Salvini e Di Maio nel baratro del razzismo. Moavero si accorda con la Libia ignorando i diritti umani. Arriva il sostegno dei giornalacci della destra. Dalle “magliette rosse” una lezione di civiltà

Salvini e Di Maio nel baratro del razzismo. Moavero si accorda con la Libia ignorando i diritti umani. Arriva il sostegno dei giornalacci della destra. Dalle “magliette rosse” una lezione di civiltà

L’Italia affonda, per responsabilità dei vicepremier, Matteo Salvini e Luigi Di Maio, con l’ausilio di un altro ministro, un tal Toninelli, che avendo la responsabilità delle infrastrutture dovrebbe essere lui a decidere se i porti restano aperti, come avviene in tutto il mondo, o se si chiudono a richiesta di Salvini, ministro degli interni. A costui non bastava  l’aver impedito alle navi delle organizzazioni non governative di salvare vite umane, bambine e donne in primo luogo, ora annuncia che alla prossima riunione dei ministri degli interni della Ue che si terrà in Austria giovedì chiederà di bloccare l’arrivo nei porti italiani di navi delle missioni internazionali, attualmente presenti nel Mediterraneo. In poche parole un via libera alle morti in mare perché non ci sarà più nessuno a intervenire. Salvini ha preso lo spunto dal fatto che una  di queste navi con tanto di bandiera di appartenenza ha sbarcato 106 profughi a Messina come prevede il codice internazionale della navigazione. Avrebbe dovuto provvedere la marina libica che, di fatto, non esiste. Ma ai nostri ministri un morto più un morto meno non interessa. Proprio Moavero, che copre il dicastero gli esteri, ha firmato con uno dei governi libici un accordo simile a quello sottoscritto da Berlusconi con Gheddafi, dimenticando, si fa per dire, di porre al pari grado libico, il problema del trattamento riservato nei campi di concentramento libici a coloro che hanno tentato la fuga e sono stati ricondotti al punto di partenza.

Al razzismo si aggiunge l’attacco ai magistrati di area di sinistra

L’Italia, grazie a questi ministri, con l’ausilio di solerti sottosegretari affonda in questo baratro del razzismo. Se non bastasse, a proposito di sottosegretari, c’è da citare che al razzismo si aggiunge il tentativo di mettere sotto accusa i magistrati che hanno il grave difetto di avere un pensiero politico. Il sottosegretario alla Giustizia esponente della Lega, si chiama Morrone, proprio alla vigilia del voto per il rinnovo del Consiglio  della Magistratura, nel corso di un seminario ha fatto sapere che le correnti politiche cui i magistrati si richiamano vanno eliminate, quella di sinistra ha precisato. Al razzismo si aggiunge un attacco ai magistrati, come dice Giancarlo Caselli, che è “discriminazione vera e propria. Qualcosa che si pone in rotta di collisione con la democrazia”. Salvini, Di Maio e soci hanno detto qualcosa? Il ministro della Giustizia, il grillino Bonafede, ha fatto finta di rimbrottare il sottosegretario. Ma è stata tutta una finta. Dice una parola il Salvini? Ha altre cose cui pensare.

Il capo della Lega e vicepremier piagnucola per incontrare Mattarella

Prima fra tutte quella relativa ai fondi della Lega per cui ha piagnucolato un incontro con il presidente della Repubblica cercando di coinvolgerlo in liti da cortile, magari un rimbrotto ai magistrati che hanno avuto l’ardire di aprire un procedimento. Mattarella gli ha risposto che l’incontro richiesto si farà ma l’oggetto che interessa Salvini, i magistrati e i fondi della Lega, non sarà neppure sfiorato. Il Salvini, colto con le mani nella marmellata, per sviare l’attenzione dalla clamorosa gaffe, uno schiaffone da parte del Capo dello Stato, se l’è presa con le “magliette rosse”, facendo ironia in merito all’appello lanciato da don Ciotti, Libera e Gruppo Abele, per ricordare i bambini morti in mare. Il Salvini avendo sentito nominare il colore rosso, e sostenuto dai giornalacci della destra, deve aver pensato che si trattava di una diabolica iniziativa per rilanciare i comunisti, qualche cretino ha scritto, credendo di fare lo spiritoso “maglietta rossa trionferà”. Lui, il vicepremier di questo Paese ha fatto dell’ironia con una battuta che ha fatto il giro del mondo. Ha scritto: “Che peccato, in casa non ho trovato neanche una maglietta rossa da indossare”. Gli ha risposto per le rime don Ciotti la cui iniziativa sostenuta da Arci, Legambiente, Anpi, sindacati della Cgil, ha avuto, come abbiamo scritto ieri e come hanno scritto giornali che rispettano il diritto dei cittadini ad essere informati, un grande successo. “Una maglietta rossa – ha detto – gliela porto volentieri al Viminale”.

I silenzi sempre più frequenti del presidente del Consiglio

Ma il vicepremier non ha gradito. Mentre in Liguria era a cena ha detto a chi lo intervistava “preferisco il blu” (il nuovo colore della Lega, ndr). Che dire di parole e gesti di un vicepremier che fa finta di ignorare che il “rosso” era il colore dei pigiamini dei bambini annegati pochi giorni fa davanti alle coste della Libia, della maglietta di Aylan Kurdi, il bambino ritrovato senza vita tre anni fa su una spiaggia turca. Perché il colore rosso? Perché in caso di naufragio è ben visibile.

Dalle magliette rosse viene una lezione di civiltà ad un paese che  sempre più affonda nel baratro del razzismo in cui i diritti democratici, quello alla vita in primo luogo, dovrebbero essere intoccabili. Il presidente del Consiglio a fronte di una lezione di civiltà rappresentata dalla manifestazione delle magliette rosse non ha detto una parola, diversa da quella del suo vice e ministro degli interni. Non ci sembra chiedere troppo ma lui ormai si caratterizza come il “presidente del silenzio”. E di Salvini? Potremmo manifestare il nostro disprezzo per avere ironizzato, di fatto, su tanti bambini morti nel nostro mare. Non lo facciamo. Preferiamo manifestare la nostra compassione per il figlio o i figli, non sappiamo, di un tale papà. Visto che in ogni dichiarazione ci tiene a far sapere che parla come “un papà”.

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