

Nei primissimi anni 90 le inchieste della magistratura hanno portato alla fine dei partiti che avevano governato l’Italia per oltre 40 anni, nel 1991 per scelta propria – dopo la Bolognina di Occhetto – finisce anche la storia del Partito comunista. Sono passati quasi trenta anni dalla fine della cosiddetta “partitocrazia” ed è ormai maturo il momento per qualche quesito elementare: che società ci ritroviamo? che classe politica? quale democrazia?

Gli anni che abbiamo alle spalle sono anni in chiaroscuro, sono gli anni di Obama, della speranza europea, della rivoluzione tecnologica e del grande balzo cinese, ma sono anche gli anni della grande crisi economica e sociale del 2008, della impotenza europea, delle ondate migratorie, del terrorismo e della guerra senza fine in Medio oriente. Alla fine lo scuro ha prevalso sul chiaro: l’America con Trump ha scelto il peggio che si potesse immaginare, nel cuore dell’Europa cresce la pianta infestante del moderno populismo e del nuovo nazionalismo, l’ambiente e la natura hanno subito un degrado che non ha precedenti nella storia e le nuove tecnologie più che una diffusa democrazia e partecipazione hanno alimentato un molecolare ribellismo, la ricchezza e il potere di pochi. Si può sempre trovare la luce in fondo al sentiero e si possono sempre trovare ragioni di conforto, ma la realtà è che in questi ultimi trenta anni la società, la politica e la democrazia nell’Occidente hanno perso la spinta propulsiva e inquietanti fantasmi si aggirano sia nel continente europeo come in quello Nord Americano.

Italia, un paese impoverito e moralmente confuso, una società rancorosa

La situazione è ancor più preoccupante nella nostra Italia: un paese impoverito e moralmente confuso, una società, come scrive De Rita, dei coriandoli, frammentata e rancorosa. Una società precaria nella vita concreta come nei sentimenti, nella quale ha preso forma e consistenza elettorale una forte spinta contro il sistema, contro la Politica e le istituzioni e che ha trovato in Grillo e Salvini i suoi naturali riferimenti. In realtà il primo profeta del moderno populismo fu proprio Berlusconi, ma quel populismo in questi ultimi quindici anni si è moltiplicato e ha preso una direzione che certo il cavaliere di Arcore neppure immaginava.

La democrazia sempre più una finzione, il potere reale nelle mani di pochi

Se poi guardiamo al sistema politico le cose non sono più confortanti: la democrazia è divenuta sempre più una finzione, il potere reale si è concentrato nelle mani di pochi, la classe politica è più scadente e, come ieri, permeabile alla corruzione, all’intrigo e al malaffare. Le ragioni di questo stato di cose sono molteplici, complesse e quasi tutte traggono origine da quella nuova e straordinaria rivoluzione globale che in questi ultimi trenta anni ha cambiato e sta cambiando tutto: dall’organizzazione economica e sociale ai comportamenti degli individui, dai destini di interi popoli e paesi all’habitat naturale. In questi decenni tanta acqua è passata sotto i ponti e tanti passi indietro nel vivere e nella cultura sociale si sono fatti: il processo di proletarizzazione che s’intuiva già negli anni 70, ha ormai investito il grosso della società e ha proiettato verso il basso la parte più grande dei cosiddetti ceti medi; si è rotto il legame storico fra classe operaia e capitale e gli operai hanno perso la loro forza contrattuale e il loro peso decisivo nel sistema; la potenza del sapere e dell’innovazione ha occupato il centro del campo e si è esponenzialmente moltiplicata la presenza e la pervasività dell’informazione.

Quella in corso è una radicale rivoluzione che cambia sistemi, civiltà e antropologia. Ma se questo cambiamento ha preso una china che non ci piace, se il nero vince sul chiaro una delle ragioni fondamentali va proprio ricercata in quella crisi della politica che ha disgregato partiti, comunità politiche e screditato le stesse istituzioni democratiche.

