Rai lottizzata da 5Stelle e Lega. Marcello Foa, sovranista e legato a Salvini, alla presidenza. Mai la destra estrema così potente in Italia

Rai lottizzata da 5Stelle e Lega. Marcello Foa, sovranista e legato a Salvini, alla presidenza. Mai la destra estrema così potente in Italia

Luigi Di Maio e Matteo Salvini hanno tentato di tutto pur di nascondere quello che stava per accadere, hanno usato i migranti, i precari, i riders pur di non sottoporre all’attenzione dei loro elettorati e dell’opinione pubblica generale la lottizzazione della Rai, la lottizzazione delle Ferrovie, la lottizzazione di Cassa depositi e prestiti, secondo i dettami seguiti alla perfezione aritmetica del manuale Cencelli. Venerdì 27 luglio, data che di certo sarà ricordata come molto positiva negli annali della storia della destra italiana, la lottizzazione ha nuovamente colpito la Rai, il servizio pubblico radiotelevisivo. Non è che prima d’ora i governi non avessero messo lo zampino partitocratico e lottizzatorio sulla Rai. Anzi, Renzi ha scritto una sciagurata legge sulla governance che ha determinato quel che oggi è accaduto (ma il Pd nelle dichiarazioni lo dimentica), e lui ha deciso membri del consiglio di amministrazione, presidente e amministratori delegati, purché appartenessero a qualche cerchio concentrico vicino a lui. Il punto è che Movimento 5 Stelle e Lega con le nomine dei consiglieri di amministrazione, del presidente designato e dell’amministratore delegato hanno fatto esattamente come Renzi, nessun cambiamento, con uno scivolone vistoso per il candidato alla presidenza, facendo esultare la destra sovranista e decisamente anti europea.

L’assemblea degli azionisti Rai ha formalizzato il nuovo Cda, prendendo atto delle proposte del governo. Di Maio la fa fuori dal vaso: “rivoluzione culturale” perché si cacciano “parassiti e raccomandati”

Ed ecco i nomi: Fabrizio Salini, amministratore delegato, Marcello Foa consigliere indicato come presidente. La quadra in maggioranza sui vertici Rai si raggiunge intorno a questi due nomi: Salini, ex direttore de La7, scelto da Luigi Di Maio; e Foa, giornalista ‘sovranista’ voluto da Matteo Salvini. Un’intesa che sarebbe stata suggellata in un vertice a 4 prima del Cdm, tra i due vicepremier di M5s e Lega, il premier Giuseppe Conte e il ministro competente Giovanni Tria, cui spetta per legge la proposta. Oltre a quelli di Salini e Foa, l’assemblea degli azionisti Rai ha poi ufficializzato i nomi degli altri 5 componenti del nuovo Cda nominati nei giorni scorsi: si tratta dei 4 scelti dal Parlamento e di quello eletto dai dipendenti Rai. Nel primo caso Rita Borioni e Beatrice Coletti in Senato, indicati rispettivamente da Pd e M5s; Gianpaolo Rossi e Igor De Biasio alla Camera, il primo vicino a Fratelli d’Italia e il secondo in quota Lega. I dipendenti Rai hanno invece scelto, con voto elettronico il 19 luglio, Riccardo Laganà, che ha ottenuto 1916 consensi, tecnico del montaggio e fondatore della piattaforma web ‘IndigneRai’ e a capo dell’associazione “Rai bene Comune-IdigneRai”. Con la nomina di Marcello Foa, il cda Rai mostra una maggioranza schiacciante di posizioni di destra estrema, populista e “sovranista”. Forse è per questo che Luigi Di Maio ha pomposamente dichiarato: “Oggi diamo il via alla rivoluzione culturale in Rai. Ora ci liberiamo dei raccomandati e dei parassiti”, nella Rai, scatenando una giusta e opportuna bufera di critiche. La sua “rivoluzione culturale” non è altro che la peggiore deriva verso la destra estrema che la Rai potesse subire. Diciamo la verità: la Rai è stata lottizzata fin dalla sua nascita nel 1954, ed è passata dal dominio democristiano a quello del pentapartito, e poi negli anni Novanta al dominio consociativo DS-Margherita. Gli inizi del XXI secolo furono quelli del dominio berlusconiano e infine arrivò Renzi. Certo, però, che dalla Rai dei professori degli anni Novanta, con presidente un grande intellettuale come Enzo Siciliano, scelti dai presidenti delle due Camere, alla presidenza Moratti, voluta da Berlusconi, fino a Lucia Annunziata e a Monica Maggioni, non s’era mai visto che fosse scelto un signore con la storia politica di Marcello Foa, e una maggioranza così schiacciante di posizioni di estrema destra nel cda. Di Maio si rilegga la storia della Rai (se e quando ne avrà tempo) e impari finalmente qualcosa, prima di parlare di “rivoluzione culturale” e di “parassiti e raccomandati”. La Rai ha mille difetti, ma un servizio pubblico che potrebbe tifare pregiudizialmente per Putin, o per la Le Pen, o per Steve Bannon, gli amici di Foa, no, questo pare impossibile immaginarlo.

