Migrazione. L’Italia si schiera con i razzisti di Visegrad, salta la riforma del trattato di Dublino. L’Europa si divide sull’accoglienza. Salvini: è una nostra vittoria. Commissario Avramopoulos: Ue non seguirà mai la politica dei respingimenti

Migrazione. L’Italia si schiera con i razzisti di Visegrad, salta la riforma del trattato di Dublino. L’Europa si divide sull’accoglienza. Salvini: è una nostra vittoria. Commissario Avramopoulos: Ue non seguirà mai la politica dei respingimenti

Matteo Salvini può esultare per la bocciatura, da parte del vertice dei ministri dell’Interno europei tenuto a Lussemburgo, della riforma del Regolamento di Dublino presentata dalla  Bulgaria, presidente di turno. La nascita del governo, nei fatti a trazione leghista, i ripetuti interventi del vicepremier nei quali riferendosi ai migranti affermava che “è finita la pacchia”, con il pieno consenso dell’altro vicepremier Luigi Di Maio, il capo dei grillini, allineamento del neo presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, cui è affidata la traduzione in atti di governo del “contratto stellati-leghisti”, hanno agitato le acque del vertice tenuto in Lussemburgo. Assente Salvini, causa seduta del Senato per il voto di fiducia, la posizione italiana contraria alla proposta bulgara è stata sostenuta dai “tecnici” ministeriali. In effetti, lo stesso governo Gentiloni si era impegnato a costruire un fronte comune con Malta, Grecia, Spagna e Cipro, i paesi in prima fila nell’accoglienza dei migranti, per  richiedere un cambiamento del Regolamento di Dublino in modo da avere la partecipazione dei paesi della Ue nell’accoglienza dei migranti. Altra cosa rispetto a quanto sostenuto ora dall’Italia. Salvini starebbe preparando una controproposta da presentare a luglio quando la presidenza passerà dalle mani bulgare a quelle austriache, con il cancelliere Sebastian Kurz che ha spostato a il governo a destra, verso il gruppo di Visegrad, guidato dall’Ungheria di Orban, esponente della destra xenofoba, razzista, insieme a Polonia, Slovacchia, Repubblica Ceca.

Il Regolamento di Dublino un terreno minato. Le manovre delle destre

Difficile muoversi nel terreno minato del Regolamento di Dublino, la convenzione nasce nel 1990, di cui si occuperà, dopo il no alla riforma proposta dalla presidenza bulgara, il vertice dei leader europei che si riunirà il 29 giugno. Il testo che si intende modificare, riferisce l’agenzia Public policy, è il Dublino III  che “stabilisce i criteri e i meccanismi di determinazione dello Stato membro competente per l’esame di una domanda di protezione internazionale presentata in uno degli Stati membri da un cittadino di un Paese terzo o da un apolide”. Sette Paesi, con motivazioni diverse, anche contrapposte (Italia, Spagna, Austria, Romania, Ungheria, Slovenia e Slovacchia) hanno respinto la proposta di riforma e tre (Estonia, Polonia e Regno Unito) si sono astenuti. Grecia, Malta e Cipro si sono detti disponibili a una negoziazione. Le divergenze si registrano tra chi vuole la ripartizione di rifugiati e richiedenti asilo in base a quote, e chi invece vuole fornire un sostegno esclusivamente finanziario, indicando come responsabili solo i Paesi di frontiera. In base al Regolamento di Dublino in vigore, è il Paese di prima accoglienza che deve esaminare le richieste (criterio del ‘primo ingresso’). Tuttavia in questo modo – ed è l’obiezione delle nazioni più esposte, come Italia e Grecia – il peso della gestione dei flussi e dell’accoglienza diventa un carico eccessivo.

Salta la riforma del testo preparata da Commissione Ue e Europarlamento

La Commissione Ue e l’Europarlamento hanno approvato una riforma del testo, che però necessita del via libera finale da parte dei capi di Stato e di Governo. La modifica – riferisce Public Policy – contiene un meccanismo di ripartizione tra i Paesi membri secondo una “condivisione equa”: in pratica, la quota ‘accettabile’ di richiedenti asilo per ogni partner Ue viene stabilita attraverso un mix al 50% tra Pil e popolazione. Viene superato anche il criterio del ‘primo ingresso’, deresponsabilizzando il Paese di arrivo a favore di un meccanismo permanente di ricollocamento. In base alla proposta della Commissione, in caso di superamento del 150% della quota di capienza, le nuove richieste vanno indirizzate ad altri Paesi dell’Unione. In caso di rifiuto, sarebbe scattata una sanzione da 250mila euro per ogni richiedente asilo respinto. La proposta è stata ampiamente osteggiata dai Paesi del gruppo di Visegrad (Slovacchia, Ungheria, Repubblica Ceca, Polonia) e dall’Austria.

