Maggioranza M5S e Lega ai ferri corti sulle Grandi Opere. Polemiche sulla Torino-Lione. E per le Fs, il cda passa all’attacco contro Toninelli

Maggioranza M5S e Lega ai ferri corti sulle Grandi Opere. Polemiche sulla Torino-Lione. E per le Fs, il cda passa all’attacco contro Toninelli

Il tema delle grandi infrastrutture ha fatto irruzione sul palcoscenico della politica. Sul tavolo non ci sono solo la Tav (il collegamento ferroviario Torino-Lione) o il Tap (il gasdotto che passa l’Adriatico e arriva in Puglia) ma anche l’autostrada Asti-Cuneo e il braccio di ferro intorno al consiglio d’amministrazione di Ferrovie dello stato. L’unione con Anas farebbe nascere un colosso sul trasporto integrato ferro e gomma. Ma soprattutto un gigante con programmi di investimento che arrivano a cento miliardi tra rete, tecnologia e materiali viaggianti, la maggior parte dei quali localizzati in Italia. Fs, tramite le sue controllate, gestisce i grandi lavori infrastrutturali del Paese, sceglie con i suoi bandi i fornitori; decide in quale direzione le università italiane debbano fare ricerca. Insomma, è la prima stazione appaltante d’Italia. Aggiungere l’Anas darebbe vita a un colosso di dimensioni mondiali. Abbastanza naturale che il governo appena arrivato abbia subito rivolto lo sguardo in questa direzione. Si tratta ora di vedere se la separazione verrà davvero attuata. Per il momento abbiamo solo gli annunci sui social del ministro Toninelli.

Due grandi opere a rischio: la Tav Torino-Lione e il completamento della Pedemontana, autostrada da Milano a Bergamo

A ben vedere, quindi, le grandi opere a rischio, dopo il sostanziale via libera al Tap sono solo due: la Torino-Lione e il completamento dell’Autostrada Pedemontana che dovrebbe snellire il traffico sulla direttrice fra Milano e Bergamo. Corrono assai meno rischi gli altri cantieri su cui per anni si sono concentrate proteste e polemiche. Vale a dire il Mose di Venezia e il Terzo Valico per collegare la Liguria alla Lombardia agevolando l’uscita delle merci dai porti di Genova e Sestri. A proposito di quest’ultima opera va segnalato che fra breve saranno quindi disponibili 1,5 miliardi per il quinto lotto e 883 milioni per il sesto. Si tratta dell’ultima parte del tracciato, quella che va da Arquata Scrivia a Tortona, superata la galleria di valico in via di realizzazione. Una cifra che si somma ai 3,6 miliardi già stanziati per i primi quattro lotti. Una notizia che a Genova, come prevedibile, tiene su fronti opposti Lega e Movimento 5 Stelle nonostante l’alleanza di governo gialloverde. E c’è ancora chi nutre speranze, a questo punto davvero poco attendibili, che l’opera si possa ancora fermare. Lo stesso discorso vale per il Mose. Nel corso di una audizione alla Commissione Ambiente della Camera i responsabili del Consorzio Venezia Nuova che gestisce il cantiere hanno comunicato che i lavori sono ormai completati al 93% e la consegna è attesa per il 2021.

La questione che divide 5Stelle e Lega: la Tav

Ma tutta l’attenzione a questo punto è concentrata sulla Tav. Un cantiere che è stato al centro della campagna elettorale del 4 marzo. Bloccare la Torino-Lione costerebbe fra due e tre miliardi. L’Unione Europea potrebbe poi fermare per 5 anni i finanziamenti a tutte le grandi opere infrastrutturali già approvate e ai cantieri già avviati. Viceversa realizzare i 57 chilometri di tunnel di base costa 8,6 miliardi. Il 40 per cento è a carico dell’Europa, il 35 per cento della Francia. Attualmente sono stati già spesi 1,7 miliardi di euro per i lavori di preparazione: di questi il 50 per cento a carico dell’UE, il resto equamente diviso tra Italia e Francia. Secondo la Telt, la società che gestisce gli appalti della Tav, sono 81 le gare da assegnare entro la fine del 2019 per un totale di 5,5 miliardi. Se da un lato gli abitanti della Val di Susa insistono sugli effetti negativi che quei binari avrebbero sul territorio, dall’altro ci sarebbero le penali per i contratti già stipulati e 4 mila posti di lavoro a rischio.

Ferrovie dello Stato. Il cda non ci sta, annuncia ricorsi giudiziari e passa all’attaco contro il ministro Toninelli

A due giorni dalla decisione di far decadere il consiglio, ‘reo’ secondo il ministro vigilante di non aver applicato la regola etica dello Statuto dopo il rinvio a giudizio dell’a.d. uscente Renato Mazzoncini, il cda ribadisce la propria correttezza e va all’attacco: se il ministro prosegue con affermazioni “lesive della dignità del consiglio”, verranno avviate le azioni di tutela previste dalla legge. A far scattare la reazione del cda delle Fs, sono le parole affidate da Toninelli ad un post su Facebook intitolato ‘Ferrovie dello Stato: l’etica prima di tutto’. “Se l’input dell’azionista fosse stato accolto, il cda non sarebbe stato rimosso per intero”, spiega il ministro, precisando che “la rottura non è arrivata dal governo, ma dallo stesso Mazzoncini e dal suo cda che invece di applicare la regola etica del suo stesso Statuto e farlo decadere, l’ha prima aggirata e successivamente ha respinto al mittente l’invito del governo a tornare sui propri passi”. E’ stata proprio questa rottura a “costringere” il governo a far rispettare “un elementare principio di rettitudine”, osserva Toninelli, che sferra anche un affondo contro l’ex ministro dell’economia Pier Carlo Padoan: “con la scusa della sconsiderata fusione Fs-Anas, ha tenuto in piedi l’ad Renato Mazzoncini”. Ma il consiglio non ci sta e replica, ribadendo di essersi attenuto “strettamente e diligentemente” allo Statuto. In base al quale, il consiglio può far decadere l’amministratore per un rinvio a giudizio o rimettere all’assemblea la proposta di permanenza in carica per salvaguardare il preminente interesse della società. In questo caso si è scelto appunto questa seconda strada: quindi, il consiglio non ha operato “alcun aggiramento delle norme statutarie”, ma ha “agito nel pieno rispetto delle stesse e delle proprie prerogative”, evidenzia lo stesso cda, pronto anche a ricorrere azioni di tutela. Ma il ministro guarda già al prossimo vertice delle Ferrovie, che dovrà spostare la barra su treni regionali e pendolari. In attesa dell’assemblea del 31 luglio, si scalda il toto-nomi: sembra prevalere la scelta interna, con in ‘pole’ il numero uno di Rfi, Maurizio Gentile, che piace alla Lega ma raccoglie dubbi nel M5s perché indagato per il deragliamento di Pioltello, cui si aggiunge il nome dell’a.d. di Trenitalia Orazio Iacono; nel caso di scelta esterna, invece, si fa l’ipotesi dell’ex Fca Alfredo Altavilla, mentre sarebbero scese le quotazioni di Giuseppe Bonomi e Massimo Sarmi.

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