La decisione sul presidente Foa è nelle mani dei commissari di Forza Italia in Vigilanza. Avranno la libertà di dirgli di no?

Tuttavia, è anche opportuno ricordare che per diventare realtà, l’intesa in maggioranza deve ancora superare lo scoglio della Vigilanza Rai: il presidente, figura di garanzia, deve infatti ricevere il gradimento dei due terzi dei commissari. E dunque, numeri alla mano, la “rivoluzione culturale” annunciata da Di Maio si potrà concretizzare solo con il decisivo ok di Forza Italia. I componenti della Vigilanza sono infatti 40: la maggioranza dei due terzi si raggiunge dunque con 27 voti. Cinque Stelle e Lega possono contare su 21 voti (rispettivamente 14 e 7). Visto che il Pd ha già dichiarato il suo convinto no ad una figura considerata “inadeguata”, l’unico modo per raggiungere la soglia fatidica diventa il sostegno dei 7 commissari di Forza Italia (6 visto che il presidente Barachini non vota). Dalla maggioranza assicurano che “l’accordo con Fi già c’è”. Ma per ora i forzisti prendono tempo: “Giudicheremo dai fatti”, ha spiegato Giorgio Mulè, capogruppo azzurro a San Macuto. Precisando che “l’unico faro sarà salvaguardare la Rai e le sue straordinarie professionalità e potenzialità”. Perché “in epoca di fake news e di un pericolosissimo tentativo di ordinare ai giornalisti come fare il loro lavoro (è di stamattina l’ultimo, vergognoso post sul blog dei Cinque Stelle), il servizio pubblico dovrà dimostrare di essere impermeabile a questa deriva autoritaria e di essere autenticamente pluralista. A cominciare dagli organi di garanzia dell’azienda”. Insomma, da qui alle 8,30 di mercoledì – quando è convocata la vigilanza per esprimersi sulla proposta del governo – ci sarà ancora da trattare per assicurare i voti necessari. Che dire? Ci auguriamo che i commissari di Forza Italia in Vigilanza abbiano un sussulto di dignità e di libertà e non votino Marcello Foa.

La Lega per ora non parla, ma da Pd arrivano bordate contro Foa: “incompatibile”

