Agostino Megale, segretario generale Fisac Cgil a RadioArticolo1. “Un grande piano keynesiano di investimenti pubblici che potrebbe dare effettivamente una spinta alla crescita e alla riduzione del debito”

Agostino Megale, segretario generale Fisac Cgil a RadioArticolo1. “Un grande piano keynesiano di investimenti pubblici che potrebbe dare effettivamente una spinta alla crescita e alla riduzione del debito”

Lo scorso 22 giugno, Agostino Megale, segretario generale della Fisac Cgil, è stato intervistato a RadioArticolo1 da Roberta Lisi. L’intervista propone un’analisi della fase politica ed economica del Paese alla luce delle dichiarazioni dei ministri del nuovo governo M5S-Lega; un rilancio di politiche neokeynesiane di investimenti pubblici per creare nuovo lavoro, crescita e sviluppo; uno sguardo sulla situazione delle aziende di credito. 

Roberta Lisi: mi interessa analizzare con te il discorso tenuto in sede parlamentare dal ministro dell’Economia Tria. Il primo discorso ufficiale del nuovo Ministro con tanti spunti di riflessione. Partiamo dal primo. Il ministro ha affermato che occorre ridurre il debito del nostro Paese. È coerente con quanto contenuto nel contratto di governo dalla flat tax all’abolizione tout-court della Fornero?

Agostino Megale: per essere coerente dovrebbe immaginare un rapporto in cui si riduce il debito perché cresce il PIL, e cresce il PIL perché crescono gli investimenti, che crescono perché contemporaneamente crescono sia quelli privati, con la riapertura dei rubinetti da parte delle banche, ma soprattutto quelli pubblici. Infatti nella dinamica della presentazione agli altri Ministri a Bruxelles da parte del Ministro dell’Economia, il tono rassicurante e anche i contenuti relativi al controllo e alla riduzione di debito e deficit, partono dal presupposto che a differenza del passato austero dell’Europa si possa immaginare di finanziare la riduzione del debito con un grande piano di investimenti pubblici. Peccato che il contratto di programma e le linee del Governo sin qui non delineano di quali investimenti pubblici si tratta perché ad ora abbiamo solo sentito parlare vagamente della necessità di rinegoziare cosa fare sulla TAV, che è incerto il destino dell’ILVA – fino ad immaginarne la chiusura con l’incertezza per il futuro dei 20.000 dipendenti, tenendo insieme tutela ambientale della città, salute dei lavoratori ma anche l’occupazione. Quindi la politica economica in cui immaginare questo rilancio degli investimenti pubblici al momento non si vede. Le parole sono rassicuranti ma mancano di programmi attuativi. Penso che il punto vero in cui misureremo il rapporto tra ciò che c’è scritto nel contratto di cambiamento, ciò che annuncia il Ministro dell’Economia e ciò che continuano a sostenere i due vice-premier Di Maio e Salvini, sarà la Legge di Stabilità. Perché in quel momento sarà possibile verificare quanti investimenti pubblici e quale tasso di crescita. Nessuno oggi stima che si potrà aumentare la crescita prevista oltre l’1,5% anzi se si colgono i ragionamenti della direttrice del Fondo Monetario  Christine Lagarde, è più probabile una qualche riduzione del tasso di crescita piuttosto che una prospettiva. Di sicuro non vedo all’orizzonte la quantità di investimenti pubblici necessari e i 60/100 miliardi utili da immettere in Legge di Stabilità per dar corso al reddito di cittadinanza o alla flat tax. Vedremo, ad oggi lo scetticismo è più che normale.

Domanda: hai fatto cenno ad una situazione economica mondiale, europea e italiana non così tranquilla come sino a poche settimane fa si poteva auspicare. Facevi riferimento a quanto detto da Christine Lagarde ma gli stessi dati della Banca d’Italia ci dicono che siamo in presenza di un rallentamento della ripresa. Proprio di queste ore è un ulteriore elemento di preoccupazione, la guerra dei dazi tra Europa e Stati Uniti. Che ripercussioni potrà avere questo nell’economia italiana? Sappiamo che in Italia quel po’ di economia che ha ripreso è economia di esportazione.

Risposta: ogni qual volta scatta una guerra commerciale è indubbiamente sempre legata alle proporzioni; e quella che è scattata in questo momento è rilevante sia per le misure quantitative sia per i Paesi coinvolti, Stati Uniti, Cina ed Europa. Le conseguenze sono in genere disastrose sul piano del rapporto con la crescita, la tenuta delle esportazioni, le conseguenze in ogni singolo Paese per quei prodotti che sono caricati di un’aliquota del 20/25% di sovrattassa per i dazi. E da lì si innestano dinamiche per cui la riduzione dell’export produce deficit nella bilancia commerciale, contemporaneamente si riducono gli ordini nelle aziende che producono quei prodotti, la riduzione degli ordini vuol dire meno lavoro, quindi cassa integrazione e licenziamenti.