Un vuoto di progetto e di direzione, occupato dalle forze selvagge del mercato

Si è creato un vuoto di progetto e di direzione nel cervello del grande cambiamento di questi anni e questo vuoto è stato occupato dalle forze selvagge del mercato, degli interessi particolari e dei grandi centri economico-finanziari. La questione della soggettività politica, delle forme di organizzazione della politica non è un problema, è il problema fondamentale se vogliamo evitare il peggio. Per affrontare questo nodo strategico decisivo un contributo serio viene dai ragionamenti di Agostini: la connessione stretta fra il partito, la natura strutturale della crisi economica e la necessità di un nuovo modello di sviluppo; l’urgenza di un partito “continentale” e al pari tempo radicato nel sociale e nel territorio; la critica al partito gassoso delle primarie; l’attenzione alla rivoluzione informatica ben più pervasiva del fordismo e la centralità del capitolo sulle Macchine di Marx. Questo e molto altro contengono gli articoli di Agostini, vorrei però sottolineare una questione che per me era e resta fondamentale. Citando Alain De Benoist, Agostini scrive: “il prossimo secolo sarà soprattutto il secolo della militanza culturale e della militanza sociale. Ciò non può non avere un effetto profondo sulla forma-partito, sul modello dello stesso partito”. Questa io considero la strada giusta per affrontare le due grandi questioni, i due interrogativi che sono all’ordine del giorno: come si ricostruisce un sentimento democratico, una civiltà dei comportamenti, una partecipazione dei cittadini, una democrazia dentro i posti di lavoro e nei territori, in buona sostanza come si passa dalla società dei “coriandoli”, dalla società rancorosa ad una società consapevole, civile, democratica e orientata a sinistra? In secondo luogo, che ne è del Partito e della sua funzione storica? di quale riforma radicale abbiamo bisogno, perché si possa tornare a parlare di partito? come si ricostruisce e se ha un senso quel “partito combattente” del quale parla Luigi Agostini?

Continuo a ritenere di grande interesse e attualità quella parte del pensiero gramsciano che poi ispirerà Lucio Magri e che ha al centro il concetto di “rivoluzione sociale”. In Occidente, scrive Magri riprendendo Gramsci: la rottura rivoluzionaria non poteva ridursi alla conquista e all’esercizio del potere da parte di un’avanguardia organizzata, ma presuppone un lungo lavoro molecolare, la conquista progressiva di casematte. Aggiungo, di contrastare l’egemonia borghese nei punti nevralgici del fare sociale e dei luoghi di produzione, di sezionare ruoli e figure per mutarne la ragione sociale e di prefigurare nel conflitto un’altra organizzazione della società e un’altra cultura. Qui il lavoro di Agostini sui diritti dei consumatori, come sui grandi mutamenti della nuova rivoluzione tecnologica è veramente prezioso.

Oggi nella società dei coriandoli e del rancore il problema della ricomposizione sociale, di una nuova coscienza di classe, di una comunità consapevole e di una nuova egemonia culturale è tanto acuto quanto difficile da affrontare. Quel che andrebbe pensato è un movimento dall’alto e dal basso. Si tratta di mobilitare le energie intellettuali profonde non solo per organizzare l’archivio storico del movimento operaio, ma per capire e inventare il futuro. Al pari tempo è decisivo essere presenti nei luoghi della produzione delle merci e della conoscenza e in quel territorio, quasi una fabbrica moderna, dove è possibile declinare uno sviluppo e una società sostenibile. Agostini nei suoi scritti critica con asprezza il Partito leggero, il primato degli elettori, la via maestra delle primarie e la dissoluzione del Partito militante. Concordo con lui, così come condivido l’idea che tutto inizia nel 1989 e nella scelta di Occhetto non di superare, ma di liquidare il Partito comunista. Vi è però un nodo fondamentale sul Partito che è rimasto marginale e minoritario nella storia della sinistra, che è fondamentale e rinvia alla riflessione sul rapporto fra “il partito e le masse”.

Scrive Lucio Magri, riprendendo Gramsci: “fra il partito e le masse deve esserci un terzo momento che media il rapporto, ovvero le istituzioni politiche e autonome della classe operaia”. Queste istituzioni debbono emergere direttamente dalla società, con le loro strutture. Il partito agisce come stimolo, come sintesi e come luogo di formazione, quasi un pedagogo in anni nei quali la frammentazione sociale e la manipolazione delle coscienze sono sempre più un grande problema. Il nodo decisivo era e resta quello di introdurre un tertium nella dialettica partito-masse, ovvero quella terza istanza rappresentata dalla organizzazione autonoma di una nuova soggettività politica. In questo contesto la rete, il governo democratico dell’algoritmo possono giocare una funzione importante. Il ragionamento sul partito moderno come intellettuale collettivo e l’idea della rivoluzione come processo sociale sono un corpo solo, un binomio inscindibile sia sul piano teorico e sia su quello della prassi. Questa materia per quanto il mondo sia cambiato, per quanto siano mutati i sistemi sociali e i luoghi di produzione, per quanto profonde siano state le rivoluzioni tecnologiche di questi ultimi anni, questa materia è ancora sul tavolo. Si tratta di criticare radicalmente quelle coalizioni e quei partiti tenuti insieme da calcoli e interessi elettorali di ritornare a quello spirito di scissione gramsciano come rottura rispetto allo spirito dei tempi, alla cultura dominante e a una sinistra confusa e rissosa.

Famiano Crucianelli

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