La presidenza bulgara ha provato  a sbloccare la situazione presentando una “bozza zero”, che è stata accusata di ridurre ancora di più la solidarietà verso i Paesi di sbarco. Nel testo erano ancora presenti le quote obbligatorie, ma queste sarebbero scattate solo in caso di “grave crisi” (180% della quota di capienza), mentre sarebbero state solamente volontarie qualora la quota di capienza avesse raggiunto il 160%. Il criterio applicato dalla Bulgaria – afferma Public Policy – è stato quello del ‘fair share’: la cifra di rifugiati che ogni Stato membro avrebbe dovuto accogliere, con l’esclusione dei migranti economici, sarebbe stata stabilita sulla base degli arrivi dell’anno precedente, tenendo conto anche di popolazione e Pil. La proposta bulgara prevedeva anche un incremento delle responsabilità per i Paesi di primo ingresso: per un periodo di 10 anni avrebbero avuto l’obbligo di riprendersi i richiedenti asilo che nel frattempo si fossero trasferiti altrove nell’Ue, in base al principio della ‘responsabilità stabile’. Infine, anche le sanzioni verso chi rifiuta l’accoglienza venivano drasticamente ridotte, scendendo da 250mila a 30mila euro per ogni richiedente asilo respinto.

 Accozzaglia  di ministri che con diverse motivazioni si sono opposti alla riforma

Di fronte ad una vera e propria “accozzaglia” di ministri che pur con motivazioni diverse si sono opposti alla riforma di Dublino III si è chiamata fuori anche la Germania alla luce del blocco dei paesi di Visegrad e dell’Europa del Sud, Italia compresa. Il segretario di Stato tedesco Stephan Mayer al suo ingresso al consiglio Affari interni di Lussemburgo aveva affermato che Berlino era “aperta ad una discussione costruttiva. Ma com’è attualmente non la accettiamo”. Gli aveva fatto eco il ministro alla migrazione svedese, Helene Fritzon: “L’Europa ha bisogno di un’intesa sulla riforma di Dublino, ma con le elezioni delle destre in Europa – ha detto – oggi è un problema raggiungere un compromesso. C’è un clima politico più duro. Non si tratta solo dell’Italia, ma anche della Slovenia”.

Suonava definitivamente la campana a morto il segretario di Stato belga responsabile delle Migrazioni, Theo Francken. Così sintetizzava la situazione: “La riforma del regolamento di Dublino è morta”.  La conclusione della discussione “molto dura” è chiara: vista l’opposizione frontale dell’Italia, “un rifiuto più categorico che mai prima”, quello della Germania di lavorare sul testo e l’opposizione dell’Austria, dice Francken si va verso “un ribaltamento totale dell’approccio”. Dal nuovo governo italiano – ha detto Francken – “mi aspetto una stretta sulla migrazione. Penso che sia positivo se l’Italia inizia a rifiutare i migranti sulle proprie coste, e non li lascia più entrare in Sicilia”.

Il segretario di stato belga: tornare ai respingimenti.

Francken ha auspicato anche che si trovi un modo per poter tornare a fare i respingimenti: “Dal 2012 non possiamo più farli, e finché è così, la situazione continuerà ad essere caotica. Dobbiamo rimandarli indietro. Quindi dobbiamo cercare di aggirare l’articolo 3 della Convenzione europea sui diritti umani. La giurisdizione dovrà seguire questa linea, perché altrimenti non ci sarà più la Corte europea. Penso che alcuni non capiscano esattamente cosa sta accadendo in Europa. La gente deve lasciare le proprie torri d’avorio e guardare la realtà”. Gongola il ministro Salvini Matteo: quello che è successo al vertice in Lussemburgo “è una vittoria per noi. Avevamo una posizione contraria ed altri Paesi ci sono venuti dietro, abbiamo spaccato il fronte. Significa che non è vero che non si può incidere sulle politiche europee”. Già da tempo aveva annunciato che la posizione dell’Italia sarebbe stata dire “no alle nuove politiche di asilo perché lasciano soli i Paesi del Mediterraneo, Italia Spagna, Cipro e Malta”.

In tarda serata arriva  una dura risposta al segretario di stato belga, Francken e, indirettamente anche a Salvini, da parte del commissario europeo, Dimitris Avramopoulos: “L’Ue non seguirà mai il modello australiano per la politica migratoria, non facciamo i respingimenti, perché la nostra politica è guidata dal principio del rispetto dei diritti umani e della Convenzione di Ginevra. Non saremo la fortezza Europa”.

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