Le tante guerre contro la democrazia e le istituzioni repubblicane del governo pentaleghista. Meglio che si dimetta, al più presto

Le tante guerre contro la democrazia e le istituzioni repubblicane del governo pentaleghista. Meglio che si dimetta, al più presto

Ad appena 40 giorni dal giuramento sulla Costituzione, il governo giallo-verde, o pentaleghista, in realtà si tinge sempre più del nero della destra, quella peggiore, quella xenofoba, che vuole, e in parte ci riesce, creare un clima di paura, insicurezza, negazione dei diritti umani. Quella paura che tuttavia può generare consensi qualora la risposta fosse apparentemente quella dell’uomo forte, del leader che punta a diventare carismatico, e occupa in sostanza ogni responsabilità di governo, talvolta sostituendosi perfino ad altre autorità costituzionali. Il tutto condito dalla complicità di un presidente del Consiglio, Conte, ormai sempre più subalterno a questa deriva la cui responsabilità ricade interamente sui due dioscuri, i due vicepresidenti Salvini e Di Maio.

La strategia dei due vicepresidenti del Consiglio: creare nuovi nemici e sempre nuovi alleati

Ora, in questi quaranta giorni, per poter dare modo al progetto della destra al governo di realizzarsi, occorreva crearsi, inventarsi, sempre nuovi nemici, e sempre nuovi alleati. Ciò che è accaduto e ancora accade sui migranti è la metafora delle guerre che questa maggioranza pentaleghista ha sferrato contro vecchi e nuovi nemici: da una parte ha avuto inizio la caccia spietata e crudele all’africano sul barcone diretto verso le coste italiane, e dall’altra la costruzione di un vincolo politico con i due falchi dell’estrema destra di Germania e Austria, i ministri degli Interni Seehofer e Kinckl. L’elenco delle guerre cominciate da Salvini e Di Maio è molto lungo, ma esse seguono sempre lo stesso copione, a nuovi nemici corrispondono nuovi amici. Due esempi per chiarire, oltre a quello dei migranti. Il Decreto dignità sul quale Di Maio si sta giocando parte del suo programma politico, aveva come scopo la guerra alla precarietà nel lavoro, a partire dalla soluzione dei diritti e delle tutele dei cosiddetti rider, i presunti nuovi amici e alleati di Di Maio. Ma gli ci voleva un nemico: gli imprenditori, che hanno fatto fuoco e fiamme contro il Decreto, a tal punto che pure a sinistra qualche esponente di spicco s’era lasciato convincere. Poi è arrivata la doccia fredda: macchina indietro, non solo si perdono occupati per una sciagurata decisione, ma vengono introdotti anche i nuovi voucher su sollecitazione leghista. L’introduzione dei voucher ha scatenato il rovesciamento del fronte: i nemici imprenditori sono divenuti nuovi amici, e il sindacato, in particolare la Cgil, ha dato inizio ad una ennesima battaglia culturale contro lo sfruttamento legalizzato che essi riportano al centro del mercato del lavoro. L’altro caso è quello dell’Europa, considerata covo di burocrati cinici che sfruttano l’Italia per mille ragioni. Contro questa Europa, il governo ha aperto il fronte polemico immediatamente, battendo sui media, soprattutto, sempre la stessa melodia. Fino a quando, alla riunione della Ecofin, dei ministri dell’Economia dei 28, ci viene rammentato che la flessibilità nei conti pubblici è già stata ottenuta e che anzi l’Italia deve trovare risorse per 5 miliardi nel 2018 e nove per il 2019 per tenerli sotto controllo. Per questo, il ministro dell’Economia Tria esalta ora il ruolo dell’Europa. Così vanno le cose con questo governo, e sono cose molto pericolose, che mettono in crisi istituzioni democratiche e autorità costituzionali. Ed è proprio questo il segno di una torsione antidemocratica e incostituzionale che ha colpito sia la strategia della Lega di Salvini che quella dei 5Stelle di Di Maio.