Quindi la curva della ripresa quando subentra una politica di dazi e di guerra commerciale ha comunque una frenata e può avere un effetto negativo se non riprende vigore quella che si chiama la politica commerciale multi-laterale in cui si parte dal presupposto che gli accordi globali di negoziazione devono essere rispettati. È chiaro che in questo caso gli Stati Uniti sono al centro di questa bufera perché responsabili di queste condizioni. Bene fa l’Europa a rispondere, certo che non si risolve questo problema semplicemente rispondendo, con un rischio di 25 miliardi di impennata con i dazi degli Stati Uniti, con un’azione che quantitativamente a livello europeo immagina dazi per tre miliardi. L’elemento è più consistente, la fetta economica coinvolta pure. Bisognerebbe accompagnare un’azione diplomatica affinché i dazi da trumpismo vengano ad essere quanto meno bloccati, rivisti e negoziati.

Domanda: torniamo in Italia, rimaniamo a quanto il Governo o alcuni suoi esponenti di rilievo annunciano di voler fare. Negli ultimi tre anni abbiamo assistito ad una transizione di Equitalia in Agenzia delle Entrate; un processo di riforma complicato e delicato che non è ancora del tutto compiuto ma di cui si vedono alcuni risultati in termini di giustizia fiscale e di recupero di evasione che aveva ottenuto. Adesso il vice primo Ministro Salvini annuncia in maniera forte la pace fiscale, l’azzeramento delle cartelle esattoriali al di sotto dei 100 mila euro ed annuncia l’eliminazione al tetto dell’uso di contante. Quali ricadute può avere un’operazione di questo tipo, sia sull’Agenzia delle Entrate che sulla adesione ad un fisco più giusto e ad una equità fiscale dei cittadini italiani?

Risposta: parlando del Ministro Salvini mi devi consentire di dire una cosa, che vorrei fosse il titolo di questa intervista: caro Ministro degli Interni farebbe meglio ad occuparsi con sobrietà, responsabilità istituzionale e il giusto attaccamento alle Istituzioni e al ruolo, piuttosto che attaccare una persona come Saviano a cui io e tutta la Fisac Cgil esprimiamo solidarietà. Restiamo con Saviano perché l’attacco rivoltogli ha davvero un sapore antico, antidemocratico, ricattatorio (se dici quello che pensi ti posso anche togliere la scorta). Come se il Paese non avesse vissuto esempi trascorsi, come quello di Marco Biagi, che ci ricordano quello che ieri le Brigate Rosse e oggi la mafia o la ‘ndrangheta potrebbero fare.

Questo è un punto molto importante perché come sempre la democrazia e il valore delle istituzioni e della dignità della persona vengono prima. Dopo di che prendiamo atto che Salvini ha una grande capacità comunicativa; ogni giorno parla alla pancia di questo Paese ma prende anche la testa. Perché quando affronta problemi come gli immigrati, la pace fiscale con il condono più o meno tombale sotto i 100.000 euro, non è che si rivolge ai grandi evasori che sono il 4% sopra quella cifra, si rivolge anche a tante persone normali (leggevo della casalinga che si vedrebbe abbonare i 3.000 euro di multa presi dal figlio sconsiderato sollevata perché non li aveva). Quindi ancora una volta fa un’operazione che parla ad una serie di paure ma anche di difficoltà reali che andavano affrontate e vanno affrontate. Le due rottamazioni fatte nel biennio precedente hanno prodotto dei buoni risultati, quel che bisogna immaginare adesso è di evitare una sorta di condono tombale come quello di Tremonti e Berlusconi, che alla fine si rivelò un’operazione di vera e propria regalìa ai grandi capitali. Anche qui oltre le dichiarazioni ad effetto bisogna capire effettivamente di cosa si tratta avendo a mente che forse servirebbe un gesto riparatore da parte di questo Governo verso quei lavoratori dell’Agenzia delle Entrate (ex Equitalia) che nel corso di questi anni, anche sottoposti a volte a vere e proprie minacce, hanno fatto il loro dovere professionale come servitori della legalità e dello Stato, che sono stati sbeffeggiati e che invece sono dalla parte della legalità, dei cittadini onesti, dello Stato e delle Istituzioni e meriterebbero qualche plauso.

Domanda: veniamo al sistema e al settore delle banche nel nostro Paese. parliamo di Monte dei Paschi di Siena: parole sconsiderate un mese e mezzo fa, parole diverse oggi. Nel frattempo si sono bruciati dieci miliardi di capitalizzazione della banca.