La Lega per ora non parla, lascia campo libero al M5s. Ma parla Foa, che in un post su Facebook ringrazia per la nomina e assicura di voler “riformare la Rai nel segno della meritocrazia e di un servizio pubblico davvero vicino agli interessi e ai bisogni dei cittadini italiani” (su Facebook però ha scritto “hai bisogni dei cittadini”…). Insorge invece il Pd: Foa è figura “inadeguata”, attaccando in particolare il profilo ‘sovranista’ del giornalista, ricordando un post del 27 maggio scorso in cui – dopo lo stop a Savona ministro dell’Economia – definiva “disgustoso” il discorso di Sergio Mattarella: ” Uno che potrebbe essere imputato per vilipendio presidente della Rai? Questa maggioranza ormai non ha più il senso della vergogna”, denuncia Alessia Morani. Mentre Michele Anzaldi solleva anche il problema della carica finora ricoperta da Foa nel gruppo Ticino, visto che la legge vieta l’indicazione di chi ricopre incarichi in società concorrenti della Rai: “L’indicazione di Marcello Foa nel Cda Rai è vietata dalla legge per incompatibilità. Agcom, Anac e Corte dei Conti accendano un faro sulla vicenda e verifichino, prima che arrivino i ricorsi al Tar”.

Usigrai, Fnsi e Ordine giornalisti contro Di Maio e la spartizione partitocratica. Perfino la moderata Adrai è indignata da Di Maio

Altro che “rivoluzione”, il governo sulla Rai sta procedendo con la “vecchia spartizione partitocratica”, affermano l’esecutivo Usigrai, Fnsi e Ordine dei Giornalisti in una nota. “Dalla ‘rivoluzione’ al ‘tutto come previsto’. Dopo la sceneggiata dei casting, tutto si conclude con l’ad previsto da settimane”. Inoltre, aggiungono, “la rivoluzione può attendere: per ora in scena solo il vecchio rito di spartizione partitocratica. Un motivo in più per dire a uno dei protagonisti – il vicepresidente del Consiglio Luigi Di Maio – di cominciare con il portare rispetto nei confronti delle lavoratrici e dei lavoratori della Rai: altro che ‘parassiti e raccomandati’, in Rai lavorano professionisti che garantiscono ancora oggi al servizio pubblico – nonostante il cappio dei partiti e dei governi – di essere la prima azienda radiotelevisiva italiana”. L’Associazione Dirigenti RAI (ADRAI), si legge in una nota, “preso atto delle dichiarazioni dell’onorevole Di Maio che annuncia la liberazione della RAI dai ‘parassiti e dai raccomandati’, respinge tali affermazioni riferite a tutto il personale dipendente della società che con professionalità e dedizione cura ogni giorno gli interessi del servizio pubblico”.

De Petris e Fornaro, LeU: “capolavoro di occupazione del servizio pubblico che si aggiunge alla scelta di un uomo Mediaset alla presidenza della commissione di vigilanza”

“In #RAI va in onda la spartizione tra Lega e Cinque Stelle. La legge prevede maggioranza 2/3 per Presidente di garanzia: per le poltrone calpestano anche le regole. Pronti a opposizione durissima”, scrive su twitter il segretario Pd Maurizio Martina. Da Leu, parlano Loredana De Petris e Federico Fornaro: “Con la solita retorica propagandistica, il vicepremier Di Maio parla di ‘rivoluzione culturale’ a proposito della spartizione delle poltrone Rai. Ma non c’è nessuna rivoluzione culturale e neppure un modesto cambiamento nell’uso dell’eterno manuale Cancelli”. Per Loredana De Petris e Federico Fornaro, “le nomine dei vertici Rai sono state decise secondo la solita logica spartitoria. Il Movimento cinque stelle occupa la poltrona dell’amministratore delegato con il candidato di Di Maio, Fabrizio Salini, la Lega indica un presidente non sgradito neppure a Forza Italia, Marcello Foa. Il ministro Tria esegue”. “Un cambiamento – continuano i due capigruppo – c’è in realtà stato, ma in peggio. Non era mai successo che i partiti si spartissero allo stesso tempo i vertici dell’azienda e i direttori delle reti e delle testate. Questo capolavoro di spartizione e occupazione del servizio pubblico si aggiunge alla scelta di affidare a un uomo Mediaset la presidenza della commissione di vigilanza. E’ questa – concludono – la ‘rivoluzione culturale’ del Movimento cinque stelle e della Lega”.

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