Cosa davvero nasconde lo scontro istituzionale che Salvini ha scatenato sui porti e sui migranti

Matteo Salvini nega lo scontro con Sergio Mattarella e si dice “disponibile” a fornire “informazioni” al presidente della Repubblica se necessario. Luigi Di Maio fa sponda con il Colle chiedendo “rispetto” delle decisioni del capo dello Stato. Il Pd e Leu chiedono le immediate “dimissioni” del ministro dell’Interno, il quale finisce nel mirino anche dell’Associazione nazionale magistrati che lamenta gli interventi a gamba tesa del leghista sul lavoro dei pm. All’indomani dello sbarco, notturno, dei 67 migranti nel porto di Trapani è ancora il caso della nave Diciotti a dominare il dibattito politico. La situazione ingarbugliata che si era verificata ha spinto ieri il capo dello Stato a fare una telefonata, che nelle intenzioni del Quirinale voleva rimanere riservata, al presidente del Consiglio. Mattarella è stato mosso in parte dalla vicenda umanitaria, ma soprattutto, per il suo ruolo costituzionale. Era colpito da una situazione in cui si stava verificando uno scontro tra corpi dello Stato, con una ricaduta di confusione su compiti e ruoli di capitaneria di porto, procura e forze dell’ordine; con una nave militare bloccata in un porto italiano e il rischio di un potere esecutivo che debordasse su alcune competenze strettamente riservate al potere giudiziario. Insomma, il capo dello Stato ha voluto vederci chiaro e ha così telefonato al premier che lo ha ragguagliato sui passi che erano stati compiuti e su quelli che voleva compiere. Sulle richieste di Salvini alla Procura di Trapani è insorta contro il leghista anche l’Anm, come già avvenuto nei giorni scorsi in seguito alle accuse di sentenza politica mosse dal capo del Carroccio dopo le motivazioni della Cassazione sul sequestro dei fondi del suo partito. “Il lavoro dei magistrati della Procura di Trapani venga lasciato proseguire senza interferenze”, ha chiesto il presidente Francesco Minisci, che ha definito ogni richiesta di intervento “ingiustificata e non in linea con i principi di autonomia e indipendenza fissati dalla Costituzione, cui tutti devono attenersi”. “La Costituzione della Repubblica riserva le decisioni sulla libertà personale all’Autorità giudiziaria, anche per convalida degli arresti. Escludo che un ministro possa dare ordini alla magistratura”, ha affermato, dal canto suo, Piercamillo Davigo, ex presidente dell’Anm e primo degli eletti dei nuovi consiglieri del Csm.

Il Decreto dignità così vantato da Di Maio fa perdere posti di lavoro e introduce i voucher

Da volano per il lavoro al rischio boomerang, in attesa di un incentivo per gli indeterminati ventilato dal ministro del Lavoro Luigi di Maio. I numeri arrivano dalla relazione tecnica che accompagna il Decreto dignità, già bollinato dalla Ragioneria di Stato. In pratica, tra gli effetti derivanti dalla riduzione del limite massimo di durata dei contratti a tempo determinato, sarebbero 8mila all’anno le persone che resterebbero senza lavoro (perché prive di rinnovo contrattuale) su di un totale di 80mila contratti annui fino al 2028. Il conto è presto fatto: “si considera il numero annuo di contratti a tempo determinato attivati (al netto dei lavoratori stagionali, agricoli e P.A. e compresi i lavoratori somministrati) pari a 2 milioni, di cui il 4% (80.000) supera la durata effettiva di 24 mesi e il numero di soggetti che non trova altra occupazione dopo i 24 mesi pari al 10% degli 80.000 di cui sopra (8.000)”. In parole povere significa semplicemente che, molto probabilmente, il 10% degli 80mila contratti superiori ai 24 mesi non verranno rinnovati e si perderanno. Inoltre, se dovessero essere reintrodotti i voucher, la Cgil è pronta a raccogliere le firme per il referendum abrogativo, dice Susanna Camusso, segretario della Cgil, a chi, a margine della presentazione del volume agromafie e caporalato di Flai Cgil, le chiede se il sindacato è pronto a raccogliere le firme. “Noi – ha ricordato – abbiamo raccolto le firme e qualcuno ha impedito che si andasse al voto. Se al voto ci fossimo andati probabilmente non saremmo in questa situazione. Ciò premesso per tutti quelli che ora fanno le Cassandre su cosa farà la Cgil. Dopodiché – ha aggiunto – noi siamo per fare la battaglia affinché non vengano reintrodotti perché ancora non sono stati reintrodotti. Certamente se verranno reintrodotti ricominceremo la battaglia per la loro abrogazione”. Le fa eco Maurizio Landini, segretario confederale Cgil: “Non siamo disponibili alla reintroduzione dei voucher nel turismo e nell’agricoltura. E’ una follia. Bisogna individuare e distinguere il lavoro occasionale ed il lavoro stagionale. No ai voucher per abbattere il salario. Questa cosa sarebbe in contraddizione con quanto affermato dal ministro Di Maio sul precariato. I voucher sono la peggior forma di sfruttamento e di competizione tra i lavoratori”.Cosa dicevamo? Nuovi amici che diventano nemici, e vecchi nemici che diventano amici (imprenditori agricoli e del turismo sopra tutti).

