Giulia Rodano. La vicenda della Casa delle donne di Roma dimostra che la legalità “liberista” e “di mercato” rischiano di ridurre la città a un deserto. Teniamocela stretta, teniamoci strette

Giulia Rodano. La vicenda della Casa delle donne di Roma dimostra che la legalità “liberista” e “di mercato” rischiano di ridurre la città a un deserto. Teniamocela stretta, teniamoci strette

La Casa Internazionale delle Donne è sempre più a rischio. Il Comune di Roma ha annunciato la revoca della convenzione che oggi consente alle associazioni del Consorzio Casa Internazionale delle donne di gestire una parte dello storico complesso del Buon Pastore. La situazione è sempre più paradossale. Tutti, grazie alla storia e alla attività della Casa e grazie soprattutto alla grande mobilitazione di questi mesi, comprese la sindaca e le assessore 5Stelle, riconoscono il grande valore dell’esperienza della Casa, si riempiono la bocca dell’importanza dell’esperienza, del valore delle attività che vi si svolgono e dei servizi che vi vengono prestati e della necessità di rilanciarne il progetto.

Nessuno sembra in grado di risolvere la situazione

Gli effetti delle legislazioni nazionali e locali di questi anni, tutte rivolte a fare cassa con il patrimonio pubblico stanno purtroppo producendo i propri effetti nefasti. A Roma sono più di ottocento associazioni romane ospitate in edifici di proprietà del Comune raggiunte da una raffica di ingiunzioni di pagamento e di sfratto.   Purtroppo, anche l’Amministrazione 5Stelle non sembra in grado di invertire questa rotta, nonostante le promesse elettorali. Anche questa amministrazione sembra adagiarsi nella difesa di una legalità inventata e imposta dalle politiche della austerità liberista. La Casa Internazionale delle Donne rappresenta, di questa politica, il caso più evidente. Le donne della Casa Internazionale delle Donne da oltre trenta anni mantengono in ottime condizioni, aperto e fruibile per tutte e per tutti uno stabile del ‘600, erogano servizi e consulenze, gestiscono un archivio del femminismo unico in Italia, un ostello per le donne che viaggiano sole, animano una attività di incontro, di ricerca, di produzione culturale, rappresentano un punto di riferimento per tutti i movimenti e le associazioni che si battono per la libertà delle donne, contro ogni forma di discriminazione e di violenza.

Tutto questo senza costare un euro al Comune

Ma non ce l’hanno fatta a pagare tutto l’affitto. Non sono riuscite a pagare ogni mese, tra canone di affitto e arretrati, oltre 11.000 euro mensili, che il Comune considera un “prezzo di favore”, ma che si sono rivelati, negli anni della crisi economica, della riduzione delle risorse delle aziende e figuriamoci delle associazioni, sempre più insostenibili. Non è certo un caso che la nuova legge sul Terzo Settore e le sentenze della Corte dei Conti riconoscano la opportunità di canoni gratuiti per questo tipo di esperienze. Sarebbe bastato, come la Casa delle donne ha, da mesi, formalmente proposto,  riconoscere e contabilizzare le spese di manutenzione (più di 300mila euro) che le associazioni della Casa hanno sostenuto in questi decenni e il valore dei servizi che sono stati erogati, per risolvere i problemi contabili, per ridurre un affitto insostenibile e dimostrare che è interesse del Comune di Roma e di tutta la città che non si spengano quelle esperienze di autorganizzazione e di gestione dei beni pubblici che non sono stataliste, ma che non sono neppure affidate al mercato e che tanto contribuiscono alla nostra convivenza comune.

Invece la legalità “liberista” e “di mercato” rischiano di ridurre la città a un deserto

Ma le donne non si rassegnano. La Casa non può chiudere. È un organismo vivo, in piena attività, ci sono persone che ci lavorano, associazioni che hanno costruito i loro programmi, sportelli che quotidianamente erogano le loro prestazioni. Non si può lasciare che muoia una esperienza che, proprio perché nasce dalla esperienza femminista e si è nutrita per oltre trenta anni dei contenuti e delle pratiche dei movimenti delle donne, oggi rappresenta un esempio, forse persino senza una piena consapevolezza, di un bene comune affidato a una comunità che, non solo se ne prende cura, ma lo rende produttivo di produzione di cultura, di politica, di solidarietà, di esperienze mutualistiche. Da queste esperienze sta nascendo il nuovo, l’inedito, l’inaspettato. Ed è veramente paradossale che il cosiddetto governo del cambiamento non ne colga il valore e si incagli invece nella continuità delle vecchie secche burocratiche e di mercato che tanto sembrano criticare.

Le donne della Casa si opporranno con tutti gli strumenti a disposizione e contemporaneamente continueranno a cercare una soluzione che metta in sicurezza la Casa

Insomma, il Comune ha ribadito che si deve pagare. Pagare tutto. Ma le donne continuano a pensare che hanno invece dei crediti da rivendicare, un valore che deve essere riconosciuto e per questo hanno avanzato una ulteriore proposta: una transazione, come si usa in questi casi, che possa mettere fine al contenzioso, essere accettabile per entrambe le parti, che elimini definitivamente lo spettro dello sfratto e della chiusura. E Roma capitale ha espresso finalmente una disponibilità a discutere. E si è aperto uno spiraglio nuovo. Per questo la Casa delle donne ha ancora bisogno di sostegno e solidarietà. Per arrivare a questo accordo, per far revocare la rottura della convenzione, occorreranno risorse. Dimostrare che la solidarietà è in grado di far vivere le proprie realizzazioni.

Già abbiamo cominciato in questi mesi a raccogliere fondi. Alla Casa sono venute artiste e artisti gratuitamente ad aiutarci. Ma dobbiamo fare di più e chiediamo aiuto, nella consapevolezza che ogni euro versato è un atto politico di opposizione a una logica burocratica e di mercato e una affermazione di una convivenza diversa.

teniamocela stretta, teniamoci strette

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IBAN IT 38H0103003273000001384280 bic/swift code: PASCITM1A59 Causale: sostegno per ridurre il debito della Casa Internazionale delle donne

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