Risposta: il rischio capitalizzazione in questo periodo in cui lo spread è salito di oltre 100 punti ha coinvolto prima ancora di Monte Paschi, una realtà come quella di Intesa Sanpaolo, che aveva un valore di circa 50 miliardi e il solo effetto spread ne ha bruciati 10. È evidente che è ancora ad una soglia non contendibile ma il giorno in cui lo spread dovesse riprendere a crescere quella soglia scende a 30 e anche Intesa, che è stata sin qui la prima banca europea può presentare caratteri di contendibilità nel mercato globale. Significa che le dinamiche dello spread e l’azione speculativa su cui possono operare i mercati sono accompagnate da parole, scritti, gesti che accompagnano l’azione politica nazionale, europea e globale. Funzionano i dazi per far alzare o scendere lo spread come funzionano le parole di un Ministro dell’Economia per abbassarli o la nomina di un Senatore della lega anti-euro a Presidente della Commissione Finanza. Ci vuole equilibrio, perché se si supera una certa soglia – e penso ai 300 punti dello spread che farebbero perdere il controllo di questa dinamica – effettivamente aumentano i rischi di perdita del valore del capitale in Borsa con tutte le conseguenze. Dopo di che continuo a pensare che bisogna avere i piedi solidamente ancorati per terra, intendendo l’economia reale. Bisognerebbe immaginare di poter aprire quasi una sfida tra CGIL, CISL, UIL e il nuovo Governo, all’insegna di quali progetti di investimento sulle infrastrutture, l’alta velocità, il superamento del dualismo del Paese, il sistemare le tubature dell’acqua dove sono rotte, i grandi piani per superare situazioni come quella della spazzatura e le buche di Roma. Un grande piano keynesiano di investimenti pubblici che potrebbe dare effettivamente una spinta alla crescita e alla riduzione del debito, e anche essere accompagnate da un grande piano straordinario per l’occupazione e il lavoro giovanile. È bene parlare con i rider come fa il Ministro Di Maio, è bene immaginare un’evoluzione fino ad un contratto nazionale per figure che oggi sono precarie e richiedono occupazione e diritti stabili ma bisogna immaginare che riprenda vigore un confronto con i sindacati e le rappresentanze delle parti sociali. Personalmente non sono per attendere una chiamata del Governo, mi piacerebbe che CGIL, CISL e UIL, ricostruendo un grande progetto unitario, accompagnassero anche una piattaforma unitaria di confronto che mette insieme crescita, buona occupazione per i giovani, riduzione delle tasse sul lavoro e revisione della Fornero affinché sui diversi punti il sindacato sia in campo, con la giusta dose di realismo, a chiedere il conto, in particolare con chi ha fatto promesse in campagna elettorale.

Domanda: Megale avremmo ancora una curiosità, abbiamo detto la scorsa settimana della comunicazione come Segretari Generali delle categorie del settore bancario all’Abi (Associazione Banche Italiane) della proroga della scadenza contrattuale, avete ricevuto risposta?

Risposta: la settimana scorsa avevamo scritto all’Abi proponendo di rinviare l’eventuale esercizio della disdetta del contratto al 31 dicembre, con il nostro impegno come sindacato a presentare la piattaforma unitaria prima della fine dell’anno dopo la consultazione con i lavoratori.

Abi ha tenuto il suo esecutivo l’altro ieri, nel corso del quale è stata approvata all’unanimità la proposta avanzata dal sindacato per cui diciamo che non c’è la proroga contrattuale di dodici mesi che loro chiedevano ma nemmeno la disdetta immediata con l’apertura di una tensione contrattuale. Ci si prende sei mesi di tempo e si arriva alla scadenza del 31 dicembre con un sindacato forte, unitario e combattivo. Anche il lavoro per il nostro Congresso contribuirà in questa direzione.

Pur avendo votato all’unanimità nell’ambito dell’esecutivo dell’ABI non sono certo mancate discussioni, visto che il sindacato non ha accettato la proroga contrattuale (nella nostra risposta era scritto che non intraprendevamo la strada della proroga per non intaccare scadenze ma apprezzavamo un atteggiamento dell’Abi che non apriva un conflitto con il sindacato). Così come anche a coloro che eventualmente pensano ad una stagione contrattuale in cui si possano differenziare i salari tra banche grandi o piccole, banche che fanno utili o banche in crisi. Vorrei ricordare che il Contratto Nazionale di Lavoro è unico ed omogeneo, a partire dai minimi stipendiali, per tutto il settore e tale resterà. E qualsiasi tentativo di differenziazioni per dimensioni o condizioni di maggiore o minore difficoltà verrà respinto al mittente.

Altro sarà ragionare sui cambiamenti, su un contratto che insieme alla capacità di dare risposte salariali governi il cambiamento digitale. A tale proposito avanzeremo l’idea di una cabina di regia capace di monitorare l’impatto digitale su occupazione, professioni, organizzazione del lavoro, smart working, conseguenze nel rapporto tra vecchi lavori che vanno scemando e nuovi lavori che si vengono a creare. Si è governata la crisi e gli esuberi. Un sindacato unito, preparato, competente e combattivo sarà in grado anche di reggere la difficile sfida del cambiamento digitale.

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