Tria e i conti pubblici da sistemare, sotto il controllo e la sorveglianza del commissario Moscovici

Nella conferenza che segue la sua seconda partecipazione a un Ecofin dall’assunzione dell’incarico a capo del ministero dell’Economia, Giovanni Tria esclude una manovra bis per il 2018 e traccia quelle che saranno le linee guida per la legge di Bilancio 2019. “Per quanto riguarda il 2018 non cambiamo gli obiettivi, si vedrà in consuntivo se abbiamo rispettato l’impegno preso con la Commissione Ue”, spiega precisando che “non ci sarà nessun allargamento di bilancio e nessuna manovra correttiva, riteniamo che questo sia sufficiente a raggiungere gli obiettivi”. Rispetto alla manovra che verrà, il ministro riferisce invece in sintesi quanto detto al commissario europeo Pierre Moscovici, che ha incontrato come da programma a margine della riunione con i colleghi europei, e col quale segnala di aver concordato che l’essenziale è “migliorare la qualità del bilancio”. In proposito, Tria pone in particolare l’accento sul fatto che al centro delle politiche economiche dell’esecutivo ci sarà la volontà di “ribaltare la tendenza che c’è stata fino a oggi di aumentare sempre la quota di spesa corrente a scapito della spesa per gli investimenti”, dato che questo rappresenterebbe “un vero aggiustamento strutturale dell’economia italiana e quindi anche del bilancio italiano”. All’atto pratico, illustra ai cronisti, “il profilo della discesa del debito non sarà in discussione, discuteremo sui tempi e sul profilo dell’aggiustamento strutturale”. Quale dovrebbe essere l’entità dello sforzo strutturale di bilancio dell’Italia secondo i partner europei, intanto, lo ha confermato il Consiglio dell’Unione europea: uno 0,3% del Pil per il 2018, senza margini aggiuntivi di deviazione sull’anno, e uno 0,6% per il 2019, in considerazione del rapporto tra debito pubblico e Pil superiore al 60%. Spazio, in conferenza stampa, anche per una battuta sul cosiddetto “cigno nero” evocato alcuni giorni fa dal ministro degli Affari europei, Paolo Savona, che ha usato questo termine in audizione alle commissioni Camera e Senato che si occupano di politiche Ue per segnalare che occorre essere pronti a ogni evenienza, anche all’uscita dall’euro. “Non considero i cigni neri, altrimenti non dovrei più uscire di casa perché mi potrebbe cadere una tegola in testa”, glissa con un sorriso il titolare dell’Economia, per poi tornare a porre la questione dell’esclusione dal computo del deficit delle spese legate alla gestione della questione migranti. “La spesa per il controllo dei confini europei ricade più su alcuni paesi e meno su altri”, sottolinea, ricordando che “si parla da tempo di escludere dal calcolo del deficit alcune spese che non sono discrezionali dei governi”.

La conclusione? Speriamo che l’intero esecutivo pentaleghista si dimetta nel più breve tempo possibile, per il bene della democrazia, delle istituzioni repubblicani e del popolo italiano.

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