Governo al centro di una guerra tra bande tra vecchi e nuovi poteri. Lo dimostrano le scelte sulle nomine di enti strategici, Cdp e Rai

Governo al centro di una guerra tra bande tra vecchi e nuovi poteri. Lo dimostrano le scelte sulle nomine di enti strategici, Cdp e Rai

Dopo settimane infernali di confronti e polemiche, tra M5S e Lega pare sia stata trovata la mediazione per dare soluzione al risiko alle decine di nomine, in enti strategici come Cassa depositi e prestiti e Rai, di competenza governativa. Come nella prima Repubblica, anche ora si è deciso di applicare pedissequamente il manuale Cencelli nella distribuzione degli uomini giusti nei posti chiave. E qui per uomini giusti si fa riferimento quasi esclusivamente alla vicinanza a questo o quel clan, rispettivamente guidati da coloro che hanno il potere sia nel M5S (ma qui c’è anche lo zampino della società di Casaleggio) che nella Lega. E per quanto i due partner di governo sprizzino euforia da tutti i pori per la presunta fumata bianca, le scorie restano e pesano negli equilibri interni ed esterni.

Cassa depositi e prestiti nel mirino  dei grillini e di Casaleggio

Fabrizio Palermo è il nome scelto dal governo come amministratore delegato della Cassa depositi e prestiti. La discussione è ancora aperta su deleghe e governance complessiva di Cdp. Ma al termine di un lungo braccio di ferro e a un passo dallo strappo, il ministro dell’Economia Giovanni Tria in un vertice a Palazzo Chigi con il premier Giuseppe Conte, il vicepremier Luigi Di Maio e il sottosegretario Giancarlo Giorgetti, dà il via libera al nome in quota M5s e gradito alla Lega. Tria tiene però il punto sul direttore generale del Tesoro e ottiene che sia il “suo” Alessandro Rivera, a lungo osteggiato dai partiti, a prendersi la poltrona. Alla Lega – ma non è deciso – dovrebbe andare la scelta dell’ad di Ferrovie, che potrebbe essere Giuseppe Bonomi. Come si evince, il tutto deciso nel più puro stile Cencelli da prima Repubblica, altro che governo del cambiamento. E se Di Maio e Casaleggio sperano che controllando Cassa depositi e prestiti si possa utilizzare il tesoretto per finanziare qualche iniziativa governativa, devono fare i conti con le autorità di garanzia, perché non si può trasformare un ente come la Cdp, depositaria dei risparmi degli italiani, una sorta di bancomat per il governo. E questo il ministro Tria lo sa bene.

Conte al Quirinale, per presentare il decreto milleproroghe

Placata la bufera, in serata poi Conte sale al Quirinale dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che è di ritorno da una visita di Stato nel Caucaso. Il colloquio, che doveva restare riservato, secondo fonti di Palazzo Chigi non sarebbe stato convocato alla luce delle tensioni nel governo (alle nomine si somma l’indagine a carico del ministro Paolo Savona). In oltre un’ora di colloquio si parla del recente vertice Nato ma anche del decreto milleproroghe, con il nodo aperto delle banche di credito cooperativo: il governo vorrebbe rinviare (per poi modificare) la riforma renziana. Difficile però – notano fonti di maggioranza – che presidente e premier non abbiano fatto cenno al braccio di ferro sulle nomine, al termine di una settimana segnata dal fuoco di sbarramento dei “soci” M5s e Lega alle scelte del ministro Tria, colui che nel governo si è fatto garante della tenuta dei conti. Anche perché – osservano – Cdp è solo il primo tassello di un attacco frontale dei giallo-verdi “all’establishment”, che mira allo spoils system in caselle cruciali per la politica economica. Si dimetta chi non è in linea col governo: questo è il senso del messaggio. Lo si legge nelle parole di Di Maio, che si duole di “non poter rimuovere” il presidente dell’Inps Tito Boeri. Ma ancor di più in quelle del sottosegretario M5s Stefano Buffagni, che invita Fabrizio Pagani, già braccio destro di Padoan, a “liberare il posto” nel cda di Eni. “Pagani ci tolga dall’imbarazzo. Vorremmo evitare di usare la legge Frattini” che regola lo spoils system “lì come in altre realtà”, dice Buffagni. Anche Cdp, che parrebbe tema archiviato, non è ancora chiuso: al presidente Massimo Tononi, scelto dalle fondazioni, potrebbe andare qualche delega di peso. Ma Di Maio ottiene che a guidare la “cassaforte” su cui punta per dossier delicati come Alitalia (e magari Ilva), non vada Dario Scannapieco, voluto da Tria. Il ministro dell’Economia, che per partecipare al vertice a Chigi rinvia la partenza per il G20, rompe il muro gialloverde sul nome di Rivera: pronta da giorni, la delibera di nomina a direttore generale del Tesoro era bloccata dal veto M5s, che lo considera troppo in continuità con la gestione precedente. Insomma, al termine di una giornata convulsa nel governo, si ha netta l’impressione che su quel tavolo, a palazzo Chigi, si stia celebrando una guerra sotterranea tra poteri economici e finanziari, interessi corposi che si contendono un tesoretto pubblico garantito dalla gestione di Cassa depositi e prestiti, aziende che puntano a veicolare scelte strategiche in materia di investimenti pubblici.

La partita ancora dell’occupazione della Rai

“Non ci sono stati contrasti”, “non abbiamo mai litigato”, dicono all’unisono nel pomeriggio Di Maio e Salvini. Il capo M5s nega anche di aver chiesto le dimissioni di Tria. Ma le ruggini restano, rispetto a un ministro dell’Economia considerato da M5s e Lega troppo “autonomo” e “garante dell’establishment”, frase che conferma la guerra economica in atto. Le tensioni non sono sopite. Non solo Tria deve ancora assegnare le deleghe ai sottosegretari, ma le prossime scelte saranno su Fs (la Lega vorrebbe Bonomi) e Rai. Per la tv pubblica si continua a parlare di presidenza in quota Lega a Giovanna Bianchi Clerici e amministratore delegato in quota M5s, magari a un interno come Gian Paolo Tagliavia. Ma qui la trattativa tra i partiti è complicata da altre caselle, quelle di direttore dei tg e delle tre reti. E anche sulla Rai, come si vede, cala la scure del manuale Cencelli, che di solito porta solo ad uno sbocco: la conquista della Rai da parte dei nuovi protagonisti del governo.

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